Le otto montagne

Alessandra Stoppini

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Le otto montagne“… al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi”. Nel romanzo Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi 2016), un vecchio nepalese indica al protagonista del libro la strada da percorrere d’ora in poi.


La passione per la montagna di Pietro era nel suo DNA scaturita da quel matrimonio di montagna tra suo padre e sua madre “mito fondativo della nostra famiglia”, celebrato ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo, davanti alla chiesetta che c’è lì, una mattina d’autunno. Ciò che aveva unito i genitori di Pietro era stato il comune amore per le Dolomiti, se Giovanni Guasti saliva verso la cima senza dosare le forze, sempre in gara con qualcuno o qualcosa, senza mai fermarsi, sua moglie invece dopo un po’ di tempo aveva preferito sedersi sui prati, o immergere i piedi in un torrente, o riconoscere i nomi delle erbe e dei fiori. Marito e moglie reagivano in maniera diversa alla stessa nostalgia, emigrati entrambi a Milano dal Veneto contadino. Vagheggiare quindi la purezza delle alte quote, sognare il ghiacciaio del Monte Rosa, mentre in città in quel palazzone al settimo piano dove vivevano con Pietro, il frastuono delle automobili toglieva il respiro. Pietro aveva imparato dal padre il modo di andare in montagna, “la cosa più simile a un’educazione che io abbia mai ricevuto da lui”.

Si partiva all’alba da una delle frazioni del Monte Rosa, e man mano che si saliva, la montagna si trasformava in un luogo più aspro, inospitale e puro. Giovanni lassù diventava felice, ringiovaniva, forse, tornando ad altre montagne e altri tempi. Era una filosofia quella di Giovanni, cioè fuggire in alto dalle cose che lo tormentavano in basso, il lavoro, la vita in pianura e l’umore nero. Nel 1984, quando Pietro aveva 12 anni, sua madre aveva deciso di affittare per l’estate una casa ai piedi del Monte Rosa, a Grana, nella parte alta del paese, in una corte raccolta intorno a un abbeveratoio. Quel luogo “chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l’accesso” era attraversato da un torrente, dove Pietro si sedeva ai margini a guardare le alghe che ondeggiavano appena sotto la superficie. Un giorno lungo la riva Pietro aveva notato un ragazzino che pascolava le mucche nei prati. “Si chiamava Bruno Guglielmina. Il cognome era quello di tutti a Grana, tenne a spiegarci, ma il nome Bruno l’aveva soltanto lui. Era di pochi mesi più vecchio di me, dato che era nato nel ’72 ma in novembre”.

“Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa”. Di ciò è convinto l’autore che ha scritto il presente testo in una baita in Val d’Ayas nella quale Paolo vive da maggio a novembre. Un libro redatto dapprima a penna su di un quaderno e poi riportato sull’iPad, che assomiglia a un classico che parla del rapporto padri/figli, di una grande amicizia che “sembrava vivere un’unica infinita estate”, di un antico senso di colpa, di silenzi in alta quota e di un rudere da ricostruire, per costruire il futuro e mettere una pietra sul passato. “Il ghiacciaio è la memoria degli inverni passati che la montagna custodisce per noi. Sopra una certa altezza ne trattiene il ricordo, e se vogliamo sapere di un inverno lontano, è lassù che dobbiamo tornare”.

Paolo Cognetti (Milano, 1978) ha realizzato per minimum fax la serie Scrivere/New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn. La sua passione per New York si è concretizzata in due guide: New York è una finestra senza tende (Laterza 2010) e Tutte le mie preghiere guardano verso ovest (edt 2014). Per Einaudi ha curato l’antologia New York Stories (2015). Il suo blog è paolocognetti.blogspot.it.

Autore: Paolo Cognetti
Titolo: Le otto montagne
Editore: Einaudi
Pubblicazione: 2016
Prezzo: 18,50 Euro
Pagine: 208

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Alessandra Stoppini

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