Ilaria Alpi e le “carte false”. Intervista a Roberto Scardova

Stefano Giovinazzo

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carte-falseIl 20 marzo del 1994 vengono uccisi in Somalia la giornalista Ilaria Alpi e  il suo operatore Miran Hrovatin. In “Carte false” (Edizioni Ambiente, 2009), Roberto Scardova indaga le verità ancora nascoste. Ecco le sue parole.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, cosa rimane della loro storia?
“Rimane la realtà di un Paese, la Somalia, ove l’intervento militare gestito quindici anni fa dagli Stati Uniti e dall’Italia non riuscì a creare le condizioni per la pacificazione, e che fu anzi abbandonato ad  una guerra civile ancora oggi senza sbocchi,con indicibili sofferenze per la popolazione. Gravissime sono le responsabilità italiane, che furono oggetto dell’inchiesta di Ilaria e Miran. Corruzione, tangenti, traffici di armi e sostenze tossiche: dal nostro Paese i Somali si aspettavano ben altro… Sono convinto che il mancato accertamento della verità sulla morte di Ilaria e Miran dipenda dal fatto che non si è voluto smascherare chi e come gestiva quei traffici criminali, chi e come in Italia intascava tangenti e profitti illeciti sulla pelle del popolo Somalo. Non è un caso, del resto, che tutte le inchieste giudiziarie su quei traffici siano state archiviate, che i mille indizi a disposizione degli inquirenti non siano stati approfonditi. Ed anche per questo da più parti si sottolinea che quelle azioni criminali di fatto continuano tranquillamente.”

Un libro d’inchiesta a più voci. Dopo tanti anni c’era ancora tanto da dire?
“Sì, perchè le inchieste giornalistiche finiscono soltanto quando si accerta una verità convincente. E nel caso di Ilaria e Miran gli stessi giudici di Corte d’ Assise – in primo ed in secondo grado – hanno convenuto che non basta la incerta verità conseguita nei Tribunali. E’ stato condannato un giovane Somalo, Omar Hasci Assan, considerato uno degli assassini, ma definito in realtà dai giudici un “capro espiatorio” mandato allo sbaraglio da chi  intendeva coprire le vere responsabilità del delitto di Mogadiscio. I giudici scrivono, nelle sentenze, che si volle impedire ad Ilaria e Mira di riferire in Italia quanto avevano scoperto sul traffico di armi e rifiuti: e che,dunque, furono i gestori di quei traffici a condannare a morte i due giornalisti. Ma su questa indicazione delle Corti d’Assise le indagini degli inquirenti,durante tutti questi quindici anni, hanno compiuto ben pochi passi avanti. E se il caso è rimasto aperto, lo si deve soltanto alla straordinaria forza d’animo dei genitori di Ilaria, Luciana e Giorgio: i quali, con l’avvocato Domenico d’Amati, hanno continuato a documentare, a denunciare, a pretendere un atto di dignità da parte delle autorità del nostro Paese.”

Insabbiare le prove, una manovra sporca ma che viene sempre attuata. Nel caso in questione chi e come ha cercato di mettere a tacere l’intera vicenda?
“L’inchiesta condotta da Ilaria e Miran in Somalia aveva di mira poteri forti, molto forti. I partiti politici che intascavano gran parte dei fondi stanziati dallo Stato italiano e destinati ad aiutare la Somalia. Le imprese che avevano ottenuto appalti miliardari. I produttori di sostanze tossiche, e persino radioattive, troppo costose da smaltire legalmente in Italia e negli altri Paesi europei. I servizi segreti italiani, i quali ben conoscevano (ci sono decine di note informative) la realtà di armi che clandestinamente entravano in Somalia per alimentare la guerra civile, quella che su ordine dell’Onu i nostri soldati erano andati a tentare di bloccare. L’insabbiamento della verità del delitto avvenne del resto sin da subito: i nostri carabinieri pur presenti a Mogadiscio non fecero indagini, i nostri servizi segreti tennero occultate le informazioni in proprio possesso, e una volta in Italia il corpo di Ilaria fu seppellito senza autopsia, nel tentativo di nascondere che lei e Miran erano stati uccisi con un colpo alla testa, uno ciascuno, come nella più classica delle esecuzioni. Poi, dopo due processi ed una sentenza di Cassazione, la amara realtà di una Commissione parlamentare di inchiesta che ha voluto concludere i propri lavori sostenendo – con la maggioranza di centro destra – che Ilaria e Miran non avevano scoperto nulla, e addirittura che in Somalia erano andati in vacanza… E questo in clamoroso contrasto con la decisione assunta dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ad Ilaria e Miran ha voluto assegnare la Medaglia d’oro al valor civile per il lavoro giornalistico svolto in Somalia, al prezzo della vita.”

