“Gli anni belli” di Roma. Intervista a Marco Proietti Mancini

Alessandra Stoppini

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gli-anni-belliNelle prime pagine del romanzo Gli anni belli. Una storia d’amore a Roma tra le due guerre di Marco Proietti Mancini (Edizioni della Sera 2013) l’autore precisa che questo romanzo non è e non vuole avere la presunzione di essere in nessun modo un documento o un trattato di Storia. Sui libri di storia, infatti gli scrittori mettono le battaglie, le guerre, le paci e tutte quelle cose grandi che succedono, perché qualcuno tanto importante ha deciso che dovessero succedere. Quella è la Storia che t’insegnano a scuola, un po’ noiosa, fatta di nomi e cifre da imparare a memoria ma quella Storia non la fa la gente, non il popolo, in quella Storia le persone sono solo comparse, meno ancora solo figuranti, pupazzetti che si muovono sullo sfondo della scena come formichine su uno schermo troppo grande per contenerli tutti.

L’ultimo romanzo di Proietti Mancini, è quel tipo di libro che ciascuno di noi desidera aver scritto per conservare le proprie radici, la propria memoria, ciò che siamo stati e ciò che abbiamo fatto. Minuti. Ore. Giorni. Settimane. Mesi. Anni. Gli uomini danno dei nomi al tempo, provano a definirlo cercando di controllarlo, di regolarlo secondo quella che è la loro volontà. Poi scoprono che è il tempo a comandare su di loro, trasformandoli totalmente in un solo istante, o lasciando tutto identico e immutabile per decenni.

Nelle frasi iniziali che spiegano il senso del libro, ricordi che “abbiamo bisogno di scrivere parole perché la nostra impronta in questa vita non si cancelli mai”. Desideri approfondire il tuo pensiero?
I figli e le parole scritte sono la maniera che ha ogni uomo di lasciare una traccia indelebile della propria vita. La storia tramandata per via orale è importante, ma è scrivendo le parole che quella storia riesce a diventare documento e a rimanere eterna, senza bisogno di documenti di prova. Ho preso tutte le impronte, l’eco delle parole ascoltate nella mia vita, e le ho scritte.

Possiamo definire il romanzo come il seguito del tuo precedente volume Da parte di padre?
Sì e no. Sì, perché ha – in parte – gli stessi protagonisti. No, perché racconta una storia diversa, in maniera del tutto autonoma e consistente. Non c’è nessun bisogno di aver letto Da parte di Padre per capire questo nuovo romanzo. Certamente, però questo romanzo segue il precedente nella vita di Benedetto, come periodo storico e come descrizione dell’ambiente politico e sociale. La verità è che sono stato in pratica obbligato a scrivere Gli anni belli; non scherzo. In sostanza tutti quelli che hanno letto Da parte di Padre mi hanno chiesto di continuare a scrivere della vita di Benedetto.

Una storia d’amore a Roma tra le due guerre è quella dei tuoi genitori?
No, non solo. Anche perché di tutte le storie che mi hanno raccontato i miei genitori la parte che riguarda il loro innamoramento è quella su cui sono stati più avari di particolari e dettagli, quindi mi sono inventato in pratica tutto. Questa è una storia d’amore di tutte le coppie che si sono innamorate in quel periodo, in cui l’amore era l’unica vera grande forza positiva capace di far reagire gli uomini rispetto a tutti i fattori esterni, alle difficoltà e agli stenti di quegli anni. In realtà poi le storie d’amore descritte in questo romanzo sono più di una perché c’è anche la descrizione di altri amori più maturi, diversi da quello dei due protagonisti.

Chi è stato giovane negli anni Trenta leggendo il tuo libro ritroverà la propria giovinezza ma ai lettori più giovani quali suggestioni può suscitare?
Non lo so. Spero che faccia venire loro la curiosità di andare dai loro nonni e chiedere loro “nonno, raccontami”. Non ho nulla contro la tecnologia ma credo che il bombardamento continuo di stimoli mediatici che i nostri figli subiscono faccia loro perdere di vista l’attenzione verso una conoscenza più approfondita, più consapevole, che faccia loro comprendere perché le cose succedono. Viviamo in una società in cui le notizie diventano vecchie, obsolete, nel tempo di pochi giorni, perfino se parliamo di cose importantissime. Non è sano, si rischia di accelerare tutti i cicli storici, quello che succedeva in secoli si rischia di farlo succedere in poco più di qualche anno. Quando sento un giovane che parlando dell’olocausto dice “è roba vecchia” rabbrividisco.

