Intervista a Leonardo Luccone, direttore editoriale di 66thand2nd

Alessandra Stoppini

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66thand2ndIl lavoro in una casa editrice assomiglia a quello svolto dentro una grande nave nella quale ciascuno ha il proprio ruolo: editore, capo redattore, redattori, correttore di bozze, traduttore, direttore, promotore, curatore e grafico editoriale, agente letterario, ecc. Una figura di primo piano è quella del direttore editoriale, principale responsabile di tutto il lavoro. Per la rubrica dedicata al mondo delle case editrici, Il Recensore ha intervistato Leonardo Luccone direttore editoriale di 66thand2nd casa editrice con sede a Roma.

Leonardo, quando e com’è nata l’idea di fondare una casa editrice?
66thand2nd è nata nel 2008 da un sogno. Tomaso Cenci e Isabella Ferretti, gli editori, volevano portare in Italia i loro libri del cuore; libri che avevano letto e amato in America, dove hanno vissuto a lungo, e che in Italia non erano ancora stati pubblicati. La casa editrice è nata da una necessità culturale, dalla voglia di accendere una lucina su un’ampia fetta di narrativa poco proposta in Italia.

Ci spiega l’origine del nome?
È un indirizzo fisico di New York, l’incrocio tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue, il posto dove gli editori hanno vissuto, per lavoro, e dove hanno, per la prima volta, pensato di intraprendere un progetto editoriale.

Come è composta la redazione e come si svolge il vostro lavoro?
Oltre a me (e con me tutta Oblique), la casa editrice può contare su due redattori, un ufficio stampa (coadiuvato da un responsabile della comunicazione) e sull’apporto degli stessi editori. Il lavoro si svolge in modo molto lineare ed è organizzato secondo le uscite. Ci suddividiamo le cose da fare in funzione delle caratteristiche del libro, della difficoltà e dei tempi a disposizione. Abbiamo frequenti riunioni che ci permettono di tarare continuamente gli sforzi. Cerchiamo di lavorare i libri con cura e dedizione gestendo internamente tutte le lavorazioni, dall’editing, alla correzione di bozze, fino alla creazione degli ebook. Il flusso di lavoro, in estrema sintesi, è più o meno questo. Quattro o cinque mesi prima dell’uscita, con il libro in traduzione (prima dell’affidamento si fa una prova), viene fatto un approfondimento sul libro e sull’autore. Questo documento viene letto da tutti i membri della casa editrice, compreso l’art director che comincia a ragionare sulla copertina. Una volta arrivato il manoscritto ci sono l’editing e le letture incrociate, poi la correzione di bozze, l’impaginazione, altri giri di bozze con fine tuning, e poi la stampa e la creazione dell’ebook. Molte lavorazioni sono contemporanee: cito, un po’ alla rinfusa, le varie schede (per promotori, il comunicato stampa, eventuali schede per librai), la stesura dei testi per il sito, per la newsletter eccetera. Cerchiamo di lavorare con un flusso compatto e condiviso.

Quali sono i compiti principali di un direttore editoriale?
Il direttore è il responsabile dell’attuazione del programma concordato con l’editore. Il direttore deve quindi proporre un piano editoriale, portare idee, far lavorare la squadra in armonia e con il massimo dell’efficienza. Nella pratica, in una piccola casa editrice, i ruoli sono più sfumati di quanto ci si possa aspettare e il direttore editoriale, così come l’editore, si ritrova a fare tantissime cose operative. Questo è un gran bene.

Che tipo di preparazione occorre avere per lavorare in una casa editrice?
Non serve una preparazione specifica, anche perché non esiste alcuna scuola in grado di darla. Serve una volontà ferrea (che coincide con il piacere supremo) nel voler intraprendere questo mestiere. Non basta un generico amore per la lettura o per i libri, anche perché a parole ce l’hanno un po’ tutti. È una specie di malattia incurabile che si prende da piccoli. Se nonostante i numerosi tentativi di distoglimento ci si ritrova a volere lavorare in editoria e se si riesce a combinare qualcosa di buono allora forse qualche speranza di farne una professione c’è.

Ci spiega la nuova figura dello scout editoriale?
Perché nuova? Magari prima non si chiamava scout, ma qualcuno che suggeriva libri agli editori c’è sempre stato. La questione è semplice. Una delle cose più belle del lavoro editoriale è portare nuovi autori, pubblicarli, vederli crescere. Lo scout fa questo: individua, scommette, suggerisce. Lo scout è una persona che sa vedere lungo.

Che cosa si può fare secondo Lei, vista la poca propensione degli italiani ad acquistare libri e a leggere, per educare di più alla lettura e propagandare la diffusione del libro fin dall’infanzia e nei vari livelli scolastici?
Riformare la scuola, ripensarla. A insegnare bisogna mettere gente davvero in gamba, motivata e motivante, scegliere i migliori, pagarli bene, dare loro regole e ampie libertà. In quindici anni si può rifondare un paese.
Tutti gli altri tentativi sono palliativi ondivaghi, legati al benessere o al malessere del momento o ad annate ricche di titoli particolarmente fortunati (illusione dell’aumentata lettura). L’unica cosa che aumenta è la lettura su internet e voglio vederci del bene.
Non si può costringere nessuno a leggere un bel libro. Si deve creare la necessità.

Ci confida il titolo di un libro che avrebbe voluto pubblicare?
Zona di Mathias Énard.

Quali sono i vostri titoli di punta, dei quali andate più fieri?
Andiamo fieri di tutti i libri che facciamo. Tra i titoli di quest’anno mi aspetto molto da La bionda e il bunker di Jakuta Alikavazovic (aprile 2013), Un giorno scriverò di questo posto di Binyavanga Wainaina (luglio) e Girlchild di Tupelo Hassman (settembre).

Il mercato editoriale degli audiolibri e degli ebook è in continua espansione. Che cosa ne pensa al riguardo?
Che bisogna starci dentro. Bisogna farli, promuoverli. I numeri – che nessuno dà in maniera sistematica – per ora sono risibili. Non credo che gli ebook saranno sostitutivi del libro cartaceo e penso che in Italia ci vorranno ancora parecchi anni per vederli rivaleggiare seriamente con il libro tradizionale. Bisogna fare ebook che non possono essere libri. Questo segnerà una svolta.

Come affrontate l’antico male della distribuzione nelle librerie?
Rimboccandoci le maniche. Noi di 66thand2nd abbiamo la fortuna di essere promossi e distribuiti da Messaggerie, uno dei leader del settore. Detto questo, i prenotati, a volte, sono deludenti e noi dobbiamo inventarci sempre nuovi modi per arrivare a un pubblico più vasto possibile. È faticoso e stimolante. Ci sono stati libri che il nostro promotore-distributore ha sottovalutato e che poi hanno avuto vendite pari a tre o quattro volte il prenotato. Il nostro obiettivo è costruire un progetto editoriale solido e riconoscibile. I lettori ci daranno una mano.

Quali sono i vostri progetti futuri?
A breve esordisce una nuova collana, Vite inattese. È figlia di Attese, la nostra collana di letteratura sportiva, e con essa apriremo ai memoir, le vite e le imprese di gradi personaggi di sport. Partiamo con una densissima biografia di Gino Bartali, dove viene fuori un lato poco conosciuto del campione toscano.
Quest’anno partirà il nostro progetto sui circoli di lettura. È un chiodo fisso per noi, abbiamo addirittura creato una collana (Bookclub) di libri letterari che si prestano a letture condivise, alla discussione. Questo è un modo per fare il bene dei libri: farli vivere e circolare.

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Alessandra Stoppini

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