Ricordando Leonardo Sciascia con “Il gioco dei padri”

Matteo Chiavarone

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il-gioco-dei-padri1Per comprendere il centro di gravità di Il gioco dei padri (Avagliano, 2009) di Anna Maria Sciascia bisogna rifarsi a rapporti come quello fra Tolstoj e sua moglie, ampiamente documentati nel bel saggio Il caso di Sofija Tolstoj.

“Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo“. Lev Tolstoj, autore di questa massima fin troppo famosa tra le pagine di Anna Karenina, è famoso non solo per le sue opere, a volte mastodontiche come Guerra e Pace, ma anche per la temeraria Sofija, la moglie che gli diede tredici figli e sette trascrizioni del manoscritto.

Nel caso di Sofija, l’amore-odio che la spingevano verso Tolstoj la rendevano falena troppo vicina ad una tremenda fiamma, sempre prossima alla bruciatura fatale. Ci sono invece rapporti fra mogli e mariti che si alimentano di mancanze, assenze e distanze. A vent’anni dalla morte di Leonardo Sciascia, sua figlia Anna Maria ha deciso di raccontare la storia di un altro padre e di un’altra figlia, Luigi e Lietta Pirandello, e la peculiare infelicità di questa famiglia. Il perché di questa scelta è forse da ricercare nella proverbiale riservatezza della famiglia Sciascia, unita all’innegabile necessità di parlare di questa comunità umana che tanto ha condiviso con i Pirandello. Con loro, oltre alla scrittura, gli Sciascia condividevano l’appartenenza esistenziale alla materia: nello specifico, lo zolfo.

Mentre il padre di Leonardo lasciava la vita, come tanti altri “morti vivi”, nelle miniere di zolfo siciliane, Luigi ne traeva forza e linfa vitale e tempo per creare il proprio successo letterario. Antonietta Portulano, sua complice in un matrimonio combinato a cui ancora la letteratura diede le sembianze di “un matrimonio d’amore con la donna ideale”, era infatti proprietaria di una zolfara da cui la famiglia Pirandello riceveva il proprio sostentamento. Sarà proprio la perdita di questa miniera a far ammalare Antonietta che, sotto i colpi della paralisi prima e di una tremenda gelosia poi, spianerà la strada alla pazzia che l’allontanerà dal talamo coniugale. Una distanza che mai sarà colmata, nemmeno col ricordo delle appassionate lettere che fecero dire ad un giovane Luigi “diventerai la più perfetta scrittrice della terra”.

Una vicenda più eclatante, quella degli infelici Pirandello, uno scrittore che ha usato la letteratura come un coltellino affilato con cui modellare a sua immagine e suo gusto moglie e famiglia. Attraverso la trascrizione di lettere a volte morbose, a volte solo ferocemente appassionate, Anna Maria Sciascia traccia le coordinate di un amore filiale, quello fra Lietta e papà Luigi, che si nutre di parole, rimorsi e invocazioni di presenza, anche se fra loro i due hanno un intero oceano a dividerli. Benché tra le pagine de Il gioco dei padri ci sia più spazio per la passione che per il racconto degli amari torti che Pirandello ha dovuto affrontare nel rapporto con sua figlia, Lietta fu crudele con il padre che diceva di amare, tanto da essere allontanata anche nel feroce testamento lasciato dallo scrittore siciliano. Proprio nel racconto di questa frattura, Anna Maria Sciascia introduce la figura di Antonietta, sempre fida consigliera per la figlia Lietta, vergando sulla pagina l’immagine di una donna che “si è esclusa dalla vita, si è punita perché non è riuscita ad essere come lui la voleva”. In questa semplice frase è racchiusa tutta la forza e la verità di una paura – o per altre di una certezza – che le donne chiamate ad accompagnare la vita di un genio recano in sé. Sofija Tolstoj diceva: “Sono per lui una fonte di piacere, una infermiera, un mobile, una donna: niente di più”. Sminuirsi e restare, sminuirsi e annientarsi: soluzioni diverse per uno stesso interrogativo, è possibile rimanere accanto ad un corpo incandescente – sia esso una stella o una fiamma – e non morirne?

In un gioco di specchi, anche se si parla quasi solo dei Pirandello, si colgono i riflessi di un racconto più intimo e tormentato, quello della famiglia con il genio di Leonardo Sciascia. Proprio di questi giorni sono le poche e timide parole della figlia maggiore, Laura, che in un ricordo commosso del padre dice ”Mio padre era una persona speciale, e non solo come scrittore. Era un papa’ speciale, il mio papa’…”. Un uomo che oggi “sarebbe tanto disorientato…”. È per questo che Anna Maria nella sua nota finale scrive “Ho scelto una vita tranquilla di moglie e di madre e un lavoro ancora più tranquillo, al riparo dai coinvolgimenti intellettuali, competizioni e ambizioni…”: quasi come se la letteratura fosse per queste donne generate dalla passione per le parole, un male da cui difendersi.

Anna Maria Sciascia, figlia di Leonardo, attraverso l’analisi dell’opera pirandelliana e delle lettere familiari racconta, con voce partecipe e commossa, il dramma di Antonietta Portulano, moglie di Luigi Pirandello, e l’inquietudine della figlia Lietta. Una interpretazione complessa e contraddittoria del vivere accanto a uno scrittore.

Autore: Annamaria Sciascia
Titolo: Il gioco dei padri
Editore: Avagliano
Anno di pubblicazione: 2009
Prezzo: 5 euro
Pagine: 96

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Matteo Chiavarone

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