Villetta con piscina
Adriano VII

La piazza del Diamante e il racconto di una vita

la-piazza-del-diamanteLa piazza del Diamante di Mercè Rodoreda (BEAT, 2102) rappresenta il fulcro dell’esistenza di Natalia, la Colometa (Colombetta) epica protagonista del romanzo più celebre della scrittrice catalana le cui opere sono state tradotte in 27 lingue. Continue reading

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“La rilegatrice di libri proibiti”

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“Questo libro nasconde ciò che ho nel cuore… ”. Dora Damage protagonista de La rilegatrice di libri proibiti di Belinda Starling (Beat 2011) così definisce il diario da lei rilegato in marocchino rosso, le cui pagine bianche “attendono solo di essere riempite dalle vicende di un’esistenza liberamente vissuta, secondo l’ispirazione o la grazia divina”.

Vicende singolari accadute cinque anni prima da mettere nero su bianco che sveleranno al lettore un mondo sconosciuto e la figura di una donna straordinaria che scelse di non adeguarsi a “una storia già scritta, una sorte ineluttabile da seguire alla lettera” ma “di affrancarsi dalle catene che gli uomini ci avevano imposto”. Londra 1859. La Legatoria Damage si trovava nel quartiere di Lambeth al numero 6 di Ivy Street “la nostra era l’ultima di quindici case a schiera, una lunga fila di sudice sorelle con i medesimi lineamenti sulle facciate anguste”. Il patrono dei rilegatori San Bartolomeo sembrava essersi dimenticato del “basso e corpulento” maestro legatore Peter Damage afflitto da una dolorosa malattia, l’artrosi reumatica e deformante che gli impediva da qualche tempo di lavorare “le sue dita erano ormai grosse come i sigari che fumava alla fine di ogni giornata di lavoro”. “Se desideri qualcosa, dimezzala” ripeteva la madre di Dora alla figlia, infatti “la vita che facevo a Lambeth insieme a Peter mi diede modo di mettere in pratica questo insegnamento”. Dora e la figlioletta Lucinda di 5 anni soggetta a crisi epilettiche, non avevano futuro costrette a vivere in precarie condizioni in una casa fatiscente di proprietà della funerea signora Eeles, che “aveva una spiccata predilezione per la morte”, sollecitata dal continuo passaggio della Necropolitan Railway, che faceva vibrare “la casa fino alle fondamenta”, macabra linea ferroviaria che trasportava “i feretri e i parenti in lacrime giù fino a Woking, dove era stato costruito il più grande cimitero del mondo”. Alla disperata ricerca di una commissione per la legatoria, gli stivaletti di Dora “ripresero il loro ritmo cadenzato” nel ventre miserevole e sordido di Londra, nei meandri di stradine senza uscita e di vicoletti, ascoltando il respiro della capitale dell’Impero Britannico della Regina Vittoria, cioè “quell’aria fredda e untuosa” tipica della città. Le punte dei piedi della giovane donna l’avevano condotta davanti alle vetrine del negozio di stampe al 128 di Holywell Street, di proprietà del viscido Charles Diprose libraio e importatore di specialità francesi e danesi. Il rubizzo Diprose aveva commissionato a Dora la rilegatura di una serie di testi particolari considerati immorali, libri che il miglior cliente del libraio Sir Jocelyn Knightley, medico, studioso, scienziato e avventuriero intendeva diffondere tra i membri della confraternita segreta denominata Sauvages Nobles. Questi bibliofili aristocratici si dilettavano nella lettura di libri proibiti quali il Decamerone di Boccaccio tradotto nel 1620 da John Florio, Fanny Hill, le memorie di una donna di piacere di John Cleland, l’Ars Amatoria di Ovidio, testi di anatomia, ecc… tutti volumi ai quali Dora con la squisita fattura delle sue copertine decorate avrebbe creato una degna cornice. “La nostra letteratura è casta e malata perché la nostra società lo è”.

