L’India di Aravind Adiga. Troppa miseria e poca nobiltà

Michela Gelati

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fradueomicidiSe i saggi di Arundhaty Roy sono un’analisi lucida e impietosa dell’India moderna, il corrispettivo in forma di narrativa sono sicuramente i lavori di Aravind Adiga, da poco in libreria con “Tra due omicidi” (Einaudi, 2010).

Gli omicidi del titolo sono quelli di Indira Gandhi e del figlio Rajiv, entrambi primi ministri indiani assassinati la prima nel 1984, il secondo nel 1991: tra queste due date-simbolo si svolgono i quattordici racconti di Adiga, tutti ambientati in una città immaginaria del sud dell’India, Kittur.

Protagonisti, i suoi abitanti, ricchissimi e miserabili, guidatori di risciò e mercanti, rampolli di buona famiglia e poliziotti corrotti. Già con il romanzo “La Tigre bianca” (Einaudi, 2008), Adiga aveva rappresentato tutte le contraddizioni dell’India contemporanea e gli inganni che si nascondono dietro al boom economico che ne ha fatto la seconda delle tigri asiatiche dopo la Cina. Con questi racconti, Adiga sposta l’azione a qualche decennio prima, ma il risultato è sempre una denuncia durissima, feroce proprio perché espressa con un tono sempre ironico e sarcastico, senza pietismi.

Il libro si svolge in una giornata a Kittur, ed è diviso tra mattina, pomeriggio e notte. Ogni scena si svolge in zone diverse della città, che sono descritte prima di ogni capitolo con toni neutri e a tratti patriottici, da guida turistica. Ma poche pagine dopo il velo si alza e come ogni viaggiatore in India, si resta sconvolti davanti alla profonda bellezza, la tremenda povertà, l’infinita sopportazione dei suoi abitanti.

Vicino alla stazione ferroviaria vive Ziauddin, ragazzino musulmano che da dipendente di un negozio di the si trasformerà inconsapevolmente in spia per un misterioso e ricco gentiluomo; un santone, ex autista di autobus, sta appollaiato su una balaustra vicino al santuario di Nehru, cercando cibo in mezzo alla spazzatura; una bambina chiede l’elemosina per pagare la dose quotidiana di crack al padre, operaio in un cantiere nella zona più elegante della città. E Shankara, figlio di un brahmino e un intoccabile, organizza un attentato con una bomba artigianale ai danni di un suo professore.

Il sistema delle caste, la differenza tra uomo e donna, la vita dei poverissimi che affollano le città indiane, la corruzione a tutti i livelli del potere, dall’alta politica alla burocrazia statale, fino alla polizia, la falsità della classe dirigente: Adiga non fa sconti, e il suo splendido libro è una fotografia perfetta di tutti i mali della grande India, della sua troppa miseria e poca nobiltà.

Aravind Adiga è nato a Madras nel 1974. Dopo aver soggiornato in vari Paesi, tra cui l’Australia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, ora è tornato in India e vive a Mumbai. Il suo primo romanzo, “La tigre bianca“, ha vinto il Booker Prize nel 2008.

Autore: Aravind Adiga
Titolo: Tra due omicidi
Editore: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo: 20 euro
Pagine: 288

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Michela Gelati

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