La fonte del dolore artistico

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La fonte del dolore artistico, è intrappolata nella dialettica costante tra il mondo ideale “interiore” e la terrificante “realtà”. Il freudiano “principio di piacere”, viene costantemente  deluso dal “principio di realtà”, in una spirale che trova approdi sempre più sottili nella solitudine del giorno.

Gli scrittori e i poeti, vengono così soffocati e repressi negli spiragli di un mondo con sempre meno sentimento. Lo stesso rifugio notturno, da sempre approdo dei creativi, non riesce più a sfuggire all’inquietudine degli incubi del quotidiano. L’intuizione delle parole, a detta di filosofi e psichiatri, non può essere razionalmente spiegata. Il dono della scrittura, resta ancora uno degli ultimi irrivelabili misteri, uno dei grandi empatici antidoti al dolore, costantemente agli antipodi della vita e della morte, sempre immerso  e sempre sfuggente nel perpetuo meccanico flusso divino del tempo. Lo spiraglio della semplicità quotidiana delle parole, non potrà mai essere creato artificiosamente o studiato a tavolino dagli esperti delle parole: mancherebbe nel lettore sensibile l’immedesimazione,  si fiuterebbe dopo poche righe l’inganno. La scrittura artificiosa non resta, non resiste al tempo, con buona pace di chi vuole manipolare l’uomo e la natura.  Il dono doloroso della scrittura, tragico e meraviglioso insieme, non può essere rispedito al mittente. È una sublime inevitabile condanna. Gli scrittori e i poeti, condensano nella loro anima l’inquietudine dei tempi, sono ricettacoli e amplificatori di sensazioni, saturano dolorosamente le idee nella fioritura dei loro frammenti indiretti di immaginifica realtà. Vengono spesso ignorati (in particolare i poeti), perché descrivono brutalmente la realtà, perché troppo avanti coi tempi, ne descrivono le trame con spietata lucidità. Vengono anche amati, perché vivono al limite delle emozioni, rimanendo però ai più indifferenti per i loro ritmi ritenuti lenti, per quella che appare una noiosa litania di accusa all’uomo “rappresentativo”*. La poesia però, rifiorisce in ogni empatico verso, in ogni sussulto di coscienza. Si rassegni l’uomo mediocre, l’eterno abbatterà il patetico nulla della sua rumorosa inconsistenza.

*Ho attinto tale definizione da G.Girard, Identità e crisi del soggetto: una prospettiva psicosociale, F. Barbano e M. Talamo (a cura di), Complessità sociale e identità, problemi di teoria e di ricerca empirica, Franco Angeli, Milano 1985, p.331.

Articolo di Francesco Pasella

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