The Journal of Dora Damage edito per la prima volta nel 2006 dalla casa editrice Bloomsbury è il ritratto di una donna anticonvenzionale che ebbe il coraggio di sfidare per necessità la morale e le retrive e ottuse leggi del suo tempo. La corporazione dei rilegatori vietava il lavoro alle donne “non consentirò che andiate a ingrossare le fila delle donnacce che rubano il pane agli onesti operai e alle povere famiglie”. Inoltre la legge sulle pubblicazioni oscene il Lord Cambell’s Act stabiliva che “non era illegale possedere opere letterarie di genere immorale ma solo pubblicarle e diffonderle”. Se tutto questo non fosse stato già abbastanza la Società per la Soppressione del Vizio che era stata fondata agli inizi dell’Ottocento dalla Chiesa d’Inghilterra “collaborava con le autorità di polizia, fornendo loro informazioni sulla vendita, la distribuzione o l’esposizione di informazioni oscene”. Dora coadiuvata dall’apprendista Jack Tapster avrebbe creato sensuali e seducenti rilegature che avrebbero risvegliato i suoi sensi sopiti da un matrimonio senza amore e passione. “Il lavoro di rilegatura mi dava soddisfazione”. L’arrivo nella bottega artigiana di Din Nelson ex schiavo di colore proveniente da Baltimora liberato dall’Associazione femminile per l’Assistenza ai Profughi dalla Schiavitù di gentildonne alla quale faceva parte Lady Sylvia Knightley aprì gli occhi a Dora facendole imparare molte cose “sui misteri del cuore e del corpo”. Nella Londra del 1859 dove “un gruppo di profughi e rinnegati progettavano la demolizione di un istituto vecchio di secoli come lo schiavismo”, una figura femminile di stampo moderno “geniale, piena di creatività e coraggio” splendeva di luce propria in un ambiente ipocrita e falso perbenista. “Nell’ideare una copertina mi sforzavo sempre di distillare l’essenza del libro in ciò consisteva la mia modernità”.

Possiamo definire il romanzo edito da Neri Pozza nel 2009 e divenuto subito un bestseller, come un neo – feuilleton, cioè appartenente a quel popolare genere letterario che andava in voga tra la fine del XIX e l’inizio del XX Secolo e che è ritornato di moda oggi. La coinvolgente storia di Dora Damage conduce il lettore attraverso una trama ricca di colpi di scena e avvenimenti imprevedibili portandolo alla scoperta di un mondo finora sconosciuto, quello della rilegatura dei libri a mano, fatto di dedizione e passione. “Sebbene siano frutto della mia fantasia, i personaggi e gli eventi di questo libro sono largamente ispirati alla realtà”, così scriveva nelle note finali del volume l’autrice prematuramente scomparsa senza aver potuto vedere il suo emozionante e talentuoso libro pubblicato. “Perfer et obdura, dolor hic tibi proderit olim” (Sopporta e fortificati, un giorno questo dolore ti gioverà). Publio Ovidio Nasone Amores III, 11.

Belinda Starling viveva a Wivenhoe, nell’Essex. È scomparsa l’11 agosto del 2006 a soli 34 anni in seguito a un intervento chirurgico.

La rilegatrice di libri proibiti è tradotto da Massimo Ortelio.

Autore: Belinda Starling

Titolo: La rilegatrice di libri proibiti

Editore: Beat

Anno di pubblicazione: 2011

Prezzo: 9,00 Euro

Pagine: 443

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“Il meglio della vita”

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La ventenne Caroline Bender con le sue coetanee cerca di ottenere Il meglio della vita, scritto da Rona Jaffe (Beat 2012). Cult di una generazione indicò alle giovani donne americane la via da seguire per emanciparsi attraverso il lavoro e la realizzazione di se stesse. “Ogni mattina, alle nove meno un quarto, si vedono emergere dalle viscere della metropolitana, uscire in fila dalla Grand Central Station, attraversare Lexington Avenue, Park Avenue, Madison Avenue, la Quinta Strada: centinaia e centinaia di ragazze”.

