Ernst Jünger, monaco della guerra

Michele Lupo

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big_116La sinistra “perbene” ancora innamorata di Benigni probabilmente non conosce Ernst Jünger – non è nemmeno un pregiudizio ideologico: è pigrizia intellettuale e disinteresse per la letteratura. Perché se a leggerlo Jünger non è difficile pensare a un’esibizione delirante, ciò non toglie che scrittore vero Jünger lo sia stato. Proprio perché la materia incandescente del suo impeto guerrafondaio (il fan, altrettanto e forse più coriaceo, di destra, direbbe guerriero) trova un esatto equivalente formale nel registro sublime, teso, solenne ma non statico di una scrittura che alcuni sospettano essere il solo vero interesse di questo tedesco così fedele a un suo (disumano?) ideale spirituale da non essere amato nemmeno dai nazisti benché avesse tutte le carte in regola per alzarne la cifra stilistica.

La follia in Jünger appare quasi un metodo. La battaglia come esperienza interiore (leggibile nella bella traduzione di Simone Buttazzi per Piano B Edizioni) pagina dopo pagina mostra come la formazione di un uomo (come la formazione di un uomo secondo lui) sia il frutto di una ferrea disciplina, tale che la fragile pelle che ci illudiamo ci protegga dall’esterno si trasformi in una fodera d’acciaio. Il paradosso sta nel fatto che quest’uomo-soldato di metta in marcia per incontrare se stesso, per ritrovare una verità sepolta nelle concrezioni multiformi della zivilisation. La macchina del progresso  appare come una mera menzogna e la guerra viene a fare pulizia (che in Jünger è questione filosofica, prima di tutto, e concerne l’uomo in sé): “sotto tutte le vesti con le quali ci agghindavamo come prestigiatori, restavamo nudi e crudi come gli uomini della foresta o della steppa”. Ritrovare l’orrore di quel grido primigenio, non indietreggiare di fronte a esso, anzi provocarlo, stanarlo, significa fare esperienza del coraggio (laddove “il pacifista va a vedere gli incontri di boxe”). Il prezzo da pagare a questa mitologia virile, a quest’etica della potenza ovvero la frontiera che si tratta di attraversare o da cui ritirarsi è la morte dell’altro. Che non è detto sia d’accordo sull’esaltazione di questo “spirito guerriero”, sul fatto che sia “un morire da re, coronato da nobiltà e orgoglio interiore”. Ma le convinzioni di ognuno non dovrebbero impedire di cogliere lo sforzo estetico che lontano dal configurarsi come mera decadenza rappresenta qui anche un argine contro il potere della politica che vorrebbe – inutilmente, e Goebbels ne sapeva qualcosa –  asservirlo ai suoi progetti. Non è un qualche popolo o un partito che per Jünger debba primeggiare: la guerra determina una condizione interiore tutta interna all’individuo – è per questo che uomini del genere possono definirsi a loro modo anarchici (ma non ditelo a quelli storici, vestiti di rosso e nero). Si direbbe quasi trattarsi di una declinazione aggressiva, bellicosa del monachesimo.

 

Titolo: La battaglia come esperienza interiore

Autore: Ernst Jünger

Traduzione: Simone Buttazzi

Casa Editrice: Piano B Edizioni

Pagine: 140

Euro 13,00

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Michele Lupo

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