La grande saga indiana: “L’atlante del desiderio”

Michela Gelati

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atlante_del_desiderioAl centro di “L’atlante del desiderio” (Bompiani, 2010) di Anuradha Roy, c’è una casa antica e umida nel cuore dell’India, circondata da palme, sulle sponde di un grande fiume che si gonfia a ogni monsone.

Una casa di famiglia, dove si incrociano generazioni e destini in una grande saga che si snoda per decenni, dal 1907, quando il capostipite Amulya si trasferisce con la moglie Kananbala da Calcutta a una cittadina di provincia, Songarh, dove fonda una fabbrica di profumi e medicine naturali, fino all’indipendenza dell’India dal dominio britannico e agli anni tumultuosi e drammatici della divisione dall’odierno Pakistan.

Tra affaristi furbi, famiglie miserabili, vedove inglesi, musulmani costretti a fuggire dopo la partizione, grande protagonista del romanzo è la storia d’amore tra Mukunda, senza casta, nipote illegittimo di un dipendente dell’azienda di Amulya, e Bakul, la nipote di Amulya, rimasta senza madre. I due ragazzi crescono insieme fino a quando i giochi innocenti e l’amicizia dell’infanzia non si trasformano in amore alle soglie dell’adolescenza, e la famiglia di Bakul costringe Mukunda ad andarsene di casa e a trasferirsi a Calcutta, dove il giovane farà strada alle dipendenze di un immobiliarista senza troppi scrupoli. Fino a quando la sua strada e quella di Bakul non si incontreranno di nuovo.

Il romanzo della Roy, che è anche giornalista e proprietaria di una casa editrice, si inserisce nella grande tradizione della narrativa indiana, da Vikram Seth a Anita Desai: i destini personali i e grandi avvenimenti storici e politici del subcontinente, una trama avvincente che intreccia abilmente i destini dei personaggi su un grande arco di tempo, e poi la grandezza e gli antichi problemi dell’India: i matrimoni combinati, le caste, il dramma delle vedove, la tremenda miseria che sempre si rinnova, e che non smette di affliggere anche ora le classi indiane più basse, schiacciate e impoverite dal boom economico di cui sta invece beneficiando la classe media.

Di nuovo, però, c’è che l’intoccabile, il fuori casta Mukunda non è più uno sfondo, un pretesto all’interno di storie altrimenti dominate da personaggi della classe media o della buona società indiana: la Roy mette proprio Mukunda al centro della scena, tanto che l’ultima parte del libro, diversamente dalle altre, è raccontata da lui in prima persona. Mukunda, come tutti i bambini soli della storia della letteratura, sembra destinato a una vita miserevole e già segnata fin dall’infanzia. Eppure in questo bellissimo romanzo nessuna strada sembra tracciata a priori, e Mukunda colpisce il lettore come qualunque persona che, proprio come nel sogno americano, grazie alle sue forze, alla sua intelligenza, e in fondo anche alla sua integrità morale riesce a scompaginare le carte e ingannare il destino, scrivendo da sé la propria storia.

Anuradha Roy è cresciuta a Hyderabad e Ranchi, in India. Ha studiato al Presidency College di Calcutta e a New Hall, Cambridge. Ha lavorato come giornalista e ora è proprietaria della casa editrice di Delhi “Permanent Black”. Vive tra Delhi e Ranikhet, una piccola città sull’Himalaya. L’atlante del desiderio è il suo primo romanzo.

Autore: Anuradha Roy
Titolo: L’atlante del desiderio
Editore: Bompiani
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo: 21 euro
Pagine: 438

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Michela Gelati

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