Un esercito femminile che partiva alla conquista del mondo, perché You deserve the best of everythings, ti meriti il meglio della vita. Una frase tra gli annunci lavorativi del New York Times diede a Rona Jaffe l’idea per il titolo del romanzo diventato a poche settimane dalla sua pubblicazione un bestseller, nel quale ciascuna donna si riconosceva ritrovando i suoi sogni, le speranze e la sua vita quotidiana. Caroline Bender “alle otto e tre quarti di mercoledì mattina, 2 gennaio” anche lei, come tante altre impiegate, uscì dalla Grand Central Station avviandosi verso downtown. Il viso grazioso e intelligente di Caroline brava ragazza di buona famiglia spiccava in quella “gelida, nebbiosa mattina di pieno inverno a New York”. La giovane era emozionata, perché “era il primo giorno del primo impiego della sua vita” come dattilografa presso la casa editrice Fabian che “occupava cinque piani ad aria condizionata in un edificio moderno di Radio City”.

The Best of Everything pubblicato nel 1958 da Simon & Schuster è un romanzo sulle ragazze che lavorano basato sull’esperienza della stessa Rona Jaffe che, dopo essersi laureata alla Radcliffe, aveva lavorato per quattro anni presso la casa editrice Fawcett Pubblications passando in breve tempo da impiegata a editor, come avviene alla protagonista del suo primo libro. “Erano le nove e la sala andava rapidamente popolandosi di ragazze, nessuna delle quali badava a lei”. L’ambiziosa Caroline donna in carriera, Mary Agnes “magra, scialba, coi capelli neri e ondulati” dalla vita programmata, April Morrison “grandi occhi azzurri e lentiggini sul naso ben disegnato”, Gregg Adams attrice e segretaria provvisoria della temibile Miss Amanda Farrow, Barbara Lemont così giovane e già divorziata con una bambina piccola. Sono tutti stereotipi per descrivere eterne fidanzate, aspiranti tali o “ragazze single alle prese con il primo impiego in città, minuscoli e costosi appartamenti in condivisione, l’esaltante libertà delle chiacchiere tra amiche, e poi il sesso, la verginità, l’aborto, le prime esperienze di mobbing, la ricerca del principe azzurro, il miraggio del matrimonio”. Così ha scritto Daniela Pagani nella bella postfazione La giungla nel rossetto pubblicata nell’edizione Neri Pozza (2007) del volume. In questa interessante e realistica cronaca proveniente dall’America degli anni Cinquanta dove le donne cercavano percorsi alternativi alla solita, scontata carriera matrimoniale, gli uomini appaiono come relegati in un angolo, sbiaditi, privi di colore, messi in ombra dalle giovani in cerca di riscatto. L’autrice in una delle sue ultime interviste concesse definì il suo bestseller come “una storia molto umana e universale sulla differenza tra ciò che una donna vuole e ciò che invece si trova ad avere”. Un libro coinvolgente che ripropone l’eterno dilemma su come si possa conciliare successo professionale con quello personale. Lavoro e carriera o matrimonio e figli? Come conquistare oggi come ieri “il meglio di ogni cosa?” “Non lasciarti intrappolare da qualche bravo ragazzo che la tua famiglia ti metterà davanti. Tu hai cervello, hai un futuro … sposa soltanto un uomo che rispetti. Se ti sposi con uno che non rispetti abbastanza, ne morirai”.

Per chi volesse approfondire l’eterno dibattito donna – lavoro segnaliamo questo interessante articolo Il valore delle donne di Cinzia Sasso apparso sul quotidiano La Repubblica il 20 Febbraio scorso. “Se quel famoso impegno preso a Lisbona (1), il 60 per cento delle donne occupate, diventasse realtà, in Italia il Pil salirebbe del 7 per cento”.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/20/il-valore-delle-donne.html

(1) Strategia di Lisbona programma di riforme economiche tra le quali uguali opportunità per il lavoro femminile approvato a Lisbona nel 2000 dai Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea.

Rona Jaffe (1931 – 2005) ha scritto numerosi libri di successo, quali Class Reunion, Family Secrets, The Last Chance, Mr. Right is Dead.