Veniamo al cuore del suo lavoro: cosa avevano scoperto i due giornalisti di tanto scottante?
“Guardi, nonostante le proprie umilianti conclusioni (umilianti per chi le ha sottoscritte, naturalmente) è stata la stessa Commissione parlamentare di inchiesta a fornire gli elementi che mancavano per capire quanto a fondo fosse arrivato il lavoro di Ilaria e Miran. E’ scritto nelle migliaia di pagine di testimonianze, verbali, udienze conoscitive, accertamenti compiuti dai commissari e dai loro consulenti. Sino alla testimonianza resa in aula dal sultano di Bosaaso, Mussa Bogor, l’ulime persona intervistata da Ilaria e Miran. Bogor ha raccontato che Ilaria gli posse con insistenza numerose e documentate domande sui traffici di armi e rifiuti, sul ruolo delle navi della società Shifco, sull’ipotesi che la strada Garoe Bosaso costruita dagli italiani fosse servita a nascondere sostanze tossiche, sulla destinazione degli aiuti umanitari provenienti dall’Italia… Ilaria dunque sapeva, si era documentata, aveva raccolto indizi importanti…E il sultanto,nel corso dell’intervista, le aveva confermato come poteva l’esistenza di quei traffici. Ebbene: una volta rientrate in Italia, le cassette su cui quell’intervista era stata registrata risultarono monche. Non c’erano le domande e le risposte riferite dal sultano alla Commissione. Nemmeno l’avvertimento, che Bogor ha detto di aver mormorato ad Ilaria: attenta, signorina, chi si occupa di queste cose non si sa come ma poi scompare, muore…E d appena rientrati a Mogadiscio, infatti, Ilaria e Miran furono assassinati. La Commissione non ha tenuto in alcun conto la testimonianza di Bogor, non ha fatto esaminare le cassette per scoprirvi eventuali manomissioni, nè ha cercato di sapere dove sono andati a finire i taccuini su cui Ilaria annotava appunti e contatti. Ha invece recuperato,con grande clamore mediatico, l’automobile Toyota su cui a Mogadiscio i due giornalisti sarebbero stati assassinati, allo scopo di confermare definitivamente la versione sulle modalità del delitto fornita da colui che per primo arrivò sul luogo, l’italiano Giancarlo Marocchino. Costui – a suo tempo denunciato, tra l’altro, per traffico di armi a Mogadiscio, e da più parti indicato come soggetto attivo nel traffico dei rifiuti, nonchè in contatto coi nostri servizi segreti – è di fatto divenuto il principale collaboratore della Commissione.  Ma una perizia scientifica, pretesa dai genitori di Ilaria, ha accertato che su quella macchina il sangue di Ilaria non c’è. Ed è scattata dunque  l’ipotesi di un ennesimo, intollerabile depistaggio,sulla quale sta ora indagando un magistrato della Procura di Roma, che ha dovuto riaprire le indagini.”

Quindici anni senza verità. Quanto siamo vicini a sapere cosa è davvero accaduto in Somalia quel 20 marzo 1994?
“Come le dicevo, le indagini sono state riaperte per ordine del Giudice delle indagini preliminari, che ha respinto la richiesta di definitiva archiviazione a suo tempo avanzata dalla Procura di Roma. Nel nostro libro Mariangela Gritta Grainer elenca minuziosamente la ragioni per le quali il Gip si è opposto all’archiviazione. Nuove perizie dovranno dunque essere effettuate, saranno sentiti nuvi testimoni, e sarà recuperata tra l’altro la documentazione raccolta dalla Digos di Udine, cestinata dalla Commissione parlamentare. La Digos di Udine ha ricostruito, attraverso il racconto di testimoni  definiti attendibili, una circostanza drammatica: che, cioè, l’assassinio di Ilaria e Miran sarebbe stato deciso nel corso di una riunione tenutasi a Mogadiscio, presenti esponenti somali ed italiani indicati con tanto di nome e cognome..E’ quanto risultava, attraverso altre fonti, anche ai nostri servizi segreti: che però non avevano approfondito l’accertamento. Dunque è possibile pervenire ad una verità più completa: e sarebbe certo più facile, se tutte le autorità finalmente collaborassero attivamente col magistrato.”

Cosa pensa del Premio Ilaria Alpi?

“Il Premio giornalistico televisivo intitolato ad Ilaria Alpi, ed istituito subito dopo la morte della giornalista, ha raggiunto un altissimo livello di prestigio in Italia ed all’estero. Costituisce un ormai insostituibile contributo a valorizzare il giornalismo d’inchiesta, che in Italia – ed in Europa – non vive certo momenti tranquilli. Ed è con grande soddisfazione che noi componenti la giuria del Premio registriamo, ognianno, una crescente partecipazione di filmati inviati da giornalisti di tutto il mondo: anche da quei giovani che, in Italia, faticano terribilmente ad ottenere spazi e consensi da parte dei Direttori di reti e testate televisive nazionali e locali, ma ci provano, non mollano, e spesso raggiungono risultati dei quali l’intera informazione italiana deve essere loro grata. Giovani che erano bambini all’epoca dell’assassinio di Ilaria e Miran: e che da quel delitto – come da quelli di Maria Grazia Cutuli, Enzo Baldoni, Raffaele Ciriello, Antonio Russo e di tanti altri giornalisti assassinati in cicostanze ancora non chiarite – hanno tratto non paura e timore, ma ulteriore forza per voler osservare i fatti coi propri occhi, controllare le notizie sul posto, e riferirle poi anche se fastidiose per i potenti di turno.”

Voto: 7
Autore: Roberto Scardova (a cura di)
Titolo: Carte false. L’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Quindici anni senza verità
Editore: Ambiente
Anno di pubblicazione: 2009
Prezzo: 14 euro
Pagine: 192

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