Intervista a Claudio Asciuti su fantascienza e scrittura

Sara Meddi

Tagged: ,

Sognavamo_macchiClaudio Asciuti (Genova, 1956) è scrittore e saggista da sempre appassionato rappresentante in Italia della letteratura di fantascienza.  Con il romanzo La notte dei pitagorici (Mondadori, 1999), ha vinto il Premio Urania. Collabora con Carmilla e Pulp. Recentemente ha curato per la Cordero Editore l’antologia Sognavamo macchine voltanti.

Con lui abbiamo parlato di fantascienza, letteratura e scrittura.

Innanzitutto parliamo della fantascienza dal punto di vista del lettore, prima che da quello dello scrittore… quali sono i tre libri imprescindibili che consiglieresti a chi di fantascienza non ha mai letto nulla?
Vorrei intanto salutare tutti e ringraziarti dell’opportunità di una (fantascientifica) chiacchierata, evento sempre più raro in tutto l’ecumene. Tre libri imprescindibili? Nel corso del tempo le mie valutazioni sono cambiate non so quante volte e faccio fatica a risponderti… oggi, destinato alla tradizionale isola deserta, mi porterei dietro Cronache marziane di Ray Bradbury, Assurdo universo di Fredric Brown e Io, immortale di Roger Zelazny. Il primo perché segna la compiuta transizione dal genere al mainstream, il secondo come geniale costruzione metanarrativa della passione per la fantascienza, il terzo in quanto tentativo più riuscito di creare una teogonia scientifica.

Come scrittore hai pubblicato con diversi editori e vinto il Premio Urania quindi hai avuto modo di osservare diversi aspetti dell’editoria italiana, quali pensi che siano le case editrici e le collane più interessanti al momento per quanto riguarda la letteratura di fantascienza?
Questa è una domanda insidiosissima, di fronte a cui chiunque ha un momento di sospensione perché la risposta potrebbe alienarti amicizie e simpatie di tutti, data la competitività che caratterizza questo mondo e gli odi atavici… ma come sappiamo tutti, molti nemici molto onore. L’unica collana che resta in piedi seriamente è Urania, e solo perché alle spalle ha un raffinato intellettuale come Giuseppe Lippi, ma anch’essa, ahimè, decade, in modo particolare per gli autori italiani. Finché responsabile di tutto il mass market era l’ottimo Alan D. Altieri le cose funzionavano meglio, ma la sua uscita ha rintoccato i tempi come la celebre campana che segna il termine. Urania è un po’ lo specchio di un certo modo di vedere il mondo, e quindi non è “la” fantascienza, ma una sua visione piuttosto tradizionale, di conseguenza deve fare i conti con il gusto dei lettori che è quanto meno peregrino… per il resto è meglio tacere. La maggior parte delle case editrici attuali sono un po’ carbonare, nascoste nell’ombra, non distribuite, pubblicano un sacco di italiani che spesso farebbero meglio a occuparsi d’altro, oppure se pubblicano stranieri operano scelte d’agenzia e non di curatori specializzati, o vanno sul sicuro vendibile, sul libretto smilzo che costa poco, e i pochissimi curatori specializzati, per un motivo o l’altro, non vedono al di là del loro naso… poi buona parte sono maledettamente supponenti… pensano tutti di essere dei geni, dei piccoli John Campbell… non accettano critiche e nemmeno che qualcuno la pensi diversamente da loro. Bisogna ricordare la definizione che Giorgio Bocca diede di Celentano, qualificandolo come un cretino di talento, per comprendere appieno la sostanza della fantascienza italiana. Cretini di talento, cioè persone che non reggono dieci minuti una conversazione letteraria ma sono in grado di scrivere un romanzo che poi ai lettori piace… capaci di sproloquiare in un’introduzione o un articolo su qualunque cosa abbiano in mente, ma anche di far funzionare una casa editrice… è ovvio che alla fine l’ambiente ne risenta… come è possibile un universo in cui tutti ne sono l’omphalos? È una contraddizione cosmologica…

Recentemente hai curato un’antologia per la Cordero Editore, Sognavamo macchine volanti. Da dove è nata la necessità di proporre una nuova antologia di fantascienza?
È il risultato del felice incontro fra Marco Cordero, che è un appassionato di fantascienza (della vecchia fantascienza), e il mio desiderio di far qualcosa di inattuale, che riportasse al centro del dibattito i bei tempi andati quando il mondo non era così brutto come ora e in qualche modo esisteva la speranza che potesse evolversi in direzione meno squallida dell’odierna… mi piaceva ritornare sopratutto a quella visione ingenua e spontanea, diciamo adolescenziale, che tramite gli scrittori di allora giungeva ai nostro occhi di neofiti, quell’entusiasmo scientifico e no per un mondo migliore, quella voglia di fare e indagare… e cambiare…

