Aurore d’autunno

Michele Lupo

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Aurore d’autunnoLe Aurore d’autunno costituiscono l’ultima raccolta in versi di Wallace Stevens. Era il 1950, in Italia la pubblicò Garzanti nel 1987 e ora riappare con Adelphi. Cura, saggio introduttivo e traduzione di Nadia Fusini.

Ora, placate le oltranze metafisiche, addomesticate le ragioni del desiderio (filosofico), dissolte le appetenze barocche, Stevens sfronda di molto la strenua strumentazione metaforica che aveva spinto le sue raccolte più note verso un’oscurità potenzialmente disorientante ma che rispondeva innanzitutto a dare conto della vita della mente – “l’esattezza dell’osservazione è l’equivalente dell’esattezza del pensiero” recita un aforisma fra quelli apposti in appendice dell’edizione citata.

Poesia il cui tema era l’arte stessa del farla. Né le parole né le idee erano al servizio di qualcos’altro – come dovrebbe essere, ma senza fingere il contrario (destino occorso a molti versificatori più di talento che di genio). Difficile dire – come è stato recentemente scritto – che per la prima volta Stevens abbia fatto i conti con la realtà : è che la musica ineffabile dell’arte precedente ha lasciato spazio a una definizione certo più spessa di “materiali” riconoscibili: le aurore autunnali trattenendo la sospensione nervosa dell’aria con l’acuta percezione di un Turner e un impasto che è “un teatro galleggiante fra le nuvole”. Il segno pittorico che pure era sempre stato decisivo -come ricordava un lettore di rara intelligenza critica come Alfredo Giuliani più di trent’anni fa – è certo meno rarefatto e i volumi appaiono meno labili,  “il teatro si riempie di uccelli in volo/ scorie selvagge, fumi di vulcano, occhiute palme/ evanescenti, una ragnatela in corridoio/ un portico massiccio.”

Forse, al netto di qualsivoglia tentazione “mistica”, di irruenze incandescenti, una linea visionaria che dai romantici proto-ottocenteschi slittava verso il simbolismo dei francesi come nel tracciato segnato dal fondamentale L’anima romantica e il sogno di Albert Beguin avrebbe potuto segnare un margine finale ed extra-continentale con il poeta americano del celebre Mattino domenicale, ma in fine di carriera Stevens delinea una sorta di possente acquiescenza verso un dettato piano – oddio, per quanto l’aggettivo si possa spendere con un poeta enigmatico come Stevens– che sembra reciso con l’acuminata impassibilità di un intagliatore di vetro alle prese con il cielo e la terra. Ma sempre posato sulla soglia di un’interrogazione delle cose – per quanto irrisolta la risposta. Come nel Bouquet di rose alla luce del sole:  l’immagine, scrive Stevens, è troppo forte, troppo “vera” “per volgere in metafora” ma ciò “è conseguenza del mondo in cui sentiamo e, perciò, non è reale”… E ancora: “il nostro senso delle cose muta ed esse mutano,/  non come per metafora ma nel senso/ che ne abbiamo. Così il senso eccede ogni metafora.

Il Mal di Schiena non ha buon gioco con San Giovanni nel tentativo di convincerlo che sia tutto nella mente. Occorre il piccolo, splendido poema di Una sera qualunque a New Haven per mitigare collisioni e discordie: immanenza della presenza, è stato detto. Poesia di rara maestria, è certo.

Wallace Stevens poeta e saggista statunitense ( 1879 – 1955) Tradotti in italiano fra gli altri Mattino domenicale ed altre poesie Einaudi, e L’angelo necessario. Saggi sulla realtà e l’immaginazione SE Studio Editoriale

Autore: Wallace Stevens

Titolo: Aurore d’autunno

Editore: Adelphi

Anno di pubblicazione: 2014

Traduzione: Nadia Fusini

Pagine: 273

Prezzo: 23 euro

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Michele Lupo

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