L’estraneo di Tommaso Giagni

Michele Lupo

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le28099estraneo-einaudiNel romanzo d’esordio di Tommaso Giagni, “L’estraneo, per Einaudi Stile Libero, il protagonista (e voce narrante)  soffre una sostanziale separazione fra sé e il mondo – tema classico quanti altri mai, la mancata identificazione con un ambiente, una lingua, un modo di intendere le cose, giocata in questo libro tutta all’interno di una città, Roma, fra il suo centro e la periferia.

Il ventenne senza nome è uno sradicato cresciuto nella “Roma delle rovine” (così la definisce), agiata e borghese, con un padre portinaio venuto però dalla periferia, una “Roma di Quaresima” slabbrata, di disgraziati senz’aura – condizione che non solo allontana (e quello è una dato storico ovvio) il Pasolini pure evocato qua e là, ma pare rovesciare l’intuizione del Walter Siti del “contagio”. Nella Roma di Giugni, autore peraltro molto giovane, il protagonista non è davvero da nessuna parte, mai davvero a proprio agio, in difetto sempre. Centro e periferia sono i due poli fra cui rimbalza il malessere e il tentativo di superarlo.

All’inizio le vicende sono più “riferite” che mostrate. Il narratore (inutilmente a caccia se non di una qualche autenticità, di un qualche senso delle cose, o forse di una verifica di sé nelle borgate che furono del padre, fuggito decenni prima verso il centro – illusorio approdo di una vita piccolo borghese), il suo disagio lo teorizza, lo commenta. L’incertezza è tangibile in certi passi in cui il romanzo sembra il riflesso di parole d’ordine della critica: di un tale Leonardo si dice che “il suo trauma è non aver avuto lutti gravi”…

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Michele Lupo

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