Da Il meglio della vita tradotto da Marina Bonetti è stato tratto nel 1959 un film di successo The Best of Everything regia di Jean Negulesco interpretato da Hope Lange, Diane Baker, Suzy Parker, Stephen Boyd, Louis Jourdan e una magnifica Joan Crawford.

Autore: Rona Jaffe

Titolo: Il meglio della vita

Editore: Beat

Anno di pubblicazione: 2012

Prezzo: 9,00 Euro

Pagine: 560

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“La casa di vetro”

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Nelle prime righe dello struggente romanzo La casa di vetro di Simon Mawer (Beat 2011) l’antica proprietaria della Glass House dopo trent’anni tornava a visitare la dimora che si trovava in cima a una ripida collina situata ai margini della immaginaria città di Mesto nella Repubblica Ceca. “Oh siamo arrivati. Lo capì subito, anche dopo tanto tempo”.

Liesel Landauer ormai anziana e non vedente “era a casa” e con il ricordo indovinava le pareti “i pannelli di palissandro di fronte a lei e, sulla sinistra la scalinata che scendeva in soggiorno”. La Landauer House rimasta a dominare dalla sua “prospettiva magnifica” la città che si stendeva ai suoi piedi ora sembrava sospirare di gioia, felice di rivedere la sua vecchia padrona dopo anni di degrado. Le pareti di vetro della casa, considerata un’opera d’arte concepita dalla mente innovatrice dell’architetto tedesco Rainer von Abt, erano state spettatrici di tanti avvenimenti orribili e dolorosi dopo che i Landauer nel ’38 erano riparati in Svizzera per sfuggire alla minaccia nazista. “… un giorno varcheranno semplicemente la frontiera”. Imperterrita l’abitazione era sopravvissuta a un incendio, a un’infiltrazione d’acqua su di una parete, alla caduta accidentale di una bomba e cosa ancora più terribile all’abbandono. Casa Landauer era stata testimone dell’esistenza dorata di Viktor e Liesel, dei loro figli Ottilie e Martin, dei loro amici come la spregiudicata Hana, la quale si era fatta ritrarre senza veli a 19 anni da Tamara de Lempicka, e di quella élite artistica e finanziaria che legava allora la Germania alla Cecoslovacchia. Adesso l’elegante edificio era diventato un museo, compreso der Glasraum la stanza/spazio di vetro dove le vetrate si mutavano in specchi “producendo un duplicato della stanza sullo sfondo della notte”. In questo modo “la rifrazione si fa intuizione” amava pronunciare von Abt. “L’essenza della stanza di vetro è l’idea di ragione” perché per Victor incarnava “la pura razionalità dei templi greci, l’austera bellezza di un’opera perfetta, la grazia e l’equilibrio di un dipinto di Mondrian”.