E come avete scelto gli autori che hanno partecipato al progetto?
La maggior parte dei coscritti erano scrittori di fama di cui ammiravo il lavoro… ma conditio sine qua non erano la fiducia, l’amicizia, la stima: non riuscirei a fare un lavoro con persone con cui non andrei in giro a vedere quanto bello è il mondo. Purtroppo di tutti quelli che avrei voluto, alcuni li ho persi, altri erano impegnati in attività parallele, altri ancora non ero sicuro che sarebbero stati interessati. Parte di quelli che hanno partecipato usciranno con altri lavori per la Cordero: Stocco per primo, poi Ricciardiello e Pestriniero e Bordoni, ma spero pian piano di coinvolgere tutti in altre iniziative… anche quelli che ho perso di vista.

Fino ad ora hai lavorato soprattutto come scrittore, com’è stato “passare dall’altra parte della barricata” e lavorare come editor?
Meno dura di quanto pensassi, perché sono stato diabolicamente fortunato: i convocati erano tutti scrittori di lungo corso, e chi non lo era sapeva scrivere, così non ho dovuto editare pressoché nulla, e neppure iniziare quelle diatribe interminabili che identificano il lavoro dell’editor, quando cerca di spiegare al novello Asimov di turno le scemenze che ha scritto. Ma ti assicuro che le volte che ho fatto da giurato in qualche concorso mi tremavano i polsi a leggere le nefandezze che ho letto, della serie  “Ho visto cose che voi umani” con tutto quel che segue…

In Sognavamo macchine volanti viene proposta una fantascienza in stile anni ’60, perché proprio questo periodo è stato presto come momento più fortunato della cultura fantascientifica?
Negli anni Sessanta sono esplosi diversi fenomeni, primo dei quali la ribellione dei giovani, una ribellione globale, non ancora inquadrata e narcotizzata dai partiti politici, non ancora oggetto di contagio sociale e moda (come avrebbe voluto Pasolini), che ha toccato i centri di ogni forma di produzione culturale, dalla pittura alla letteratura mainstream, dal cinema alla musica rock e naturalmente anche la fantascienza. Lo sforzo fatto allora per distruggere le barriere del “vecchio”, se mi consenti l’espressione, è stato grande ma fecondo, perché il “vecchio” era qualcosa di poderoso che montava la guardia da secoli: nella fantascienza quell’ondata, la New Wave, ha spazzato via le vecchie convenzioni artistiche e ha prodotto il nuovo, spesso debordando anche nel kitsch e nell’artificioso, ma con la massima sincerità. Se tu leggi un qualunque lavoro degli anni Sessanta vedi l’impronta e la sedimentazione della grande letteratura: Zelazny che cita Pound, Brunner che imita Dos Passos, Ballard che armeggia attorno a Joyce, Ellison che rivendica Faulkner e Hemingway… la linfa vitale degli anni Sessanta ha incrociato il “vecchio” del mainstream e la sua portata, con il “vecchio” della fantascienza e ha prodotto grandi risultati. Nei Settanta l’entusiasmo si è spento e poi è arrivato il Cyberpunk e il mondo si è chiuso nei computer, vera maledizione dell’era moderna, e siamo arrivati alla citazione della citazione…

Reimmergendosi in un’atmosfera e in uno stile anni ’60 non pensi che ci sia stato il rischio di produrre solo degli “esercizi di scrittura”?
Sì, il rischio esisteva. Ma per me già sarebbe stato un successo: avrei dimostrato che, a onta dello zoppicante italiano di molti “scrittori”, c’era un gruppo di persone in grado di scrivere su ispirazione, come succede nelle tradizionali antologie tematiche, ma non su un soggetto, su un’atmosfera. Però sono stato diabolicamente fortunato, come detto, ho arruolato l’equipaggio giusto…

E dov’è, allora, l’originalità di questo progetto?
Originalità? Dell’originalità, come del rock, della fantascienza, del cinema e della letteratura, abbiamo celebrato le esequie alla fine dei Settanta. È stata, appunto solo l’estensione di quel che cerco di teorizzare: se vogliamo fare delle cose, dobbiamo tornare indietro in mondi ed epoche dove il mondo nel suo orrore aveva ancora un senso… oppure inventare mondi atemporali ma non ucronie, mondi scotomizzanti, mondi delle idee platonici. Credo che si sia giunti al paradosso della necessità di parlare di ieri per fare discorsi sul domani.

