Quando la notte è più luminosa

Antonella Stoppini

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Quando la notte è più luminosaIl dramma dei profughi è il filo conduttore del romanzo Quando la notte è più luminosa di Nadia Hashimi (Piemme Editore 2016).


“Quando ero giovane, l’Europa era per me la terra dell’eleganza e della raffinatezza”.

Fereiba si trovava in una stanza d’albergo di Atene con i suoi figli: Samira di sei anni e il piccolo Aziz. La famiglia era scappata da Kabul per raggiungere l’Inghilterra, dopo che il marito della donna, l’ingegnere civile Mahmoud, era stato ucciso durante il regime fondamentalista dei talebani per aver sfidato le leggi islamiche, “eravamo legati dall’armonia dei nostri cuori”. La donna, mentre attendeva il ritorno del primogenito, il quindicenne Saleem che “non era più un bambino”, rievocava la sua vita.

La madre “dai capelli color ebano” di Nadia era morta nel metterla al mondo. Il padre della piccola, proprietario di un frutteto e funzionario nella loro città, dopo alcuni anni di vedovanza si era risposato con una donna, “percepivo il suo risentimento”, la quale con i figli del marito “teneva le distanze”. La seconda moglie, dopo la nascita dei suoi figli, invece di farla studiare, teneva l’intelligente Fereiba a casa per aiutarla nelle faccende domestiche. La ragazzina era riuscita a entrare in un’aula scolastica a circa tredici anni e in poco tempo grazie alle sue capacità aveva recuperato in fretta il tempo perso. “Dopo due mesi passai alla classe successiva”. Fereiba aveva ottenuto il diploma d’insegnante e “ogni mattina, piena di energia, prendevo il mio posto in una classe elementare”. Nel 1979 la ragazza si era sposata con Mahmood quando i primi soldati sovietici cominciavano a calpestare con i loro stivali il suolo afghano.

Con l’avvento del nuovo regime talebano che esigeva che le donne si vestissero con maggiore modestia e gli uomini si lasciassero crescere la barba, alla maestra Fereiba era stato proibito di insegnare. “Abbi cura dei nostri figli”, erano state le ultime parole di Mahmood al momento di essere arrestato. “Lasciai tutto, i frammenti di una vita spezzata”. La donna in due piccole valigie aveva messo lo stretto necessario e senza voltarsi indietro aveva iniziato la sua odissea che l’avrebbe condotta dopo Herat ad attraversare il deserto per raggiungere l’Iran e di seguito la salmastra Smirne, sulla costa occidentale turca. Qui i Waziri avevano compreso che dopo la Turchia, “con un piede in Europa e l’altro in Asia”, non sarebbero più stati nel mondo musulmano. Probabilmente sarebbero stati odiati, trattati come delinquenti e parassiti ma per loro non esistevano alternative migliori.

L’autrice racconta, con una prosa avvincente, una storia simile a tante che la cronaca mostra ogni giorno. Una donna coraggiosa lotta per sé e per i propri figli in cerca di un domani migliore e più sicuro. “Sono grata per tutte le opportunità che ho avuto” ha recentemente dichiarato la Hashimi in una intervista. “I miei genitori sono venuti negli Stati Uniti agli inizi degli anni Settanta dello scorso secolo. L’invasione sovietica dell’Afghanistan gli ha impedito di tornare”. Pur da lontano la scrittrice ha seguito tutte le vicissitudini del proprio paese d’origine, grazie ai contatti tenuti con la cugina coetanea Jameela: prima i missili russi poi l’avvento dei talebani, “le donne sono peccato”, la fuga in India e infine il ritorno a Kabul, perché “i Taliban si sono ritirati nell’ombra”, dove la ragazza è diventata medico “in un paese che ha disperatamente bisogno di cure e di guarire”.

Le intense pagine restituiscono tutta la paura, l’incertezza e la disperazione di chi fugge dalla propria casa. Una lettura forte e commovente che lascia traccia in chi legge e invita a superare i confini, perché ognuno di noi può essere un ipotetico rifugiato in cerca di un luogo da poter chiamare casa.

“Per quanto alta sia la montagna, c’è sempre un modo di valicarla”.

Nadia Hashimi, è nata a New York da genitori afghani, emigrati in America nei primi anni Settanta, ed è cresciuta circondata da una numerosa famiglia che ha tenuto viva la cultura del  paese d’origine. Oggi vive nel Maryland con il marito e due figli, e di professione fa la pediatra. Ha esordito con il romanzo Due splendidi destini (Piemme, 2015), che è stato un successo del passaparola, elogiato tra gli altri anche da Khaled Hosseini.

When the Moon is Low, tradotto da Mariagiulia Castagnone, è il suo secondo romanzo, accolto con uguale entusiasmo dai suoi numerosi lettori. Nadia è in questo periodo al lavoro sul terzo romanzo.

Autore: Nadia Hashimi
Titolo: Quando la notte è più luminosa
Editore: Piemme
Pubblicazione: 2016
Prezzo: 18,50 euro
Pagine: 420

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Antonella Stoppini

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