Per quale motivo hai voluto citare nel libro il titolo di un romanzo di Gianrico Carofiglio “Il passato è una terra straniera”. Che cosa ti ha colpito di questa frase?
Per lo stesso motivo citato in precedenza. Carofiglio – autore che adoro – in quel romanzo parlava di un passato individuale. Io estendo il concetto a un passato comune, patrimonio comune, storia di popolo. Dobbiamo imparare a conoscerlo per imparare a riconoscere ogni volta i sintomi di mali che tornano. Nel romanzo cito anche “La storia siamo noi”; sempre con lo stesso intento. Non possiamo abdicare alle responsabilità, all’obbligo che abbiamo di trasmettere il passato. La storia siamo noi e abbiamo il dovere di trasmetterla.

Hai dedicato il volume anche “alla Musa che mi possiede, che crea le parole dentro me, cancella ogni stanchezza. Senza di lei non avrei emozioni, senza emozioni non avrei parole, senza parole non avrei vita… ”.È questo per te il significato della scrittura?
Senza dubbio. L’ho chiamata Musa; avrei potuto chiamarla démone, o spirito guida. Scrivo senza pensare, posseduto dalle emozioni che mi vivono dentro. Piango mentre racconto delle lacrime e delle sofferenze dei miei personaggi, sorrido e rido, mentre dalle dita mi esce la storia della loro felicità. Mi rendo conto che vivermi vicino mentre sto scrivendo è molto dura.

A che cosa attribuisci il successo di Roma per sempre?
Chiedermi questo è come chiedere alla Coca Cola la formula della bibita; con una differenza, che lì il segreto qualcuno lo conosce, nel caso di un libro – salvo che non si tratti di un’operazione marketing costruita a tavolino – il segreto del “successo” è un mistero anche per chi lo ha scritto; anzi forse per lui per primo. Posso solo formulare ipotesi; Roma per sempre è piaciuto perché ha permesso a tutti quelli che l’hanno letto di ritrovarcisi dentro, non solo se si è romani. È piaciuto perché ha sparigliato le carte e ha spiazzato, chi si aspettava una guida turistica si è trovato a leggere di emozioni legate a posti, situazioni, storie romane e non solo. Roma per sempre contiene circa quaranta storie, quaranta capitoli; ho ricevuto una quantità enorme di mail e messaggi, ognuno voleva dirmi qualcosa delle storie in cui si era riconosciuto, mi dicevano “come se le avessi scritte io”. Ecco Roma per sempre è piaciuto perché è diventato il libro di tutti, perché ho scritto le storie degli altri e non solo le mie.

Marco Proietti Mancini romano del 1961, lavora nel settore commerciale di una multinazionale dell’informatica e si diverte scrivendo di tutto. A scrivere professionalmente ha iniziato nel 2009, con la pubblicazione del suo primo romanzo Da parte di padre. Collabora con riviste, siti, blog di recensioni letterarie. Nel 2012 è stato pubblicato il suo secondo libro Roma per sempre (Edizioni della Sera). Nello stesso anno il suo racconto Ogni venerdì è stato inserito nell’antologia Cronache dalla fine del mondo (Historica Edizioni) e ha scritto i testi per il volume fotografico Roma, caput mundi pubblicato a scopo benefico. Nel gennaio 2013 Roma per sempre è uscito in una nuova edizione ampliata per Edizioni della Sera e a marzo il suo racconto Ciao mamma sarà inserito nell’antologia Nessuna più pubblicata da Elliot Edizioni a sostegno di Telefono Rosa contro la violenza sulle donne.

Autore: Marco Proietti Mancini
Titolo: Gli anni belli. Una storia d’amore a Roma tra le due guerre
Editore: Edizioni della Sera
Anno di pubblicazione: 2013
Prezzo: 16 euro
Pagine: 420

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Alessandra Stoppini

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