Come consideri, in ogni caso, lo stato attuale della letteratura di fantascienza?
Onestamente credo che la fantascienza sia morta e sepolta e tutto quel che avviene al suo interno sia il tentativo disperato di alcuni eroi di riportarla in vita, o almeno preservarla dalla corruzione. Nel senso che oramai qualunque romanzo (o racconto) tu stia leggendo è figlio dei tempi e della tecnologia odierna e quindi imbevuto di una modernità la cui bruttezza è pari alla latenza di senso; ne consegue che la tua partecipazione emotiva e intellettuale è molto scarsa. Inoltre la crisi generale dell’editoria nel mondo anglo-americano e la chiusura di riviste e case editrici ha ridotto il mercato e la richiesta quindi si è andata specializzando in alcuni sotto-generi specifici. Ma nutro anche la convinzione del rimbambimento dei lettori, della regressione infantile (come del resto anche i non lettori) per cui l’adulto si trasforma in un balbettante adolescente e la media del gusto s’abbassa sempre più e la gente invece di leggersi un libro passa il tempo a raccontare la propria vita su Facebook e ad arrabbiarsi se il cretino di turno (anche non di talento) tarda a rispondere alle sue vacue e non richieste esternazioni…

C’è qualche autore contemporaneo che secondo te vale la pena tenere d’occhio?
Dan Simmons, Paul Di Filippo, Ian Mc Donald, Robert Sawyer, China Mieville, John Scalzi, Mike Resnick, fermi restando i limiti di cui prima, sono ognuno a proprio modo buoni scrittori… e se vai a guardare la produzione odierna scoprirai molte cose interessanti. Ma oramai manca quello spirito di astrazione, quel senso di stupore e meraviglia, quell’impegno che caratterizzavano le decadi trascorse…

E qual è stata l’ultima novità di fantascienza che ti ha appassionato?
“Appassionato” è un’espressione iperbolica riferito al mondo della fantascienza che ha prodotto gli ultimi capolavori negli anni Settanta. Diciamo che l’ultima volta che ho avuto un piacevole moto emotivo è stato leggendo Simmons e Resnick, ma eravamo negli anni Ottanta…

Come scrittore che consigli ti senti di dare a chi adesso vuole scrivere, in particolare, di fantascienza? Con quali modelli ci si deve confrontare?
Se esiste qualcuno inadatto a dar consigli sono io, l’esatto opposto di chi fa strada nella vita… al massimo potrei fare il consigliere fraudolento. Se qualcuno mi chiedesse suggerimenti, gli direi di leggersi prima di tutto i grandi classici della letteratura, che gli insegneranno a scrivere e sviluppare inoltre il buon gusto; dopodiché sistematicamente leggersi i classici della fantascienza, in ordine alfabetico da Asimov a Bester a Bradbury e così via fino a Van Vogt e Zelazny, autori che hanno scritto tutto ciò che era possibile. A questo punto il giovane scrittore avrà compreso che qualunque cosa pensi teorizzi o scriva o faccia c’è già stato qualcuno che l’ha fatto meglio di lui, che il suo lavoro sarà una chiosa e un commento del lavoro altrui, e potrà decidere se occuparsi d’altro o dedicarsi alla fantascienza; nel caso scelga questo particolare sadhana, potrà iniziare a mettere assieme idee e poi scriverle, cercando di trovare soluzioni più nuove possibili ai vecchi problemi, di evitare l’autobiografismo che impesta la letteratura, di rileggersi mille volte lo scritto, fino alla nausea, per eliminare tutto quanto non funziona. Sapendo benissimo di trovarsi in una trincea sgomitante di altri autori tutti convinti di scrivere l’opera definitiva, ignorato dalla critica nostrana che in assoluto della fantascienza se ne sbatte, dall’altro fatto a segno del fuoco amico degli operatori del settore che sono ancora peggio; battendogli una mano sulla spalla potrei dire a questo punto: “Ci sono passato anch’io figliolo! Pesta duro e vai tranquillo!”.

