Le luci di Pointe Noire

Michela Gelati

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ssAffetti perduti e ritrovati, parenti serpenti, luoghi cambiati per sempre: “Le luci di Pointe Noire” di Alain Mabonckou (66th and 2nd 2014) racconta in prima persona il temporaneo ritorno alla città natale dello scrittore congolese dopo 23 anni in Francia. La madre e il padre sono morti senza che lui abbia avuto la possibilità di salutarli, ma i parenti restano, con le loro storie di povertà e sogni mai realizzati, con le loro richieste di soldi al parente ricco, che viene dall’Europa, ma anche con il loro affetto sincero e il calore di certi ricordi.

Si avverte, in queste pagine, la nostalgia per una città lasciata e mai vissuta, la tenerezza per la madre, che aveva capito tutto, 23 anni prima: aveva capito che quel figlio lo stava salutando per sempre, e non l’avrebbe più rivisto. Eppure l’aveva lasciato andare. Il ricordo del padre, orgoglioso receptionist al prestigioso hotel Victory Palace, nei giorni feriali sempre vestito di tutto punto col suo abito marrone chiaro, e nel fine settimana con un pigiama a righe bianche e rosse e un paio di pantofole troppo grandi. Vecchie foto di famiglia in bianco e nero, smangiucchiate agli angoli. E poi zii, cugini, vicini, professori, in un inventario di cose perdute, di anni passati e andati, di strade che non esistono più, di case rovinate dal tempo.

Se la prima parte del libro è dedicata alle persone, la seconda, forse più bella, è un atlante di luoghi dell’infanzia, che l’autore torna a visitare trovandoli inevitabilmente cambiati. Sono luoghi fisici e del cuore, che portano Mabanckou a ricordare, con nostalgia e tenerezza, squarci di vita: l’anziana signora che sfamava tutti i bambini del quartiere; il cinema Rex, dove si aspettava la proiezione di film indiani sfogliando libri alle bancarelle sul marciapiede e ora diventato una chiesa pentecostale; il mare, la costa selvaggia che faceva paura; il liceo, dove il professore di filosofia che disobbediva al programma imposto dal Ministero dell’Istruzione sotto il regime comunista, e invece di Marx insegnava filosofia classica facendola apparire un’avventura straordinaria. Ogni pietra è un pezzetto dell’epoca in cui da bambino tenendomi le bretelle della divisa della scuola, con la bozza aperta e i pugni stretti, correvo a perdifiato, senza immaginare lontanamente che lo spazio aveva dei limiti, che il tempo passava anche quando tenevo gli occhi aperti” scrive Mabonckou, ricordando un’infanzia che pare più bella di come sia stata, resa luminosa dal tempo e ignara di problemi e povertà: “Ogni giorno i miei nipotini e le mie nipotine escono in fila indiana e camminano lungo Rue de Louboulou. Condividono un’infanzia che non baratterebbero con niente al mondo”.

Alain Mabonckou è nato nel 1966 nella Repubblica del Congo. Figlio unico, è cresciuto insieme all’amatissima madre, figura centrale della sua vita: tutti i suoi libri sono dedicati a questa donna forte e determinata che lo ha spinto nel 1989 a trasferirsi in Francia per completare gli studi. E a Parigi Mabanckou è rimasto per oltre dieci anni, assaporando il clima multietnico delle banlieue, creando quel mix fertile che riaffiora nei suoi romanzi. Primo autore francofono dell’Africa subsahariana a essere pubblicato nella prestigiosa collana “Blanche” di Gallimard, Mabanckou ha ricevuto numerosi riconoscimenti per i suoi romanzi, tra cui il premio Renaudot per “Memorie di un porcospino” e il premio Georges Brassens per “Domani avrò vent’anni”. Mabanckou insegna alla Ucla dove si è guadagnato il soprannome di «Mabancool» perché è considerato il professore più cool di tutta la California. Nel frattempo “Black Bazar” è diventato un disco, sono in preparazione due film tratti dai suoi libri e l’Académie française gli ha attribuito il Grand Prix de Littérature Henri Gal 2012 per l’insieme della sua opera.

 Autore: Alain  Mabonckou

Titolo: Le luci di Pointe Noire

Editore: 66th and 2nd

Anno di pubblicazione: 2014

Pagine: 256

Prezzo: 17 euro

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Michela Gelati

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