Memorie di Misia

Michele Lupo

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misia-sert_misiaA Misia Sert, regina dei salotti parigini degli anni d’oro del secolo scorso, pur non essendo qualcuno che sapesse fare qualcosa in particolare – almeno, non da professionista, anche se con il pianoforte pare se la cavasse così bene da impressionare Liszt in giovane età – non mancava una qual certa idea di sé sufficiente a non farle ritenere un abuso pretenzioso la stesura delle proprie memorie. E Misia, questo libro, tradotto per noi da Adelphi, conferma come il suo  fosse per così dire un talento “di servizio”. Che, avverte l’editore, consisteva nel “fiutare il talento negli altri”. Non una roba da sottovalutare se si traduce nella possibilità di fare qualcosa di concreto per chi invece un talento particolare ce l’ha e ha bisogno di quella fortuna senza la quale potrebbe rimanere lettera morta.

E anche per questo probabilmente Misia avrebbe preso male il nostro esordio. Perché in effetti fece molto per non pochi nomi della vita artistica del primo Novecento, ma aveva una personalità tale da sedurne altrettanti. Ebbe tre mariti, il primo a quindici anni (Thadée Natanson, fondatore della Revue Blanche: sì che il mondo della cultura e dell’arte più raffinate diventano il suo orizzonte di riferimento, anche se quanto a vero approfondimento dalle sue parti inutile cercarlo). Con il denaro del secondo, un potente uomo d’affari, Misia può mettere a frutto la sua arte. E il protégé Diaghilev può ottenere il successo sperato in terra di Francia. Un’amicizia quella con il fondatore dei “Balletti russi” intensa e profonda, ventennale. Nel temperamento ardente dello “stregone” Diaghilev, trova il contraltare del suo. La donna che avrebbe ispirato a Proust il personaggio di Madame Verdurin cercò meritare le attenzioni dei più. Non esattamente bella, impulsiva, compensava con un istinto da dominatrice che adombrava una qualche follia da sedurre non solo gli uomini. Del resto, scrive: “la riflessione non è strumento che io sappia maneggiare bene: mi si rivolta contro”.

In qualche modo, sapeva il fatto suo. Così, dopo aver indovinato nella ragazzina Coco Chanel un futuro glorioso, in molti cercarono la sua amicizia. Da Cocteau ai pittori Vuillard, Bonnard, Toulouse-Lautrec e Renoir. Non sempre le faccende artistiche – il posare come modella per esempio – era disgiunto da un qualche alone sentimentale. E vennero gli scrittori: Mallarmé, Verlaine, Jarry; e ovviamente i musicisti: Ravel, Debussy, Stravinskij, persino il buon vecchio burlone Erik Satie. Donna di scarse letture ma con un intuito non comune, sa trovare del ridicolo – meno facile all’epoca di quanto si possa immaginare oggi – sia nei detrattori accaniti di Picasso che in coloro che lo esaltano acriticamente per ogni “minima sciocchezza scarabocchiata su uno straccetto”. Abbastanza lucida, se si pensa che per tenere a bada un senile mal di vivere (occasione che difficilmente può risparmiare una sana biografia per l’intero arco della sua esistenza), si era data alla morfina.

Misia Sert (Pietroburgo 1872 – Parigi 1950) dettò queste memorie negli ultimi anni della sua vita.

Autore: Misia Sert
Titolo: Misia
Traduzione di Nancy Marotta
Editore: Adelphi
Anno di pubblicazione: 2102
Pagine: 242
Prezzo: 19 euro

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Michele Lupo

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