Chiesa e Mass media. Intervista a Don Andrea Verdecchia

Maria Cristina Famiglietti

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ilmaestro-magicoIl maestro magico. Itinerari pedagogici dietro la macchina da presa” (Paoline). Un argomento di grande interesse, tema di approfonditi dibattiti è il rapporto tra Chiesa e mass-media; un equilibrio dalla gestione difficile e delicata che fin dall’inizio ha portato, però, a contributi mirabili. Il libro di Don Andrea Verdecchia si muove su questo terreno scivoloso compiendo un cammino sicuro ed illuminato, scegliendo di addentrarsi nel campo della comunicazione multimediale affrontando il rapporto tra cineforum e comunità.

Un volume destinato agli appassionati del genere, agli operatori della comunicazione e della cultura, questo saggio coglie l’occasione per attirare lo sguardo del lettore su di una tematica non frequente, e far riflettere gli operatori pastorali sulla necessità di pensare a nuove forme di comunicazione multimediale per una efficace nuova evangelizzazione che sappia coinvolgere soprattutto i giovani. Leggiamo le parole dell’autore.

Gli Orientamenti Pastorali della Chiesa cattolica per il nuovo decennio affrontano la sfida educativa, quel bisogno diffuso di educazione completa della persona umana, a tutti i livelli ed in tutti gli ambiti. Questo suo libro è fortemente intriso di istanze pedagogiche.
“La Chiesa, come custode e dispensatrice della Parola di Dio, viene da sempre identificata come ‘Madre’ e ‘Maestra’. Due immaggini, tra le più vicine, alla dimensione pedagogico-educativa che rimandano immediatamente alla innata esigenza del Popolo di Dio di essere allo stesso tempo guidato ‘da’ Dio e guida nel mondo ‘verso’ Dio. Ecco perchè, sopratutto dalla svolta conciliare, la dimensione antropologica della ‘centralità’ della persona è divenuto  un vero e proprio orizzonte su cui far convergere l’impegno pastorale. Proprio Giovanni Paolo II, ormai Beato, nella sua Enciclica di inizio del pontificato, il monumento pastorale ‘Redemptor hominis, sottolinea e ribadisce come la via della ‘Salvezza’ è l’uomo, in quanto legge della Chiesa e dell’annuncio evangelico è il mistero dell’ Incarnazione del Verbo. Il cinema, dal canto suo, apre a molte possibilità sia di osservazione e acquisizione di nuove istanze culturali e sociali, sia di proposta di autentici percorsi pedagogici, cioè ‘veramente’ umani e dunque aperti al ‘trascendente’. Inoltre, proponedosi come settima arte, il cinema porta con se, iscritti nel proprio dna, tutti i presupposti per attrarre l’uomo al mistero di una bellezza potenzialmente proptesa verso l’unica Bellezza che il cristiano contempla in Cristo e nel suo corpo mistico che è la Chiesa.”

Dov’è nata l’idea di scrivere un libro come questo che unisce ambiti così apparentemente diversi come fede e cinema?
“Questo contributo, in cui ho raccolto e rielaborato anche una parte della mia ricerca e dei miei studi universitari, vorrebbe risvegliare l’attenzione degli animatori culturali cattolici, intesi in particolare come animatori delle Sale della Comunità, sulla dimensione pedagogica del cinematografo. Ecco perchè ad aprie il libro, nel primo capitolo, mi è sembrato utile tracciare un piccolo ‘diario’ storico che ha visto la Chiesa sin dall’inizio della primo ciak come co-protagonista dell’impegno culturale dei registi in una società ormai votata alla fagocitazione della modernità. Basti pensare al fatto che le prime pellicole della storia del cinema hanno avuto come soggetto la figura di Gesù e della Madonna, e in seconda battuta ricordare che i primi cinema della storia sono state delle ‘chiese’ dove un lenzuolo appeso sopra all’altare maggiore fungeva da ‘schermo’ cinematografico. Di fondo si può tranquillamente affermare che il cinema, con la sua forza di attrazione in quanto espressione artistica e culturale allo stesso tempo, porta con se in maniera più o meno consapevole un forte contenuto ‘religioso’ ovvero di apertura ad altro, e agli altri, se non altro per il fatto che ciò che viene narrato interpella e chiama in causa la partecipazione dello spettatore pur rimanendo una ‘finzione’ tecnologica.”

Don Andrea, lei è un giovane sacerdote, che si trova ad affrontare le sfide della fede in questo nostro tempo moderno. Su cosa si basa la sua pastorale?
“Bè, da prete e da battezzato, ho la presunzione di dire che la mia pastorale non è la mia, come quella di tutta la Chiesa, ma è l’azione stessa di Cristo che trasforma la storia con il suo corpo che è la comunità dei battezzati. In questo senso, la pastorale non dovrebbe mai perdere di vista le due polarità o dimensioni ‘essenziali’ e costitutive della fede: quella ‘comunionale’ o ‘comunitaria’, e quella del rapporto con ‘il’ Dio Trinità ovvero della comunicazione e del ‘respiro’ di amore che nasce dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo. Proprio nell’Unità pastorale dove sto vivendo il mio ministero presbiterale, stiamo proponendo alla città dei percorsi spirituali a partire dalla ‘concertazione’, dalla sinergia di diverse espressioni artistiche. In questo particolare tempo liturgico di quaresima e di Pasqua ad esempio abbiamo pensato, con il consiglio pastorale, di proporre un percorso spirituale e partire da una cultura della Bellezza dove affiancare l’esecuzione dello Stabat Mater di Pergolesi con la visione e la discussione sul film ‘Il pranzo di babette’ di Gabriel Axel. In questo senso, a mio avviso, mentre la semplice e sporadica proposta di una serata a sfondo culturale, può rimanere marginale se non addirittura poco accattivante, proporre un percorso ‘pedagogico’ nel senso più autentico attraverso più appuntamenti e soprattutto con molteplici espressioni di bellezza può raccogliere una riposta maggiormente positiva. D’altro canto non è stata questa la pazienza di Dio verso il popolo eletto? Costanza e collaborazione, pazienza e arricchimento reciproco, sono la via prediletta di una pedagogia capace di aprire a ciò che trascende la storia.”

