Sylvia

Michele Lupo

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SylviaSylvia (Adelphi, 2016) di Leonard Michaels. Come ognuno sa, vivere al Greenwich nei primi anni Sessanta era un affare. Fino a poco tempo prima era praticamente campagna, gli affitti erano abbordabili – e così artisti di varia tempre e talento occuparono il Village in massa.


Ci trovavi Ornette Coleman o Theo Monk (tanto per spiegare ai sordi cosa poteva essere il jazz – per dire, al Blue Note), o i vari Ginsberg, Burroughs e l’assai sopravvalutato Kerouac, e persino un insospettabile, futuro – per noi freschissimo – premio Nobel, facitore di canzoni ben presto però aureolato di mito.

In questo scenario lo scrittore Leonard Michaels si innamora a prima vista – nemmeno il tempo di enucleare (ma di intuirli sì) tutti i dettagli che ne compongono l’assai seducente complessione fisica – dell’amica di un’amica cui fa visita appunto da quelle parti. La storia di questa subitanea e tragica relazione è scritta avendo per sfondo un paesaggio molto vivo, forse più degli stessi personaggi.

S’intende, colpisce l’abilità e la credibilità descrittiva dell’ambiente – considerando che la storia nasce come memoir di una vicenda autobiografica, possiamo immaginare che il resto sia stato aggiunto dopo, una volta deciso che sarebbe potuto venirne fuori un vero romanzo, ma il lettore non lo avverte. L’impasto funziona – non perché si tratti di uno spazio-mondo fra i fondamentali dell’immaginario novecentesco ma per intrinseca capacità della scrittura. Che agisce in proprio, filtrata all’inizio da uno sguardo perplesso ma sensibile: il narratore, studente svogliato e inconcludente, deciso solo a “non invecchiare in una biblioteca”, che non capitava al Village da un po’ di tempo, ora resta sconcertato da tutto quel movimento: gli pare impregnato di un’”atmosfera apocalittica”. Forse per quello, quando arriva a casa della vecchia amica, quella di lei, Sylvia, “magra e abbronzata, (…) con i capelli fin sotto la vita” (e assai afona, bisogna dire) lo folgora al punto che Leonard passa la giornata nella tipica ebetudine di un adolescente innamorato. Ma invece nessuna ironia: i due, nonostante l’aria accidentale delle premesse -, si sposeranno, creando essi stessi le premesse per una storia tragica.

E nonostante sembrasse Leonard quello destinato a cadere trafitto dalla visione della bellezza altrui, è Sylvia la parte debole della coppia. Insicura più del dovuto, anche della sua bellezza, sospettosa verso ogni azione di lui che non la contempli direttamente – e Michels una cosa la sa: vuole scrivere –, certo tutt’altro che aiutata nelle sue ossessioni di possesso e gelosia dalla droga: l’altra faccia della luna di quegli anni “formidabili”, il trip lisergico andato a male, la disperazione che lasciava sul campo lasche e sfatte democraticamente non solo “le menti migliori della generazione” ma chiunque.

Come nell’impareggiabile Revolutionary Road, anche qui la coppia deve rassegnarsi al destino delle coppie tutte: la cultura non salva nessuno, e le presunte quanto improbabili differenze con le famiglie borghesi sono più un motivo di delusione ulteriore che una possibilità di sviluppo arioso. L’aria piuttosto manca, gli scazzi sono solo più frustranti, Leonard tenta di consolarsi che no, tutti i matrimoni sono un disastro, meglio farsene una ragione. Sylvia no, Sylvia non accetta il fallimento, né si accontenta di uscirne in un modo qualsiasi. Al vedovo e futuro scrittore lascerà il gravame di una vita che decide da sola il proprio finale – e un romanzo da scrivere: cos’altro sennò?

Recentemente sembra doveroso – frizzi e lazzi modaioli – dire male della letteratura americana. Trovatemene un’altra, nell’ultimo cinquantennio, in grado di spappolare così alle radici l’istituto del matrimonio.

Autore: Leonard Michaels
Titolo: Sylvia
Editore: Adelphi
Anno di pubblicazione: 2016
Traduzione: Vincenzo Vergiani
Pagine: 129
Prezzo: 16 euro

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Michele Lupo

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