La forza delle donne. Intervista a Raffaella Romagnolo

Alessandra Stoppini

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La masnà di Raffaella Romagnolo (Piemme 2012) è il racconto di sessant’anni di storia italiana, dagli anni Trenta ai Novanta, visti attraverso gli sguardi di tre donne: Emma, Luciana e Anna, nonna, figlia e nipote, dai diversi destini. Il secondo romanzo della scrittrice piemontese è una splendida saga di una famiglia contadina ambientata nel Monferrato ricco di terra fertile e carico di storia.

Nell’aprile del 1935, X anno dell’era fascista, Emma Bonelli “bei ricci rosso scuro, che scendono sulle spalle sontuosi” andava sposa al ciabattino Eugenio detto Genio, dalla “camminata sbilenca”, il cui cognome era stato cambiato in Francesi “perché molti anni addietro un paio di fratelli si erano spinti a lavorare oltre frontiera”. La sposa, vestita con l’abito domenicale reso elegante per l’occasione “da due pinces in vita riprese da una parente mezza sarta”, era stata scelta dai Francesi perché “gran lavoratrice”. Dal momento nel quale Emma era entrata nella corte del caseggiato a forma di L, dominato con pugno di ferro dal suocero chiamato il Ferroviere, la donna avrebbe faticato senza risparmiarsi dividendosi tra casa, orto e le terre dei Francesi. In un periodo storico dove secondo il duce Benito Mussolini “il vero posto della donna, nella società moderna, è attualmente, come per il passato, nella casa”, Emma Bonelli avrebbe ricoperto alla perfezione il proprio ruolo di sposa e madre senza mai lamentarsi, anzi con una rassegnazione atavica. Sua figlia Luciana, sposa infelice del cuoco Franco Cermelli proprietario del ristorante Tre Campanili, alla fine degli anni Sessanta lavorava presso la Sartoria Fratelli Bondiglio “la nostra Lucianina è una stiratrice finita”, primo passo verso un’iniziale emancipazione interrotta con il matrimonio. La nipote di Emma, Anna, Dottoressa in Fisica magna cum laude, avrebbe riscattato la sorte di Emma e Luciana.

Ne La masnà il cui titolo in lingua piemontese significa bambino o bambina, le voci femminili protagoniste si passano il testimone narrando semplici e dolorose vicende di abnegazione, remissività e desideri celati. Tre generazioni a confronto accomunate dal legame per la casa, che tra Tanaro e Po si affaccia sulla campagna con il suo “dedalo di vite passate”, cuore e motore centrale del romanzo intervallato da espressioni in dialetto “vengono dalla mia infanzia, le ho scritte come ancora mi risuonano in testa”. Sicuramente un libro redatto con eleganza e autentica partecipazione. “Il mercoledì pomeriggio in cui Luciana disse che non avrebbe mai più rimesso piede nella casa dei Francesi era appena cominciato l’inverno”.

Signora Romagnolo, per quale motivo ha scelto di porre all’inizio del volume la frase di Thomas Mann tratta da La Montagna incantata? (1) Il romanzo di Thomas Mann uscì negli anni Venti. Le vicende narrate risalivano al periodo immediatamente precedente la prima Guerra Mondiale. Mann narra insomma un passato relativamente vicino, ma che lui sente remoto, lontanissimo dal suo presente. Il mondo di Hans Castorp in sanatorio, scrive Mann, è “il mondo che precedette la grande guerra, dal cui principio sono cominciate cose che forse non hanno ancora cessato di cominciare”. Nei confronti della Masnà mi sentivo in uno stato d’animo analogo: la condizione che vivono le mie protagoniste è cronologicamente vicina (tutto si chiude alla metà degli Anni Novanta), ma come Mann ho la sensazione di vivere oggi in un mondo completamente mutato. Le spiegazioni che mi sono data – l’esaurirsi della guerra fredda, l’accelerazione dei processi di globalizzazione economica, l’11 settembre, la crisi ecologica – mi persuadono, ma non mi spiegano per intero questa sensazione. Non so, non so bene afferrare, diagnosticare la contemporaneità. Come accade nella Montagna Incantata, alla fine della Masnà la più giovane delle protagoniste sperimenta le prime avvisaglie del cambiamento in cui siamo immersi. Anna paga sulla propria pelle gli effetti della crisi economico-strutturale che – allora agli inizi – ha poi invaso le nostre vite. Il mondo gravido di opportunità che aveva arriso alla madre – giovane donna alla fine degli anni Sessanta – per l’ultima delle masnà è tramontato di colpo. Nessuno, intorno a lei, se n’è accorto. La guerra era alle porte, e la maggior parte di noi non ha neanche sentito l’odore di polvere da sparo.

