“Sprechi” (Bruno Mondadori, 2009) di Tristram Stuart è un libro che parte da lontano. Ma che ci è molto, molto vicino. All’inizio, c’è la considerazione che la nostra civiltà si fonda sui raccolti prodotti grazie alla prima grande rivoluzione dell’umanità: quella agricola, è noto. È invece molto meno noto che oggi “l’avanzata dell’agricoltura minaccia la vita che dovrebbe sostenere”.
La prima minaccia è costituita dalla coltivazione intensiva di piante destinate alla produzione di agrocarburanti (soprattutto mais, da cui si estrae l’etanolo). Oltre ad essere ovviamente - in un momento in cui gran parte dell’umanità è malnutrita - un crudele modo di “riempire serbatoi in vece che bocche affamate” (al punto da provocare lo sdegno di Jean Ziegler, relatore alla Nazioni Unite per i diritti umani, portandolo ad affermare che “la produzione di biocarburnati è un crimine contro l’umanità“), tale coltura incide perniciosamente sul problema ambientale e climatico.
Ma il vero grande problema è quello dello spreco del cibo: negli Stati Uniti, ad esempio, viene sprecato (cioè buttato nella spazzatura) quasi il 50% del cibo; al contempo “nel mondo vi è circa 1 miliardo di individui malnutriti che potrebbero essere sfamati con una minima parte degli alimenti che la parte ricca della Terra butta via”. Fermo restando che il problema non riguarda solo il Sud del mondo: in Gran Bretagna 4 milioni di persone non possono permettersi una dieta adeguata; negli stessi Stati Uniti 35 milioni dipersone non hanno accesso garantito al cibo.
Anche qui, il problema non è solo quello della povertà collegata alla pessima distribuzione, ma più in generale quello della sostenibilità: la crescente domanda di cibo (che in gran parte verrà sprecato) divora terreni a scapito delle foreste, acuendo il problema climatico-ambientale. È qui che si può incidere con forza per risolvere il problema dell’emissione di gas serra: “più del 50% delle emissioni di gas serra proviene dalla produzione di cibo; se lo spreco fosse dimezzato, le emissioni sarebbero decurtate del 5%, forse più”. Come mezzo di lotta al surriscaldamento globale, la riduzione dello spreco ha un innegabile vantaggio: non si tratta di rinunciare ad alcuna comodità, ma solo di imparare ad utilizzare il cibo invece di buttarlo via.
Si pensi che i supermercati buttano via merca fresca, perfettamente commestibile, non ancora scaduta, per banali motivi di eccedenza o per lievissime imperfezioni. Contro questo spreco esiste oggi in Italia l’organizzazione Last Minute Market, specializzata nel raccogliere il surplus alimentare di alcuni supermercati e distribuirlo ai bisognosi. Nel solo E-Leclerc/Conad di Modena, Last Minute market ha raccolto 100.000 chili di cibo all’anno, per un valore di circa 200.000 euro, dal 2005, distribuendolo agli indigenti. L’auspicio è che questa iniziativa possa diventare presto una tendenza.
Fino a quel momento, Stuart continuerà a prelevare cibo dai bidoni dei supermercati e a mangiarlo: è il suo modo di protestare contro l’ingiustizia e l’irrazionalità della produzione e della distribuzione del cibo. Questo libro dimostra che lo spreco è economicamente dannoso, globalmente insostenibile e se ne può tranquillamente fare a meno, senza dover modificare significativamente lo stile di vita. Cambiare si può, e si deve. Tutto sta nel cominciare: l’appetito, poi, verrà mangiando.
Tristram Stuart scrive su numerosi giornali e ha prodotto documentari televisivi. Nel 2006 ha pubblicato un libro sulla cultura vegetariana dal titolo The Bloodless Revolution.
Info: gruppo su Facebook
Autore: T. Stuart
Titolo: Sprechi
Editore: Bruno Mondadori
Anno: 2009
Prezzo: 22 euro
Pagine: 360
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