Guardami: sono nuda

Alessandra Stoppini

guardami 1Il titolo di questa raccolta di poesie Guardami: sono nuda di Antonia Pozzi (Clichy 2014) pubblicato nella Collana Pére Lachaise, curata da Ernestina Pellegrini che firma anche l’Introduzione, riprende l’incipit di una poesia di questa giovane e vibrante voce del Novecento. “Guardami: sono nuda. Dall’inquieto languore della mia capigliatura alla tensione snella del mio piede, io sono tutta una magrezza acerba inguainata in un color d’avorio. Guarda: pallida è la carne mia. Si direbbe che il sangue non vi scorra. Rosso non ne traspare. Solo un languido palpito azzurro sfuma in mezzo al petto”. Anima inquieta, preda di forti passioni, fin troppo sensibile ma dal forte carattere, Antonia possedeva una grande curiosità intellettuale accompagnata da un amore sconfinato nei confronti della natura in tutte le sue manifestazioni. La Pozzi sentiva nella propria pelle che il mondo intorno a lei stava cambiando, che fosche nuvole presagio di morte e distruzione si stavano affacciando all’orizzonte e tutto ciò traspare nella sua prosa limpida e profonda. Antonia Pozzi era nata a Milano nel 1912 nel quartiere di Corso Magenta da una famiglia più che benestante: il padre Roberto era un avvocato gradito al regime fascista, la madre, la contessa Carolina (detta Lina) Cavagna Sangiuliani di Gualdana discendeva da una famiglia lombarda di antica nobiltà ed era nipote dello scrittore/poeta ottocentesco Tommaso Grossi. La piccola Antonia era quindi cresciuta protetta in un ambiente colto e raffinato simboleggiato dalla grande villa settecentesca a Pasturo in Valsassina (Lecco). I suoi studi classici e di musica erano alternati alla pratica sportiva e all’alpinismo. Alla fine degli Anni Venti al Liceo Manzoni la poetessa milanese si era innamorata del suo professore di greco e latino, Antonio M. Cervi. Questa relazione, fin da subito osteggiata dall’avvocato Pozzi, era stata troncata dal professore nel 1933. Sarebbe stata questa per Antonia una perdita, un dolore lacerante mai del tutto superato, che avrebbe influito sul suo futuro sentimentale. Nel 1930 la Pozzi si era iscritta alla Facoltà di Filologia dell’Università Statale di Milano stringendo amicizia con coetanei quali Vittorio Sereni, suo amico fraterno, Remo Cantoni, Enzo Paci, Maria Corti, Mario Monicelli, Alberto Mondadori e Dino Formaggio. Nel 1935 Antonia si era laureata con il Professore di Estetica Antonio Banfi discutendo la tesi La formazione letteraria di Gustave Flaubert. L’italianista Maria Corti in Dialogo in pubblico così ricorda la sua amica: “il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull’orlo degli abissi. Era un’ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica”.
“Vedi come incavato ho il ventre. Incerta è la curva dei fianchi, ma i ginocchi e le caviglie e tutte le giunture, ho scarne e salde come un puro sangue”. Per comprendere l’anima di questa giovane donna basta leggere una pagina dei suoi Diari, specchio della sua personalità dove traspare nitida la sua affinità elettiva con i luoghi lombardi, la cui contemplazione certamente avranno contribuito in parte a consolarla dalle delusioni sentimentali di quegli anni. “Ieri, sull’argine del Ticino, dove il fiume fa un’enorme ansa e la corrente si attorce in gorghi azzurrissimi, e ha subbugli, scrosci, rigurgiti improvvisi e minacciosi, sono rimasta per un’ora sulla riva in faccia al sole che tramontava, a chiacchierare con un guardacaccia che fu al servizio di mio nonno e si ricorda della mia mamma e delle mie zie bambine”. È di questo periodo la frequentazione delle desolate periferie milanesi di Piazzale Corvetto e Porto di mare che aprirono ad Antonia una nuova realtà che i toni trionfalistici del Duce avevano cercato di nascondere. Antonia era ormai un’antifascista convinta, avvertiva distintamente il clima cupo che la circondava e le sue poesie riflettono il momento storico particolare che stava vivendo l’Italia di Mussolini. La II Guerra Mondiale era imminente. Siamo alle battute finali di un’esistenza breve e tormentata: alla fine del ’38 la promulgazione delle leggi razziali che avevano costretto i fratelli Treves, amici di Antonia, a fuggire dall’Italia, aveva causato nella donna una forte crisi emotiva. “Forse l’età delle parole è finita per sempre”. La Pozzi insegnava materie letterarie presso l’istituto Schiapparelli di Milano, ormai era economicamente indipendente dalla famiglia ma qualcosa covava sotto la cenere. La mattina del 2 dicembre 1938, come ricorda Ernestina Pellegrini, Antonia Pozzi “accusa un malore, lascia la scuola e si dirige verso la periferia milanese, a Chiaravalle. Si sdraia in un fosso, si imbottisce di barbiturici e si lascia morire”. La poetessa aveva lasciato vari messaggi tra i quali uno che rappresenta le sue ultime volontà. “Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete perché io sono in pace”. Tra le sue carte la raccolta Parole uscita postuma nel ’39 e rieditata nel 1964 con un’introduzione di Eugenio Montale. Molti gli inediti (lettere, più di trecento poesie, manoscritti, circa tremila fotografie) che Antonia Pozzi ha lasciato, ricorda la Pellegrini, materiale prezioso che suor Onorina Dino, (che compì la sua tesi di laurea sulla vita e le opere della poetessa), ha curato e valorizzato con dedizione e impegno. A più di cento anni dalla nascita di Antonia Pozzi è bello rileggere le sue liriche, riflessi della sua mente che concepì la vita come il viaggio di un’anima migrante, “per lei la scrittura era tutto”.
“Oggi, m’inarco nuda, nel nitore del bagno bianco e m’inarcherò nuda domani sopra un letto, se qualcuno mi prenderà. E un giorno nuda, sola, stesa supina sotto troppa terra, starò, quando la morte avrà chiamato”.
Antonia Pozzi nacque a Milano il 13 febbraio 1912 e morì suicida a Milano il 3 dicembre 1938. Le sue poesie sono state tutte pubblicate postume, Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia (Edizioni Viennepierre 2003). Poesia che mi guardi film diretto da Marina Spada del 2009 e Il cielo in me. Vita irrimediabile di una poetessa. Antonia Pozzi (1912 – 1938) film documentario di Sabrina Bonaiti e Marco Ongania, prodotto da Emofilm in collaborazione con Acel Service e Comune di Pasturo.
Per chi volesse approfondire: http://www.antoniapozzi.it

 
Autore: Antonia Pozzi
Titolo: Guardami: sono nuda
Editore: Clichy
Anno di pubblicazione: 2014
Prezzo: 8 Euro
Pagine: 120

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Alessandra Stoppini

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