“La casa di vetro”

Alessandra Stoppini

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Nelle prime righe dello struggente romanzo La casa di vetro di Simon Mawer (Beat 2011) l’antica proprietaria della Glass House dopo trent’anni tornava a visitare la dimora che si trovava in cima a una ripida collina situata ai margini della immaginaria città di Mesto nella Repubblica Ceca. “Oh siamo arrivati. Lo capì subito, anche dopo tanto tempo”.

Liesel Landauer ormai anziana e non vedente “era a casa” e con il ricordo indovinava le pareti “i pannelli di palissandro di fronte a lei e, sulla sinistra la scalinata che scendeva in soggiorno”. La Landauer House rimasta a dominare dalla sua “prospettiva magnifica” la città che si stendeva ai suoi piedi ora sembrava sospirare di gioia, felice di rivedere la sua vecchia padrona dopo anni di degrado. Le pareti di vetro della casa, considerata un’opera d’arte concepita dalla mente innovatrice dell’architetto tedesco Rainer von Abt, erano state spettatrici di tanti avvenimenti orribili e dolorosi dopo che i Landauer nel ’38 erano riparati in Svizzera per sfuggire alla minaccia nazista. “… un giorno varcheranno semplicemente la frontiera”. Imperterrita l’abitazione era sopravvissuta a un incendio, a un’infiltrazione d’acqua su di una parete, alla caduta accidentale di una bomba e cosa ancora più terribile all’abbandono. Casa Landauer era stata testimone dell’esistenza dorata di Viktor e Liesel, dei loro figli Ottilie e Martin, dei loro amici come la spregiudicata Hana, la quale si era fatta ritrarre senza veli a 19 anni da Tamara de Lempicka, e di quella élite artistica e finanziaria che legava allora la Germania alla Cecoslovacchia. Adesso l’elegante edificio era diventato un museo, compreso der Glasraum la stanza/spazio di vetro dove le vetrate si mutavano in specchi “producendo un duplicato della stanza sullo sfondo della notte”. In questo modo “la rifrazione si fa intuizione” amava pronunciare von Abt. “L’essenza della stanza di vetro è l’idea di ragione” perché per Victor incarnava “la pura razionalità dei templi greci, l’austera bellezza di un’opera perfetta, la grazia e l’equilibrio di un dipinto di Mondrian”.

The Glass Room pubblicato in Italia da Neri Pozza nel 2009 e riedito nel 2011 da Beat, marchio editoriale indipendente specializzato in edizioni tascabili di qualità, è la rappresentazione del destino di un Paese, la Cecoslovacchia, attraverso sessant’anni dallo splendore degli anni Trenta fino all’inarrestabile decadenza sotto il regime stalinista. L’autore inglese per redigere il suo capolavoro si è ispirato alla sorte di Villa Tugendhat, famosa costruzione in vetro e acciaio progettata negli anni 1929/30 da Mies van der Rohe per l’industriale tessile Fritz Tugendhat e sua moglie Greta, che si trova a Brno in Cecoslovacchia. Doloroso, infatti, il percorso storico della dimora divenuta nel corso del tempo da abitazione privata a sede di esperimenti genetici sotto il nazismo, centro fisioterapico per bambini malati e infine museo. Nel 2002 la prestigiosa costruzione è stata iscritta nell’elenco degli edifici e dei luoghi Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. “Questo romanzo è un’opera di fantasia, ma non lo sono la casa e la sua ubicazione. Il mio camuffamento non riuscirà ad ingannare chi conosca l’edificio su cui ho modellato la Landauer House o la città che si nasconde dietro il nome di Mesto”. Partendo dunque da una vicenda reale Mawer torna indietro nel tempo al 1929 quando la coppia di giovani sposi Viktor e Liesel erano partiti per il loro viaggio di nozze a bordo di una Landauer 80 cabriolet, lussuosa auto “di un bel bianco panna” prodotta dall’azienda di famiglia dello sposo, erede di un impero industriale che produceva automobili e motociclette. Vicktor di origine ebraica ma non praticante e Lise proveniente da una famiglia dell’alta borghesia tedesca erano una coppia moderna, all’avanguardia per i tempi, amanti delle novità, autentici innovatori. Avevano già in mente la casa dei lori sogni “una casa tutta per loro”, una dimora che non esisteva ancora. Durante il viaggio di nozze a Venezia gli sposi alloggiati al Royal Danieli avevano conosciuto l’architetto von Abt che aveva proposto loro la costruzione di una casa moderna, avveniristica, in acciaio e vetro. “Mi avete chiesto di progettarvi una casa e lo farò. Ma tutto ciò che posso darvi è pura forma, senza ornamenti di sorta”. L’architetto desiderava offrire ai Landauer “uno spazio di vetro” da abitare, Glasraum dove l’unico orpello sarebbe stato lo spazio infinito, nel quale la luce si sarebbe riflettuta infinite volte. Uno spazio trasparente, una casa perfetta con un arredamento minimalista, inaugurata nel 1930, che sarebbe stata in grado di celare le riflessioni di chi vi abitava, i tradimenti e i desideri inconfessabili. La purezza e la perfezione del vetro si sarebbe confrontata con l’imperfezione degli esseri umani. Appare questo il tema centrale di un romanzo coinvolgente ed affascinante. Quella casa sulla collina sarebbe stato il simbolo delle speranze della Cecoslovacchia allora l’unica democrazia liberale nel centro del vecchio continente, presto mira del folle disegno criminale di Adolf Hitler. “Non piangeva solo per la splendida casa sulla collina di Mesto, ma anche per la sua vita perduta, per l’amore svanito, perché il suo mondo era altrove e le sembrava di vivere la vita di qualcun altro, un’altra realtà, uno strano sogno sospeso sull’orlo di un incubo”. Ma nessuna guerra mondiale e nessun stravolgimento avrebbero fatto mai fatto scordare a Liesel Landauer la casa di vetro, perché “le cose non si dimenticano, si ripongono soltanto”.

Simon Mawer è nato in Inghilterra. Ha vissuto a lungo a Cipro e a Malta. Ora vive in Italia con la moglie e i due figli. È autore di altri sei romanzi, tra i quali Mandel’s Dwarf, che ha concorso per il Booker Prize e The Fall, che ha vinto il Boardman Taker Prize.

La casa di vetro è tradotto da Massimo Ortelio.

Autore: Simon Mawer

Titolo: La casa di vetro

Editore: Beat

Anno di pubblicazione: 2011

Prezzo: 10,00 Euro

Pagine: 441

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Alessandra Stoppini

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