Scrittori francesi cattolici: genio e didascalia

Michele Lupo

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esegesi-luoghicomuniDue libri d’inizio Novecento e qualche tratto in comune. “Denaro di Charles Peguy e l’”Esegesi dei luoghi comuni” di Leon Bloy, entrambi editi per Piano B edizioni, ci danno la possibilità di aprire una domanda. Si può prendere da un autore ciò che più ci piace e lasciare in disparte il resto? La risposta sembra scontata (ovvio che sì!) ma nel mondo tutt’altro che acuto delle lettere non lo è.


Perché si tende ancora a liquidare tizio o a venerare caio sulla base di sentenze assolute e tifoserie che li piazzano da una parte o dall’altra come se fossero per forza di cose o maestri o ignobili rappresentanti dell’umanità (il che non è detto che non capiti ma non credo sia il modo migliore di frequentare la letteratura).

Così, per esempio, si può tenere molto da conto la pars destruens di un pensiero e non condividere di una virgola la pars construens dello stesso.? Senza con questo essere affiliati a una scuola, un’ideologia, una cricca? Senza con questo assumere un principio – si sarebbe detto alcuni anni fa – decostruzionista per far dire a un testo ciò che non aveva nessuna intenzione di dire?

Prendiamo per esempio due libri da usciti poco. L’editore, Piano B. Possiamo ben dire – e lo fa nell’introduzione al libretto Alessandro Miliotti – che nell’Esegesi dei luoghi comuni di Leon Bloy la serie ascrivibile al mondo preso di mira dall’eccentrico scrittore (borghesia, denaro, affarismo, cinismo, ipocrisia) venga messa in questione da un’escatologia cattolica che assegna a parole come povertà, dolore, espiazione il ruolo salvifico della contesa. Un lettore tutt’altro che sensibile a questo genere di spiritualismo non ha diritto di dimenticarlo, ma può leggere con interesse e piacere – sì piacere – la critica feroce mossa dallo scrittore francese al mondo borghese. Cosa che in questo testo scritto proprio negli anni a cavallo fra fine ‘800 e inizi del ‘900, fa prendendo l’abbrivo da una serie di “luoghi comuni” appunto, frasi fatte e idées reçues su cui si era già esercitato il grande Flaubert. Che poi chiedere conto a una società come quella francese (sarebbe stato lo stesso e peggio con quella italiana) del suo sedicente cattolicesimo mentre si spartiva le ricchezze africane con le altre nazioni europee era pure il minimo da parte di uno scrittore siffatto, o no?

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Michele Lupo

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