Malone, la scrittura e il niente. Il genio di Beckett

Michele Lupo

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Scrive Malone, non fa altro, lui che dovrebbe morire, e in effetti è lì lì per farlo, per lasciarci definitivamente, scrive e la tira per le lunghe, lui, pure non troppo fiducioso nel valore della lingua, in un luogo che non sa bene nemmeno lui cosa sia.

In una stanza spoglia, com’è ovvio trattandosi di Beckett, ospedalizia grosso modo, purgatoriale ma senza speranze né disperazione.

Malone muore, giusto il titolo, e intanto è lì che non smette di scrivere, forse per differirlo il momento della morte, o solo per morire “meglio”, raccontandosi storie senza costrutto, che non fanno che aumentare il senso di distanza nel circuito della comunicazione impossibile fra lui e il nessuno che lo sta ad ascoltare. Perché poi se c’è una cosa che proprio non gli interessa, a Beckett, è la comunicazione. Nemmeno la narrazione stricto sensu gli garba davvero. Non cerca storie vere e proprie, se non il gesto di lasciare andare la lingua, forse alla ricerca di un punto di congiunzione fra l’esistere (per quel che resta) e la parola che lo dice; che forse lo è. Ma il povero Malone, il solito rottame beckettiano, va avanti, poco gli interessa che i fatti siano legati da vere e proprie trame, intrecci (figuriamoci); egli si ancora piuttosto al gesto dello scrivere come al solo “realisticamente” possibile (difficile parlare di una pulsione disperata – nulla di romantico, questo è certo). La matita lo porta via a immaginare, ricordare forse ma senza nostalgie di sorta. Scrive per “finire” e questa è la storia del libro – le altre, prese dall’immaginazione nel tempo della scrittura e lasciate-trasformate in altro sono accidentali, o forse no. Rinculano su se stesse, s’interrompono secondo dettatura arbitraria: se Malone ne ha abbastanza, molla i personaggi a un destino irrilevante: non esistono nemmeno come “eroi” di carta ma solo in quanto sbocchi di una voce in bilico fra il delirio e l’afasia.

In attesa della fine, una mano fa capolino nel suo piccolo spazio già “teatrale” e lo aiuta a finire, a morire, aiutandolo nella prossimità all’impegno biologico minimo passandogli un piatto per il cibo e un vaso per le necessità corporali. Anche di quello Malone farebbe a meno, non ha granché voglia di lavarsi. Procede con il suo sbilenco inventario e aspetta.

Secondo capitolo della cosiddetta trilogia – Beckett (1906-1989)non la pensava così – preceduto da Molloy e concluso con l’Innominabile, il romanzo (la parola più generosa del mondo se ha un senso la proposizione di Guido Mazzoni proposta di recente secondo la quale esso sarebbe un testo che narra “in qualsiasi genere e in qualsiasi modo”), scritto in francese, mette in scena se stesso, non in quanto genere letterario, ma in quanto gesto della scrittura -“gratuito” e al tempo stesso necessario perché null’altro lo è per lo scrittore. Non una rappresentazione di riferimenti esterni (luoghi, trame, personaggi) ma l’impassibile comica (perché ripetitiva, interrotta, ostinata) coincidenza fra la scrittura, il venir meno dell’autore (gli amici che lo videro all’opera temevano che Beckett ci lasciasse la pelle) e la lettura. Che “niente è più reale del niente”. Dotta prefazione di Gabriele Frasca.

Samuel Beckett

Titolo: Malone muore

Editore: Einaudi

Traduzione di Aldo Tagliaferri

Pagine: 155

Prezzo: Euro 18,50

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Michele Lupo

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