L’ultimo uomo nella torre. L’India di Aravind Adiga

Michele Lupo

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Continua ne L’ultimo uomo nella torre la ricerca in forma fictionnelle nelle trasformazioni del continente indiano indagato dapprima come giornalista, esperto di finanza addirittura – cosa non del tutto consueta fra gli scrittori – e poi come narratore puro da Aravind Adiga. Autore ce tra l’altro è il vincitore del Man Booker Prize con il romanzo d’esordio La tigre bianca (anch’esso da Einaudi).

Le cronache e le inchieste degli ultimi anni ci hanno aggiornato sui mutamenti impetuosi che attraversano un mondo troppo grande e multiforme per essere ingabbiato in qualche schema di comodo che lo renda leggibile non solo agli occidentali ma agli stessi indiani (vale l’esempio del recente Nove vite di W.Darlymple che mostra come nella trasformazione fragorosa del paese resistano incredibili forme di devozione religiosa). Il romanzo la Tigre bianca aveva già percorso le vie lastricate di figure inquietanti, di affari illeciti intrecciati con il mondo rurale di un’India a cavallo fra l’ascesa (economica) e l’ascesi di un retaggio spirituale millenario.

Il microcosmo (non troppo piccolo in verità) da cui Adiga osserva in questo nuovo romanzo la corsa si teme non resistibile del capitalismo aggressivo che sconvolge Mumbay, è un condominio. Rigorosamente pucca, una sorta di esperimento sociale che per anni ha tenuto insieme l’animo diremmo in termini occidentali liberal-progressisti di una borghesia piccola ma tollerante con gli epifenomeni di una cultura antica, il Vishram è uno stabile in cui “tutti pagano le tasse”, un condominio in cui però è impossibile farsi gli affari propri. Un posto in cui un gatto – uno solo – va rovistando fra i cassonetti della spazzatura e dai resti che sparge in giro lascia tracce delle abitudini alimentari dei condomini. Si trova inoltre circondato da un ammasso di slum, il Vakola, faccia canonica dell’India derelitta. Il condominio insomma – sostanzialmente due grandi torri, unità di luogo di una storia che è un inventario brulicante di individui e famiglie eterogenee – è nella sua fase declinante, diciamo pure fatiscente. Tanto per dire, l’acqua non è niente affatto assicurata, l’umidità monsonica fa danni incalcolabili. L’aspetto complessivo lascia a desiderare.

Ma i vari personaggi implicati nella vicenda non sanno che ai loro danni si è messa in moto una macchina di distruzione (anche qui letterale) ben più feroce, decisa a spazzarli via.  Difatti il romanzo inizia con un un enigmatico e un po’ sinistro figuro che con il preteste di volte affittare un appartamento più che chiedere informazioni l’amministratore lo tartassa di domande, torna più volte. La verità è che qualcuno vuole abbatterlo l’edificio e sostituirlo con una nuova lussuosa quanto esteticamente improbabile costruzione. Per rendere possibile il progetto, occorre che firmino tutti. E un uomo solo sembra poter resistere, Masterji, ex insegnante – e il ruolo non è casuale (riscatto di un grigio destino in cui sembra averlo condannato la letteratura di mezzo mondo?). Lui soltanto si oppone alla verghiana fiumana del progresso che avanza inarrestabile e travolge i più, i facilmente ricattabili.Ma il fatto è che bene e male, si sa, non sempre sappiamo come separarli. Di coralità interrotta, stratificata, a tratti dispersiva, dal tono irridente che tiene a freno una sotterranea malinconia, il romanzo di Adiga è un buon viatico per farsi un’idea di cosa sta succedendo alla cosiddetta più grande democrazia del mondo.

Autore: Aravind Adiga

Titolo: L’ultimo uomo nella torre

Editore: Einaudi

Anno: 2012

Pagine: 454

Costo: Euro  20,00

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Michele Lupo

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