L’esordio di Philip Roth: “Goodbye, Columbus”

Chiara Pieri

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Un romanzo breve e cinque racconti, datati 1959 e pubblicati in Italia per la casa editrice Einaudi nel 2012, compongono la prima opera letteraria di Philip Roth, Goodbye, Columbus. Un esordio che consacra in breve tempo Roth nell’alveo dei grandi narratori. Bastano poche pagine, infatti, per rendersi conto che si ha a che fare con un brillante scrittore, in grado di descrivere con semplici tratti i mondi e le atmosfere da lui evocati, in cui il lettore si immerge quasi senza rendersene conto.

Tutte le storie di Goodbye, Columbus hanno per protagonisti personaggi di origine ebraica, proprio come Roth, che non a caso è considerato uno dei più importanti scrittori ebrei in lingua inglese e che spesso infarcisce le sue narrazioni di una componente autobiografica o risalente al proprio vissuto.

Il romanzo, che dà il titolo alla raccolta, Goodbye, Columbus racconta di un amore estivo tra il ventitreenne Neil Klugman e la giovane e ricca Brenda Patimkin. Una storia di passione, nata ai bordi di una piscina, in una calda estate di Newark, sul finire degli anni ’50, che rivela non solo le differenze e le diffidenze sociali, sia all’interno della comunità ebraica, sia in rapporto alle altre etnie dell’America multietnica, ma anche i conflitti e le tensioni generazionali, scaturiti dalla dicotomia tra progresso e tradizione.

La distanza tra generazioni emerge anche nella storia di Epstein, sessantenne, self-made man alle prese con una figlia ventenne, socialista e innamorata di un cantante folk. Ma per quanto Epstein la biasimi, in realtà quello che sente mancare nella sua vita sono proprio i colpi di testa della gioventù, anche se poi sarà lui stesso a farne le spese.
Nel libro non mancano le critiche alla religione ebraica ortodossa, come nella Conversione degli ebrei e in Difensore della fede, né una riflessione sulla follia, come nella storia di Eli, la cui lucida pazzia, lo porta a vestirsi come un fanatico del Talmud.

Quello che più si apprezza di questa prima opera di Roth è la strabiliante capacità narrativa. Ogni personaggio prende vita nella sua complessità, non senza uno sguardo ironico-umoristico da parte dello scrittore, che ne rivela anche tutte le contraddizioni. Goodbye, Columbus è un libro che non può mancare tra le letture degli appassionati del romanziere americano, ma anche tra quelle di chi non lo conosce e vuole avvicinarsi alla sua produzione letteraria, proprio partendo dal suo esordio.

Philip Roth ha vinto il Premio Pulitzer nel 1997 per Pastorale americana. Nel 1998 ha ricevuto la National Medal of Arts alla Casa Bianca, e nel 2002 il più alto riconoscimento dell’American Academy of Arts and Letters, la Gold Medal per la narrativa. Ha vinto due volte il National Book Award e il National Book Critics Circle Award, e tre volte il PEN/Faulkner Award. Nel 2005 Il complotto contro l’America ha ricevuto il premio della Society of American Historians per «il miglior romanzo storico di tematica americana del periodo 2003-2004». Recentemente Roth ha ricevuto i due più prestigiosi premi PEN: il PEN/Nabokov Award del 2006 e il PEN/Saul Bellow Award for Achievement in American Fiction. Roth è l’unico scrittore americano vivente la cui opera viene pubblicata in forma completa e definitiva dalla Library of America. Nel 2011 ha ricevuto la National Humanities Medal alla Casa Bianca, ed è poi stato dichiarato vincitore della quarta edizione del Man Booker International Prize.Autore: Philip Roth

Titolo: Goodbye Columbus
Editore: Einaudi
Anno: 2012
Pagine: 247
Prezzo: 19,50 Euro

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Chiara Pieri

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