In libreria “L’estate di Katia”. La felicità prima della tragedia

Alessandra Stoppini

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Jean Marc Montjean protagonista del romanzo L’estate di Katya di Trevanian (Bompiani 2012) molti anni dopo ricordava “quanto fosse stato magnifico il tempo” l’estate precedente lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Presto “migliaia di giovani sarebbero morti nelle trincee” ma in quel momento “le giornate sembravano senza fine” cariche di “cieli di un blu intenso” e mattine “rallegrate dal canto degli uccelli”. In tutta Europa non si sentiva alcun cattivo presagio, nessun sintomo di quella terribile guerra che nei successivi quattro anni avrebbe segnato “il passaggio tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, tra l’Età della Grazia e l’Età dell’Efficientismo”. Nella località termale di Salies – les – Bains il dottor Jean Marc Montjean, che aveva studiato a Parigi ed era “attratto dalle opere di Freud e dei suoi seguaci, allora del tutto rivoluzionarie e non del tutto comprese”, lavorava come assistente presso la clinica del dottor Gross “l’uomo più colto e più brillante del villaggio”. Dopo tanti anni di assenza Montjean ora quasi cinquantenne era ritornato a Sailes per stilare un bilancio della propria esistenza proprio lì in quella cittadina “dall’aria un po’ vecchia e pretenziosa” dove aveva incontrato Katya. La bella e sfuggente Katya che agli occhi di un giovane medico rappresentava l’amore assoluto e quel legame tra la passione di quella magica “lunga, splendida estate” del ’14 e “il desiderio di morte” che sarebbe seguito in autunno con la partenza di Montjean per la guerra. “Avevo il cuore pieno di nostalgia e provavo un dolore molto simile al rimorso, per cui decisi di tornare a Salies e di cercare lì, dove si erano lacerati, i fili che avevano regolato la mia vita”.

The Summer of Katya ricercato ed elegante romanzo pubblicato dall’autore per la prima volta nel 1983 a New York da Crown Publishers, viene ora ristampato dalla casa editrice Bompiani. Nella bella e incisiva prefazione di Patrick Mc Grath, lo scrittore inglese precisa che Trevanian si era dedicato a vari generi letterari e con diversi pseudonimi “sperando, come disse una volta, di tenere separati i suoi lettori”. Questo espediente si era rivelato vincente, perché l’autore americano aveva pubblicato cinque bestseller in undici anni. “La prima volta vidi Katya da una certa distanza”. La giovane sempre di bianco vestita simbolo di candore, amava andare in giro in bicicletta, si dilettava in studi di anatomia umana e conosceva le opere di Freud. Non portava il cappello, infatti il volto di Katya era abbronzato e la ragazza possedeva una carnagione sana, tipica “di chi passa molto tempo all’aria aperta”. Era completamente diversa dalle altre donne della sua epoca e questo era il segreto del suo fascino. Montjean era preso “da quella miscela di sincerità quasi brutale e di atteggiamenti stravaganti, dall’intelligenza e dalla purezza del suo modo di pensare…”. Katya Treville non era bella ma certamente attraente, proveniva da Parigi e viveva in un antico mucchio di pietre chiamato Etcheverriainsieme all’anziano padre e al fratello gemello Paul. Katya e Paul erano “identici in ogni tratto” e uguali in tutto e per tutto. Ciò che in “Katia poteva essere bellezza” in Paul “era fragilità e quasi effeminatezza, e la grazia nei movimenti in lei, era affettazione in lui”. Il legame tra i fratelli, l’uno uno spirito amaro, l’altra intelligente e brillante, e l’oscuro segreto che li unisce è il punto centrale del libro. Qualcosa di sinistro stava per accadere sotto il cielo azzurro dei Pirenei francesi e Travanian ce lo svela poco a poco, in maniera sottile e originale. Ripercorrendo con nostalgia e rimpianto i luoghi di quell’estate di Katya, Jean Marc faceva ricorso al pozzo senza fine che era la sua memoria, ancora inebriato dal ricordo di un amore senza speranza. Oggi come allora la guerra era alle porte, ritornavano le suggestioni di quei mesi estivi quando non aveva compreso, lui medico di provincia, che la svagatezza del padre dei gemelli, la malia di Katya e lo snobismo decadente del parigino Paul nascondevano un segreto. “Tutti e tre mentiamo, ciascuno per proteggere gli altri dalla verità”. Un quarto di secolo dopo un prezioso volume in pelle restava l’unico ricordo materiale di quell’ultima estate felice, dell’estate di Katya.

Un libro da riscoprire di un autore ingiustamente dimenticato che possedeva il dono di descrivere quell’attimo perfetto nel quale ci si rende conto di essere innamorati. Ma le particelle di cui è costituito l’amore sono troppo minuscole perché possiamo suddividerle e analizzarle, proprio come il loro insieme è troppo vasto perché possiamo percepirlo nella sua interezza e da una posizione emotiva vantaggiosa. Al di là di ogni ragione, al di là di ogni logica, e senza rendermene conto, ero ormai innamorato di lei.

Trevanian è lo pseudonimo di Rodney William Whitaker (1911 – 2005), autore di numerose opere di narrativa. Ha lavorato come shoe – shine boy, come raccoglitore e come ambulante nelle fiere di paese prima di intraprendere la carriera militare come istruttore della Marina durante la Guerra di Corea. Alla fine della guerra si è dedicato al teatro come attore, drammaturgo e regista. Grazie all’immediato successo del suo primo romanzo, Il cargo dell’Eiger (1972), ha deciso di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Nel 2010 Bompiani ha ripubblicato Shibumi. Il ritorno delle gru. L’estate di Katya è tradotto da Luciana Bianciardi Di Chiara.

Autore: Trevanian

Titolo: L’estate di Katya

Editore: Bompiani

Anno di pubblicazione: 2012

Prezzo: 17,50 Euro

Pagine: 279

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Alessandra Stoppini

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