The Glass Room pubblicato in Italia da Neri Pozza nel 2009 e riedito nel 2011 da Beat, marchio editoriale indipendente specializzato in edizioni tascabili di qualità, è la rappresentazione del destino di un Paese, la Cecoslovacchia, attraverso sessant’anni dallo splendore degli anni Trenta fino all’inarrestabile decadenza sotto il regime stalinista. L’autore inglese per redigere il suo capolavoro si è ispirato alla sorte di Villa Tugendhat, famosa costruzione in vetro e acciaio progettata negli anni 1929/30 da Mies van der Rohe per l’industriale tessile Fritz Tugendhat e sua moglie Greta, che si trova a Brno in Cecoslovacchia. Doloroso, infatti, il percorso storico della dimora divenuta nel corso del tempo da abitazione privata a sede di esperimenti genetici sotto il nazismo, centro fisioterapico per bambini malati e infine museo. Nel 2002 la prestigiosa costruzione è stata iscritta nell’elenco degli edifici e dei luoghi Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. “Questo romanzo è un’opera di fantasia, ma non lo sono la casa e la sua ubicazione. Il mio camuffamento non riuscirà ad ingannare chi conosca l’edificio su cui ho modellato la Landauer House o la città che si nasconde dietro il nome di Mesto”. Partendo dunque da una vicenda reale Mawer torna indietro nel tempo al 1929 quando la coppia di giovani sposi Viktor e Liesel erano partiti per il loro viaggio di nozze a bordo di una Landauer 80 cabriolet, lussuosa auto “di un bel bianco panna” prodotta dall’azienda di famiglia dello sposo, erede di un impero industriale che produceva automobili e motociclette. Vicktor di origine ebraica ma non praticante e Lise proveniente da una famiglia dell’alta borghesia tedesca erano una coppia moderna, all’avanguardia per i tempi, amanti delle novità, autentici innovatori. Avevano già in mente la casa dei lori sogni “una casa tutta per loro”, una dimora che non esisteva ancora. Durante il viaggio di nozze a Venezia gli sposi alloggiati al Royal Danieli avevano conosciuto l’architetto von Abt che aveva proposto loro la costruzione di una casa moderna, avveniristica, in acciaio e vetro. “Mi avete chiesto di progettarvi una casa e lo farò. Ma tutto ciò che posso darvi è pura forma, senza ornamenti di sorta”. L’architetto desiderava offrire ai Landauer “uno spazio di vetro” da abitare, Glasraum dove l’unico orpello sarebbe stato lo spazio infinito, nel quale la luce si sarebbe riflettuta infinite volte. Uno spazio trasparente, una casa perfetta con un arredamento minimalista, inaugurata nel 1930, che sarebbe stata in grado di celare le riflessioni di chi vi abitava, i tradimenti e i desideri inconfessabili. La purezza e la perfezione del vetro si sarebbe confrontata con l’imperfezione degli esseri umani. Appare questo il tema centrale di un romanzo coinvolgente ed affascinante. Quella casa sulla collina sarebbe stato il simbolo delle speranze della Cecoslovacchia allora l’unica democrazia liberale nel centro del vecchio continente, presto mira del folle disegno criminale di Adolf Hitler. “Non piangeva solo per la splendida casa sulla collina di Mesto, ma anche per la sua vita perduta, per l’amore svanito, perché il suo mondo era altrove e le sembrava di vivere la vita di qualcun altro, un’altra realtà, uno strano sogno sospeso sull’orlo di un incubo”. Ma nessuna guerra mondiale e nessun stravolgimento avrebbero fatto mai fatto scordare a Liesel Landauer la casa di vetro, perché “le cose non si dimenticano, si ripongono soltanto”.

Simon Mawer è nato in Inghilterra. Ha vissuto a lungo a Cipro e a Malta. Ora vive in Italia con la moglie e i due figli. È autore di altri sei romanzi, tra i quali Mandel’s Dwarf, che ha concorso per il Booker Prize e The Fall, che ha vinto il Boardman Taker Prize.

La casa di vetro è tradotto da Massimo Ortelio.

Autore: Simon Mawer

Titolo: La casa di vetro

Editore: Beat

Anno di pubblicazione: 2011

Prezzo: 10,00 Euro

Pagine: 441

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Acqua agli elefanti: benvenuti al Circo dei Fratelli Benzini

acqua_agli_elefantiSpero che il nostro spettacolo le piaccia” è la frase finale di “Acqua agli elefanti” di Sara Gruen, e lo spettacolo sarà gradito ai lettori che leggeranno questo libro pubblicato da Neri Pozza nel 2007 e ora riproposto dalla casa editrice Beat. Continue reading

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La ragazza col turbante di Vermeer in edizione tascabile

ragazza-orecchino-perlaTi dipingerò come ti vidi la prima volta, Griet. Così come sei”. Così il pittore fiammingo Johannes Vermeer si rivolse alla sua cameriera quando colpito dalla grazia della sedicenne, decise di ritrarla rendendo immortale il suo sguardo enigmatico e ammaliatore. Ne “La ragazza con l’orecchino di perla” (Beat 2010) di Tracy Chevalier, la scrittrice americana immaginò in questo modo la genesi del ritratto, sicuramente uno dei più conosciuti e apprezzati dell’intero pianeta. Continue reading

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