Zink: un perfetto gioco di scatole

Sara Meddi

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Zink (Zandonai) è un libricino piccolo piccolo, sono appena 100 pagine, ma è uno di quei libri dove ogni singola parola ha un peso e una sostanza. È un libro breve eppure è così ricco che contiene tre storie, tre vicende che contenute l’una dentro l’altra in un perfetto gioco di scatole.

C’è la storia del protagonista, uno scrittore in viaggio per gli Stati Uniti, un pellegrinaggio dai tratti fortemente malinconici e intimistici durante il quale, tra una camera d’albergo e l’altra, butta giù un romanzo. C’è il romanzo che compare per stralci così come si compone e si ricostruisce nella mente del protagonista, e nel romanzo ci sono una ragazza e suo padre. E infine c’è il padre, quello dello scrittore che si riflette poi nel padre del romanzo.

Il padre, quello reale, quello del viaggiatore-scrittore, è il vero protagonista del libro, ed è morto. La presenza del padre, o meglio dell’assenza del padre, impregna lo scrittore tanto da diventare un filtro tra lui e la vita, tanto da far sembrare più vivo il padre che il protagonista stesso. «Fra il racconto e me si era frapposto il dubbio; fra la vita e me giaceva mio padre». Una mancanza che si rispecchia nel senso di disorientamento e alienazione suscitato dai grandi spazi e delle masse informi di persone che popolano gli Stati Uniti, uno straniamento fisico che diventa sempre di più lo specchio di uno smarrimento interiore. Le trame si intrecciano fino a ricostruire l’agonia del padre, ammalatosi in Israele e portato poi a morire in Serbia, fino a una partenza che sembra sempre di più una fuga per esorcizzare la morte. E se la narrazione del viaggio appare onirica e frammentaria quella della malattia del padre è straordinariamente cruda e reale nel ricostruire ogni piega del dolore e della miseria fisica che accompagna la morte. In questo viaggio il padre si lega a lui come in un inseguimento, e il girovagare per l’America diventa infine una corsa verso la resa dei conti con la propria memoria.

«I viaggi finiscono prima della partenza; il volo verso casa è come un movimento all’indietro nel tempo; le persone che ti aspettano sono quelle che erano venute a salutarti»

David Albahari (1948), scrittore di origini ebraiche, vive da molti anni in Canada ed è tra gli interpreti più originali e controversi della letteratura serba contemporanea. Le sue opere sono tradotte in tutto il mondo. È solito affermare infatti, ispirandosi all’I Ching: «Se capisci quello che succede all’interno della tua famiglia, capirai quello che succede nel mondo. Le cose si ripetono, a cambiare è solo la dimensione degli avvenimenti». Tra i suoi romanzi in italiano ricordiamo, tra gli altri, Il buio (Besa, 2003), Goetz e Meyer (Einaudi, 2006), L’esca (Zandonai, 2008), Ludwig (Zandonai, 2009).

Il suo ultimo libro, Sanguisughe, è appena stato pubblicato dalla Zandonai.

Autore: David Albahari

Titolo: Zink

Editore: Zandonai Editore

Prezzo: 11,50 euro

Pagine: 96

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Sara Meddi

Sara è nata nel 1985 vicino Roma. Da bambina, prima di convertirsi alla letteratura, sognava di fare la paleontologa o, in alternativa, la disegnatrice di costruzioni Lego. Adesso lavora da qualche anno nell’editoria come redattrice freelance. Votata da sempre al pendolarismo adesso si divide tra Roma e il Trentino; quando non è in treno vive con il marito, un bimbo, due gatte e un congruo numero di libri. Nel (raro) tempo libero corre, guarda film horror e gioca con discreto successo a Super Mario.

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