Stalin + Bianca. Intervista a Iacopo Barison

Michela Gelati

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coverStalin + Bianca di Iacopo Barison (Tunué 2014) è un perfetto romanzo sull’adolescenza, le sue inquietudini, le sue fughe, i suoi amori assoluti. Ma anche un romanzo su un Paese che somiglia molto all’Italia di oggi e a come potrebbe disgraziatamente diventare, visto da un giovane scrittore (Barison è del 1988). La storia: Stalin è un ragazzo di periferia, innamorato platonicamente di Bianca, la sua migliore amica, una ragazza cieca. Dopo una lite, convinto di aver ucciso il suo patrigno, Stalin fugge con Bianca verso la capitale, dove trovano rifugio in un palazzo in costruzione, abbandonato e abitato da giovani aspiranti artisti (uno dei luoghi più belli del romanzo). Da lì si avventurano in un viaggio per il Paese, riprendendo il mondo attorno a loro con una telecamera: un Paese desolato, in balia di una crisi che tutto ha cancellato lasciando dietro di sé solo ruderi di cose e persone. “Non credo che questo Paese abbia un nome, anche se in molti l’hanno paragonato all’Italia” racconta Iacopo Barison al Recensore. “C’è questa frase di Anaïs Nin che ogni tanto mi torna in mente, nonostante l’abbia scoperta da poco, quando il libro era già finito. Dice: “Non vediamo le cose per ciò che sono, ma le vediamo per ciò che siamo”.  La gran parte dei personaggi è proprio come l’ambiente che li circonda, cupa e disillusa, senza speranza. Forse anch’io, ogni tanto, sono come i miei personaggi. Tuttavia, sia nel romanzo che nella vita, provo sempre a trovare il lato positivo. Giustamente, però, Stalin e qualche mio coetaneo potrebbe rispondermi: “Qual è il lato positivo di non avere un futuro?”. Non lo so, forse la libertà di mandare tutto affanculo e non avere vincoli verso le prossime generazioni, verso i figli che non avremo, verso un’intera idea di civiltà che sta tramontando”.

 Da dove vengono Stalin e Bianca?

Una notte, la ricordo come se fosse ieri, è spuntato il personaggio di Stalin: guardavo il soffitto e non riuscivo a dormire ed è nato, un po’ per noia, un po’ perché mi sentivo ispirato, questo personaggio con baffi enormi e problemi nella gestione della rabbia. La mattina dopo, senza cercarla troppo, è arrivata Bianca a fargli da contraltare, quindi ho scritto la prima pagina. Stalin e Bianca sono, a tutti gli effetti, un personaggio solo, si bilanciano alla perfezione. Lui è cinico e disilluso. Lei, invece, è cieca e molto romantica, innamorata di un mondo che non ha mai visto. Durante la stesura, mi sono ispirato ai film sull’adolescenza di Francois Truffaut e forse anche a Restless di Gus Van Sant. L’adolescenza è un periodo difficile, in cui si è sempre sotto pressione. Prima di diventare un trentenne maturo, con la testa sulle spalle, una casa, dei mobili Ikea, eccetera, mi andava di raccontarla, o almeno di provare a farlo.

 Perché la cecità di Bianca?

E’ stata una scelta inconsapevole e molto spontanea. Da un lato, Stalin gira sempre con una videocamera e filma qualsiasi cosa, come se avesse un terzo occhio. Dall’altro, Bianca non può vedere quello che Stalin filma, eppure ha accesso a una realtà più profonda, più densa di significati. Paradossalmente, lei è più equilibrata di lui e ama un mondo che avrebbe tutto il diritto di odiare. Bianca è una specie di angelo caduto dal cielo, un personaggio chiave, il più positivo di tutto il libro.

 Le relazioni di Stalin e Bianca con loro coetanei e i genitori sono fallimentari. Sei così disilluso nei confronti dei rapporti famigliari? Solo la coppia si salva dallo sgretolamento delle relazioni?

Credo di sì, l’amore può salvarci da tutto il resto, ma a volte è il barometro di una società che non funziona più. Non mi definirei disilluso, perché ho un buon rapporto coi miei famigliari. Non ho molti amici, perché la vita sociale, sul lungo periodo, tende sempre ad annoiarmi. C’è sempre qualcuno pronto a dirmi: “Oh, hai solo ventisei anni e hai già scritto due libri, qual è il tuo segreto?”. Non credo di avere nessun segreto. Semplicemente, quando la maggior parte dei miei coetanei era in giro a cercare nuovi locali in cui ballare e divertirsi e perdere la dignità, io ero a casa a leggere romanzi da mille pagine e a scrivere cose sul mio computer. Questa cosa, ai tempi, mi rendeva profondamente infelice. Ero a casa anche quando loro facevano stage non retribuiti nelle aziende, si affannavano per un futuro che forse non esiste più. Dal mio canto, mi sento totalmente inadatto al lavoro. È così da sempre, non ho mai sopportato il motto ora et labora. Lo so, quando parlo così sembro uno stronzo presuntuoso. Però la mia non è stata una scelta di comodo. Ad oggi, rispetto a me, sta molto meglio chi ha scelto una vita diciamo normale, più canonica. Almeno hanno una direzione da seguire, una bussola interiore che gli suggerisce la direzione giusta.

 Perché ricorre sempre nel libro la storia degli arcobaleni estinti?

Sono stato sadico. Volevo togliere ai miei personaggi il più comune simbolo di speranza, l’arcobaleno che arriva dopo il temporale. Mi piace pensare che le persone possano trovare dentro di sé la forza per andare avanti, di credere in qualcosa, anche se gli arcobaleni si sono estinti. In fondo resta sempre l’amore, no?

 Hai dei modelli letterari? Quali sono i tuoi scrittori di riferimento?

Sì, ne ho tantissimi, sia letterari che cinematografici. Ho già citato Truffaut, perché ha saputo raccontare l’amore come nessuno mai. Poi, be’, ci sono Bret Easton Ellis e Cormac McCarthy, ma anche vari scrittori morti, fra cui Tolstoj, Maupassant, David Foster Wallace, Thomas Mann, Raymond Carver. La sera, invece, prima di addormentarmi, leggo molti fumetti, mi aiutano a rilassarmi. Ogni tanto, sul treno, leggo i giornali di gossip, soprattutto Chi. Lì dentro, fra una pubblicità e l’altra, c’è tutto il male del mondo. Conoscerlo mi fa stare meglio.

 Progetti futuri?

In primis, aggirare l’esaurimento nervoso. È un periodo in cui mi sento molto sotto pressione. Sto scrivendo un nuovo romanzo, delle sceneggiature, tuttavia preferisco concentrarmi su S+B, per il momento. Mi sta dando molte soddisfazioni: mi ha fatto capire che ci sono un sacco di giovani come me. Dietro il cinismo e il pessimismo cosmico, d’altronde, c’è sempre l’amore e l’insicurezza cronica.

 Ecco, forse è questa la cosa più bella del libro di Barison: che i suoi personaggi, anche quando sono cinici, lo sono perché hanno l’insicurezza degli adolescenti, e degli adolescenti hanno anche le paure, e le speranze.

 

Iacopo Barison (Fossano 1988) pubblica un primo romanzo all’età di vent’anni. Suoi racconti e articoli sono apparsi su numerosi siti e riviste. Collabora con minima&moralia.

 

Autore: Iacopo Barison
Titolo: Stalin+Bianca
Editore: Tunué
Pubblicazione: 2014
Prezzo: 9.90
Pagine: 176

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Michela Gelati

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