Si può combattere il relativismo moderno parlando con le immagini e quindi educando ad un sentimento estetico di riflessione?
“Da parte mia credo che impostare la questione in termini di scontro sia controproducente. Se è vero che Gesù ha parlato di verità e nella verità è anche vero che lo ha fatto ‘essendo’ Lui stesso la verità su Dio e sull’uomo. Dal momneto che la sua parabola terrena si è conclusa con la croce, e dunque con il dono totale di Dio verso l’umanità ‘lontana’ e ‘indifferente’, ovvero la ric-creazione di tutto nell’amore, non ci si può dimenticare che la rivelazione di quella verità è proprio l’amore. Ecco perchè da sempre la Chiesa ha investito, anche concretamente, sulla creazione di opere d’arte. Perchè la verità che si rivela, l’amore, è Bellezza e davanti alla Bellezza l’uomo non può rimanere indifferente. Allora da prete e da cristiano, più che preoccuparmi di chi non la pensa o non vive ‘come’ me, mi pongo piuttosto questa domanda: siamo attraenti come Chiesa? Cosa comunichiamo al mondo come comunità di redenti? Proprio l’attore Elio Germano, in una recente intervista al quotidiano romano Il Messaggero, incalzato sulle tematiche relgiose, ha dato secondo me una risposta molto illuminante ma acnhe critica nei nostri confrontei: lui afferma che «La Chiesa – ha affermato –  si occpua troppo spesso di questioni terrene, umane, come l’aborto, l’eutanasia, l’etica sessuale, dimenticando di aiutare l’uomo ad affrontare la domanda decisiva dell’esistenza:quella sulla morte». Detto da una voce laica tutto ciò mi ha fatto riflettere maggiormente, e a pensarci bene l’attrazione del Vangelo, la forza di portare al martirio e alla morte, che fin dagli inizi ha distinto la Chiesa nel mondo, sta proprio nella capacità di portare lo sguardo dell’uomo ‘oltre’ la storia, oltre le tante verità terrene, oltre le vicende prettamente umane, verso l’unica verità che è Cristo, la sua Bellezza, il suo Amore, ciò che a differenza dei ‘principati, delle potestà e delle potenze’ rimarrà in eterno. Solamente la Bellezza attrae veramente il cuore dell’uomo, e lo fa proprio perchè non risponde a delle domande umane e terrene, o meglio parte da esse per elevarle, le innalza, le purifica, le ricolloca al loro giusto posto ovvero in Cristo alla destra del Padre. Questa è la bellezza della liturgia, dell’arte religiosa, della musica liturgia, della pittura di tutte le arti e quindi del cinema stesso. Questo attrae veramente, senza divisioni, senza frammentazioni, non relativamente ma ‘assolutamente’ cioè riportando l’uomo a quell’unità , quella organicità, come il pensatore russo Solov’ëv ci ricorda, che solo la Bellezza comunionale e trinitaria di Dio può donare. Il dramma della nostra epoca, spesso tristemente condiviso dalla Chiesa, è stata la scissione dell’uomo in una prospettiva o puramente ‘etica’, cioè il moralismo, o superficialmente ‘estetica’, ovvero l’edonismo. Al fondo il relativismo è l’ancora di salvezza ‘laica’ che l’uomo ha trovato nel mare burrascoso in cui l’imbarbarimento dei sentimenti e delle passioni rischia di farlo annegare nel nulla. La vera sfida della Chiesa dunque, non è ne etica ne estetica, ne tantmento educativa, questi capiamo bene sono solo dei ‘predicati’ pastorali, degli sfondi più o meno accattivanti, la vera sfida è ritornare ad attrarre l’uomo con la ‘vita’ di Cristo, attraverso la Bellezza dell’amore. In questo senso, citando il grande pontefice Paolo VI, il mondo non ha bisogno di chi insegni la fede, ma di chi la testimoni, e testimoniare la fede nel mondo è trasfigurare la storia con l’amore e con la bellezza di Cristo, come Chiesa, come comunità di redenti, come popolo vivo e santo. Solamente chi vive per Crsito, con Cristo e in Cristo, ci ricorda la liturgia eucaristica, può attrarre alla vita. Non è un insegnamento da dare, non è una formula pastorale da inventare ma una Bellezza da riscoprire. Il cinema, e tutto il panorama artistico e culturale, ci possono aiutare.”

Don Andrea Verdecchia (Roma, 1982) è vicario parrocchiale presso l’Unità Pastorale di San Pietro e Cristo Re in Civitanova Marche (Mc), e collaboratore del Consultorio Familiare diocesano Famiglia Nuova. Ha conseguito la Licenza in Teologia Pastorale con specializzazione in Teologia della Comunicazione, con la tesi La spiritualità del silenzio nella poetica di Kim Ki-duk, presso l’Istituto Pastorale Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense, dove sta svolgendo la ricerca di dottorato.

Autore: Andrea Verdecchia
Titolo: Il maestro magico. Itinerari pedagogici dietro la macchina da presa
Editrice: Paoline
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo: 10  euro
Pagine: 138

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