Come si è sviluppata la trama del romanzo e per quale motivo ha scelto di raccontare l’epopea di un clan contadino? Mi incuriosiva seguire le vicende di una famiglia piemontese – monferrina come me – attraverso uno dei più grandi sconvolgimenti del secolo appena passato: la fine del mondo contadino. Che resta di una famiglia contadina dopo che la campagna ha perso la battaglia contro l’industria? Che succede ai vari membri? Mi interessavano soprattutto le donne. Perché – magari a torto – mi sembravano meno “raccontate”, o magari accostate in un modo che non mi convinceva. Troppe eroine, o tipi a vario titolo “speciali”, mentre io volevo sapere cosa è accaduto a donne “ordinarie” (nel senso di “non straordinarie”). Cosa ha significato, per la loro vita, smettere di andare nella vigna ed entrare in fabbrica. Lasciare la cascina e trasferirsi in un appartamento. E che eredità emotiva, spirituale, valoriale, questa rivoluzione copernicana (dalla vigna alla fabbrica, dal matrimonio “obbligato” alla scelta autonoma del compagno) ha portato nelle vite delle donne che sono venute dopo.

Emma, “grande e forte”, sempre indaffarata. La sua operosità sembra fare da contrasto ai suoi silenzi, a una vita fatta di rinunce. Che cosa ne pensa? Stare al mondo, per Emma, significa rendersi utile. Lavorare per la famiglia (in casa e fuori), accudire ai membri più deboli (i bambini, il marito inetto, di cui protegge i segreti). Non riesce neanche a concepire per sé un destino diverso, ha imparato a soffocare ogni desiderio che non si accordi con questa condizione di base. Quando la figlia Luciana avanza delle perplessità sul matrimonio che la aspetta, Emma, letteralmente, non capisce. Il caso la obbliga a una scelta: salvare Carlin dla Moisa – una specie di doppio del fratello Sandro – o proteggere i Francesi. Di quest’unica scelta porterà il peso per tutta la vita. Per chi pensa di non poter scegliere, la scelta è una colpa, perfino un peccato.

Se la guerra non avesse premuto su ciascuno come il tacco sull’insetto…” La storia d’Italia arriva nella vicenda di Carlin dla Moisa e in una descrizione del 9 maggio del 1978 in una cittadina della provincia del Basso Monferrato. Ce ne vuole parlare? Mentre scrivevo ho cercato di tenere presente il contesto storico, documentandomi il più possibile. Ma la condizione di questi personaggi – “ordinari” nel senso che si diceva sopra – è comunque quella di restare ai margini della Storia. Che naturalmente ne condiziona le vite – basta pensare alla guerra – ma che resta per loro l’eco lontana di eventi non ben compresi. Le chiacchiere che arrivano in paese circa gli scioperi alla Fiat alla fine degli anni Sessanta, i televisori accesi che, mentre Anna cerca di imparare ad andare in bicicletta, danno la notizia del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. Voci, brusio.

Anche lei come Elsa Morante pensa che la Storia sia fatta non solo dai protagonisti ma da donne e uomini semplici, vinti ed eroi quotidiani? Elsa Morante è un modello. Aggiungo che c’è una polarizzazione, nel romanzo, tra personaggi che sentono come gira il vento e sanno approfittarne (il ferroviere, il cavalier Robino, Mario dei Francesi, ad esempio) e mere vittime. Personaggi “umili”, che non hanno studiato o hanno studiato poco. Spesso poveri. E magari si arricchiscono, come Franco Cermelli, sull’onda lunga del boom economico, ma di fatto non sono coscienti dei meccanismi socioeconomici in cui sono inseriti.

Nel suo articolo L’8 marzo che vedremo nell’era postfemminista pubblicato sul Magazine Il Venerdì del quotidiano La Repubblica, Nicla Vassallo tra le altre cose scrive “Equità ed eguaglianza ci vorrebbero, di fatto, non solo di diritto”, condivide questo parere? Come non essere d’accordo? Con un debole per il primo dei due termini: equità. L’etimo porta dentro sia l’idea di uguaglianza sia quella di giustizia. La giustizia come uguaglianza, che non esiste senza uguaglianza. Una collettività che si definisca democratica non fa differenze. Quanto siamo lontani, nei fatti? Basta uno sguardo alle statistiche sull’occupazione femminile e sulle retribuzioni, sulla ripartizione dei carichi di lavoro domestico, sui ruoli chiave delle grandi aziende. Basta prestare ascolto alle chiacchiere che si sentono al bar. I lavori “da donna” e quelli “da uomo”, per dire. Barriere, muri, differenze. Ma la democrazia, per essere tale, è inclusiva, non esclusiva. Accoglie, non separa, non tollera cittadini di serie A e di serie B. Il discorso si farebbe lungo, segnalo solo una consonanza, per me sgradevole, tra questo discorso e un certo modo di affrontare la “questione migranti”. Per qualcuno, non membri possibili di una collettività in trasformazione ma problema da risolvere con meccanismi più o meno scoperti di separazione dal corpo sociale.

(1) “Ma la natura remota di una storia non è tanto più profonda, perfetta, fiabesca, quanto più recente è il suo passato?”

Raffaella Romagnolo è nata a Casale Monferrato. Si è laureata in Scienze Letterarie con Edoardo Sanguineti. Ha collaborato con Il Secolo XIX e Diario. Nel 2007 ha pubblicato il suo primo romanzo L’amante di città (Genova, Fratelli Frilli), molto apprezzato da pubblico e critica.

Autore: Raffaella Romagnolo

Titolo: La masnà

Editore: Piemme

Anno di pubblicazione: 2012

Prezzo: 16,50 Euro

Pagine: 336

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Alessandra Stoppini

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