Accoppiamenti giudiziosi. Leggete Gadda!

Michele Lupo

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gadda-accoppiamenti-giudiziosiUn’oretta, forse meno, solo per leggere il racconto eponimo di questo meraviglioso “Accoppiamenti giudiziosi ” (Biblioteca Adelphi, 2011) di Carlo Emilio Gadda.

Per dire, basterebbe questo pezzo di godimento assoluto a giustificare il prezzo non esiguo del volume adelphiano: tre andate al cinema, se qualcuno può ancora permetterselo, e meno di un concerto.

In quell’ora – chiudete tutte le porte, spegnete tv e cellulari – si riaffaccerà alla vostra mente, prodigiosa, il senso della parola “meraviglia”: del come si può raccontare l’affannarsi del moribondo che cerca il modo più sicuro di salvare “la roba” (ogni riferimento all’attualità è casuale solo disponendo della consapevolezza necessaria che la letteratura, quando è tale davvero, sa infiltrarsi nelle maglie del presente pur provenendo da lontano: tenere testa al tempo potrebbe essere l’obiettivo di un buon romanzo). Questo è il compito faticoso cui soggiace Beniamino Venarvaghi, vedovo e privo di figli, che si industria ad accoppiare la non proprio “naturale” discendenza in modo da non disperdere la ricchezza messa insieme in una vita.

Vale intanto che l’autore di Eros e Priapo (tanto per cogliere analogie ulteriori col presente tristanzuolo di casa nostra) mostra (sempre per chi volesse approfittare del “concerto”, purché non troppo a disagio con la lingua italiana e pertanto ben disposto verso la possibilità di praticarne da lettore soluzioni inusitate e amenissime – omettiamo di tornare su tutto lo stranoto sulla lingua gaddiana) dicevo il Gadda molto citato e poco letto esibisce meno rendicontata ma verificabilissima maestria nell’entrare subito in scena, in medias res, figurando davanti agli occhi del lettore personaggi densisissimi di immagini e significazione, ritratti di un’ironia superba, d’intelligenza caustica ma dall’effetto comico, di pancia: che non tutti gli hanno debitamente riconosciuto. Si passino in rassegna gli incipit di questi diciannove racconti già radunati dall’autore nel 1963 – non tutti, gli incipit, ma molti del libro in questione e si constati: prima e al netto delle meritorie indagini sul valore persino epistemologico della letteratura gaddiana, qui c’è un narratore e un ritrattista superbo, che “non perde tempo” per “arrivare al dunque”: si tratti di personaggi, di svolte esistenziali che ne sigillino il senso se non “ultimo” assai significante, di peripezie che li inchiodano a un destino per lo più grottesco: Gadda li stucca sulla pagina con una precisione di satirico che ha un solo equivalente nel nostro Novecento: Manganelli. E, com’è noto, nella sua geografia morale e “sociologica”, non si salva nessuno.

Ora, con questo titolo Adelphi inizia la pubblicazione dell’opera omnia del grande lombardo e dunque non stupisce che i volumi siano arricchiti (o appesantiti, dipende dai punti di vista) di note filologiche sulla loro genesi (che su Gadda si sa non è un’applicazione da poco). Rendiamo grazie a Calasso e ai curatori, ma il lettore comune e buongustaio, può fare a meno delle elucubrazioni utili – si fa per dire – per aspirare a una cattedra universitaria, e può leggerselo in santa pace. Non è tenuto a sciropparsi gli apparati – ma se è abbastanza sveglio da preferire un dvd di Clair o Renoir a un’annata di cinema italiano, un lied di Hugo Wolf cantato dalla Schwarzkopf all’intera discografia di Vecchioni (un incubo, certo), be’ non ha proprio nessun motivo per non leggersi Gadda, ma sul serio. Provare per credere. A “studiarlo”, ci pensino gli specialisti.

Interrogato sul proprio metodo di lavoro, Carlo Emilio Gadda (Milano 1893 – Roma 1973) rispose così, nel 1950, su «Paragone»: «L’imagine tradizionale e ab aeterno romantica dello scrittore, dell’ingegnoso demiurgo che cava di sé liberamente la libera splendidezza dell’opera e nei liberi modi d’un suo stile ne propaga foco alle genti, porgendo in una e rara occasione d’esercizio al tartufare aguto dei critici e novo incentivo a sventolare a tutte le bandiere della patria, e de’ turriti municipi, è imagine sul nascere viziata. Non meno di quell’altra, del dover essere quello che gli altri si attendono: fabulatori vani da miracolar le genti aspettanti, e lasciarle sazie ebefatte: al suono di quelle concupitissime parole che le son più loro che nostre: anzi soltanto loro, e non nostre. «Oh, miseria! Oh, dovizia! Parole e parole. Dovergliele buttare di piena mano come a’ polli, grandine di picchiettanti scemenze di che sopra ogni mangime le appetiscono: quali buttò il Colombo le perline vetro a’ Caràibi in uno sgomento d’eclisse: che dalla reverenza loro attendeva oro, il Colombo, festuche d’oro, pepite d’oro, patate d’oro. Non sono, ahimè, scrittore colombaccio. Non cerco polli, da dovergli buttare perle false. Non ispero pepite, non patate. Non ho sottomano Caràibi. Non ne voglio avere». Di Gadda, presso Adelphi: Le bizze del capitano in congedo e altri racconti (1981), Il tempo e le opere (1982), Lettere a una gentile signora (1983), «Per favore, mi lasci nell’ombra». Interviste 1950-1972 (1993).

Autore: Carlo Emilio Gadda
Titolo: Accoppiamenti giudiziosi
A cura di Paola Italia, Giorgio Pinotti
Editore: Biblioteca Adelphi
Anno di pubblicazione: 2011
Pagine 485
Prezzo: 27 euro

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Michele Lupo

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