I giorni chiari di Bank. Un’infanzia dorata

Alessandra Stoppini

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i_giorni_chiariI giorni chiari” di Zsuzsa Bank (Neri Pozza) erano i giorni estivi trascorsi da Aja, Seri e Karl nel giardino incantato di una “casupola tenuta in piedi con assi e fil di ferro, una baracca a cui aggiungevano pezzi nuovi quando lo spazio non bastava più”.

Germania del Sud, Anni Sessanta. Oltre un cancello sgangherato “dietro il granoturco e il frumento, sul bordo di un viottolo di campagna che conduceva attraverso un ponte sui papaveri” al villaggio di Kirchblut, viveva la minuscola Aja “figlia del circo” dalle mani piccole e dai piedi minuti insieme alla madre Evi ex funambola. “Aveva lunghe gambe smilze di cui diceva che sembravano tagliate nel legno”. Evi “camminava come se non ci fossero ostacoli, come se niente potesse ostruirle il passaggio, come se fossero le cose a dover scansare lei e non il contrario”. Anche se la casa non aveva un vero indirizzo “la mamma di Aja riceveva lettere infilate dentro una spessa busta di carta da pacchi”. Queste lettere, che arrivavano dall’altra parte dell’Oceano, provenivano dal padre di Aja, l’acrobata Zigi che lavorava in un circo statunitense. Quando Zigi tornava a casa, erano giorni chiari nella casupola in mezzo al verde. “Non appena le prime notti fresche prendevano a insediare l’estate, a casa di Aja arrivava un visitatore”. Zigi faceva ritorno nella vita di Evi e Aja entrando dal cancello “con una valigia scura in una mano e nell’altra un cappello… ”. Aja “piccola libellula” e Seri adoravano i numeri artistici di Zigi, perché i momenti trascorsi con lui erano magici. “Zigi saltava indietro sulle mani, tornava sui piedi, saltava di nuovo indietro e sembrava volare per il giardino tracciando cerchi nell’aria con le gambe”. Quando l’autunno stava per lasciare il posto al freddo e nevoso inverno, era giunto il momento per Zigi di ripartire. L’acrobata si congedava dalla sua famigliola con una piroetta appeso allo sportello dell’autobus. “Tutto quello che restò di Zigi… fu un fascio di disegni fra le tazze del mattino”. Il piccolo mondo fantastico di Evi, Zigi e Aja rappresentava il paradiso per Seri, perché “c’era leggerezza in ogni cosa che facevano, i loro giorni erano chiari quando strappavano fili d’erba all’ombra di un albero, quando passavano mano nella mano davanti a banchi e negozi e parlavano, parlavano in continuazione finché Evi si sedeva su una panchina e guardava Aja inseguire i colombi”.

Die hellen Tage è il fiabesco e poetico racconto di una grande amicizia sbocciata nei giorni chiari dell’infanzia narrati in prima persona da Seri. ”Conosco Aja da quando so pensare. Quasi non ho ricordi di un tempo prima di lei, di una vita in cui lei non c’era”. In quel passato fatto di piccole cose è bello ritornare con il pensiero, a quel periodo nel quale “ci intendevamo nel modo in cui si intendono i bambini, senza esitazioni, senza convenevoli e, appena cominciato il primo gioco, fatte le prime domande, subito passammo insieme le nostre giornate, le infilammo come perline di una collana infinita, prendendo per un affronto ogni interruzione con cui gli altri ci separavano”. Un’estate “quando ancora facevamo giro girotondo” si era unito ad Aja e a Seri il piccolo Karl “presto fu come se ci fosse sempre stato” e nel giardino si sentivano risuonare le voci felici di tre bambini che si spartivano i tre tigli davanti allo steccato. Se Aja sentiva la mancanza del proprio padre, Seri e Karl avevano già conosciuto il dolore. Il fratellino minore di Karl “era scomparso un pomeriggio di primavera” e non era mai più tornato a casa mentre Seri era rimasta orfana del padre troppo presto. Nel piccolo villaggio del Sud della Germania si era venuto così a costituire un nucleo di affetto e di solidarietà che legava i bambini e le rispettive madri. “Mia madre si era messa in testa di schiudere una porticina attraverso cui Evi avrebbe potuto accedere a un mondo migliore, più ricco, che secondo lei doveva varcare a ogni costo”.

Attingendo ai ricordi familiari l’autrice nelle pagine più struggenti del volume dalla prosa elegiaca, rievoca con toni eroici e leggendari la fuga di Zigi ed Evi dall’Ungheria del 1956. È anche per questo che Evi si congeda dal romanzo pronunciando la frase “tengo i giorni chiari, quelli scuri li rendo al destino”. Portati alla luce segreti inconfessabili e tradimenti inaspettati quando “non saltavamo più da un pezzo nel giardino, ma passeggiavamo lungo il mare cercando navi che lo solcassero” diretti al Sud, a Roma, Aja, Seri e Karl sarebbero sempre tornati al loro villaggio natale ripercorrendo le tracce di un’infanzia dorata. “Non so che cosa fu a spingerla vicino a me, a mandarla da me invece che da altri, a legarla a me: che cosa porta a scegliersi?”

Zsuzsa Bank, nata nel 1965 a Francoforte da genitori ungheresi, dopo aver lavorato come libraia, ha intrapreso gli studi di giornalismo, scienze politiche e lettere nelle università di Meinz e di Washington. Vive a Francoforte con il marito e due figli. Il suo primo romanzo Der Schwimmer ha ricevuto grande consenso di critica e pubblico e numerosi premi, tra cui il Deutscher Buchpreis.

I giorni chiari è tradotto da Riccardo Cravero.

Autore: Zsuzsa Bank

Titolo: I giorni chiari

Editore: Neri Pozza

Anno di pubblicazione: 2012

Prezzo: 18 euro

Pagine: 457

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Alessandra Stoppini

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