I cani abbaiano

Michele Lupo

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I cani abbaianoI cani abbaiano, titolo minore ma esemplare dell’opera di Truman Capote – esemplare perché non si tratta di scritti meramente occasionali (il volume una sua logica ce l’ha) e d’altra parte illustra degnamente alcuni tratti tipici dello scrittore americano -, ricompare ora nella Nuova Biblioteca Garzanti. Il libro era già presente nel catalogo dell’editore milanese, titolare dei diritti per l’Italia dell’intera opera dell’autore di A sangue freddo.

Scrittore – è lecito sospettare – di quelli che rientrano nella schiera numerosa dei più citati che letti, Capote ha involontariamente contribuito a tale esito: per più di una ragione. Scrittore-personaggio (abbastanza dal persuadere il cinema a occuparsi di lui) eccentrico vero, divorato da quello stesso mondo di star ricche e sin troppo famose di cui ha scritto in lungo e in largo e che a un certo punto ne ha avuto abbastanza di lui; autore di un libro, Colazione da Tiffany, diventato un film di culto grazie a Audrey Hepburn, così esentando tutti dal leggerlo;  e autore di una serie di interviste e ritratti “giornalistici” di un glamour perfido e sempre al crocevia fra arte, spettacolo e varie amenità: che forse ne hanno falsato la percezione per larghe fette di pubblico.

Capote – è noto – finì vittima di quello stesso mondo: quasi nessuno gli perdonerà la malefica disposizione al ritratto caustico fino all’indisponenza che farà del jet set americano. Morì isolato, alcolizzato: tutto questo ha contribuito a una controversa celebrazione del personaggio ma non ha aiutato una ricezione più spassionata dell’opera. Eppure, nonostante anche in questo libro non manchino giudizi lapidari, al limite della cattiveria (si pensi alle pagine su Marylin Monroe, la cui attrattiva sarebbe tutta nel fatto che è “orfana, spiritualmente e concretamente; è segnata, e illuminata, dalle stimmate della mentalità dell’orfano”) ci si potrebbe stupire della capacità di Capote di mettersi da parte per far emergere l’intervistato. Esemplare – per tornare alla nota iniziale – la lunga, celebre intervista “giapponese” (1956) a Marlon Brando (che stava lavorando alla lavorazione di un film): Il duca nel suo dominio. Niente a che fare col mero giornalismo intanto: basterebbe leggere le righe descrittive dell’ambiente che ospita l’attore: il disordine delle stanze nell’albergo di Kyoto, compresa “la fiumana di libri” (“neppure un romanzo (…) non gli va di leggere romanzi, ma vuole scriverne”) è detto con chiara vocazione di scrittore. Brando si mette in scena, racconta di quando tirava di boxe, del cinema (“questa storia di essere un attore di grande successo. A che serve?”), ma Capote sa farlo parlare. Più tardi, di fronte alla stizza del grande attore (il migliore del mondo, secondo il parere di Elia Kazan) avrebbe detto che si trattava di un uomo “geniale ma non spiccatamente intelligente”.

Idiosincratico certo: se riferendo una notizia o un avvenimento tende “a modificarla, ad arricchirla di particolari” lui dice certo, vero, ma questo significa “dar vita a qualcosa. In altre parole, una forma d’arte”. Ricordi d’infanzia, scritti di viaggio, personaggi del mondo letterario e di quello cinematografico: da Ezra Pound a Jean Cocteau, da Isak Dinesen (Karen Blixen) a Humphrey Bogart, il cui profilo nitido (e appena un po’ livido) pare tagliato nel bianco e nero della sua icona filmica: disposizione moralistica secca, quella dell’attore, che divide il mondo fra cialtroni e professionisti.

Conclude il volume un autoritratto di Capote del ’72. In cui confessa il timore di perdere il suo “senso dell’umorismo. Di diventare una mente senz’anima, di avviarmi giù per il sentiero che conduce alla pazzia e quindi, come dice quell’enigma Zen, passare il resto di una vita distrutta ad ascoltare il suono di una sola mano che applaude”. Forse alla fine gli successe davvero.

L’opera dello scrittore americano Truman Capote (1924-19484: ricordiamo almeno A sangue freddo; Musica per Camaleonti; Altre voce, altre stanze) è pubblicata in italiano da Garzanti.

Truman Capote (New Orleans 1924 – Los Angeles 1984) è una delle voci più originali della letteratura americana del Novecento. I suoi libri editi da Garzanti sono Altre voci, altre stanze (1948), L’arpa d’erba (1951), Colazione da Tiffany (1958), A sangue freddo(1966), I cani abbaiano (1980), Preghiere esaudite (1986), romanzo che Capote ha concluso poco prima di morire, e Incontro d’estate (2006), scritto nel 1943 e riemerso solo nel 2004, tra le carte abbandonate dallo scrittore nella sua vecchia casa di Brooklyn. Tutti i racconti brevi sono raccolti nel volume La forma delle cose (2007). Nel catalogo Garzanti è presente anche Ritratti e osservazioni (2008).

Autore: Truman Capote
Titolo: I cani abbaiano
Editore: Garzanti
Anno di pubblicazione: 2013
Pagine: 396
Prezzo: 20 euro

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Michele Lupo

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