C’è ancora spazio per i racconti?
Le fluttuazioni del mercato sono un mistero da precognitivi e sono quelle che determinano anche il medium attraverso cui lo scrittore si esprime. Un tempo la gente scriveva solo racconti, basti pensare a come tiravano le antologie di fantasy edite da Solfanelli e Fanucci negli anni Ottanta, perché non esisteva un mercato per i romanzi. In seguito è avvenuto il fenomeno avverso, ricordo un intervento della buonanima di Curtoni che stigmatizzava la tendenza degli scrittori a usare lo spazio del romanzo perché c’erano i concorsi di Urania, e tutti scrivevano solo romanzi… e adesso si è riaperto uno spazio destinato ad ampliarsi, grazie al lavoro di curatori come Gian Filippo Pizzo e Walter Catalano, anche se le antologie collettive non sono ben viste dai recensori e meno acquistate dai lettori…  speriamo in bene…

E come avvicinarsi a una casa editrice?
È praticamente impossibile: bisogna avere amici o amanti all’interno, o appartenere a qualche categoria protetta o in via d’estinzione a cui non si rifiuta nulla, o esser così fortunati da arrivare a tempo debito nel momento in cui abbisognano proprio della cosa che tu proponi, o prender per stanchezza i responsabili, o aver amici che t’introducano ad uno degli inavvicinabili agenti letterari che faccia da grimaldello… o aver già pubblicato con loro con un contratto in mano… ma alle volte nemmeno questo serve per pubblicare, io ho un contratto con una grossa casa editrice ma quel che scrivo transita e si volatilizza sulle loro scrivanie…. ci vuole un quid sconosciuto, e credo sia la vendibilità… l’arte è merce come altre e siamo d’accordo, ma il perverso gioco dell’editoria supera ogni aspettativa. Avendo scritto recensioni per anni, se dovessi fare il lettore in una casa editrice, sono sicuro che questa chiuderebbe in un anno, perché sceglierei opere per le loro qualità intrinseche e non per il loro tasso di solvibilità, come fanno invece i famigerati e temuti “lettori” che schedano i romanzi. Questo ti spiega perché la maggior parte dei romanzi italiani di genere (di qualunque genere, e taccio del mainstream perché lo aborro) sono delle emerite schifezze. Te l’ho detto, è un mondo di cretini di talento…

Puoi darci qualche anticipazione sui tuoi prossimi lavori?
Volentieri. A breve uscirà per Solfanelli un volumetto di fantateologia, Dolce autunno a Morutri, e per Odoya una guida alla fantascienza curata da Carlo Bordoni a cui ho partecipato anch’io. Inoltre sto lavorando a un romanzo, che per i motivi di cui sopra non vedrai mai editato. È un romanzo fantastico il cui titolo (zelaznyano) di lavorazione è L’angelo della Settima Stazione, un B Bildungsroman ambientato all’inizio degli anni Ottanta ma non tondelliano (i Settanta li ho già esplorati in lungo e in largo), omaggio invece a Fritz Leiber, uno degli scrittori più grandi del genere, maestro di tutti. Invendibile.

Hai in cantiere un nuovo libro o un nuovo progetto da portare avanti con la Cordero Editore?
Innanzitutto aiuterò il collega Stefano Roffo, curatore di un bel progetto che vuole descrivere la Liguria attraverso racconti (di autori liguri e no) che tocchino un po’ tutti i luoghi tradizionali della nostra regione. Il secondo invece è un’antologia pensata per rivalutare la figura dei gatti, amati da moltissimi scrittori di genere (Fritz Leiber in testa a tutti, poi H.P. Lovecraft, Robert Heinlein, Philip Dick, Jack Vance, Cordwainer Smith per citare i più famosi) ma spesso bistrattati nella letteratura mainstream. L’idea è radunare un buon numero di autori gattofili e impegnarli in lavori che pongano al centro proprio la manodopera felina, in modo che il vulgo si renda conto che non sono animali così strani, anaffettivi. Pensa a quel piccolo capolavoro di Leiber, Spazio tempo per saltatori, o a La porta sull’estate di Heinlein dove sono i gatti i veri protagonisti… in seguito Cordero devolverà parte del ricavato alle associazioni di assistenza felina. Le mie due gatte trovatelle, Altaira e Dirce, ringraziano a nome dei loro compagni meno fortunati.

/ 94 Articles

Sara Meddi

Sara è nata nel 1985 vicino Roma. Da bambina, prima di convertirsi alla letteratura, sognava di fare la paleontologa o, in alternativa, la disegnatrice di costruzioni Lego. Adesso lavora da qualche anno nell’editoria come redattrice freelance. Votata da sempre al pendolarismo adesso si divide tra Roma e il Trentino; quando non è in treno vive con il marito, un bimbo, due gatte e un congruo numero di libri. Nel (raro) tempo libero corre, guarda film horror e gioca con discreto successo a Super Mario.

Comments Closed

Comments for this post are now closed.