Nabokov, e una variante (splendida) della ninfetta

Michele Lupo

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incantatore-adelphiÈ un bel brano di prosa russa, preciso e limpido”. Che l’autore se lo dica da solo, in astratto, potrebbe sembrare di cattivo gusto. Il fatto è che non puoi dargli torto. “L’incantatore“, piccolo romanzo che Nabokov scrisse nel 1939 nella sua lingua nativa, è persino qualcosa di più: un piccolo gioiello, magari con qualche accelerazione improvvisa, qualche slittamento di troppo negli snodi narrativi – per i quali il curatore e traduttore prima in inglese e poi in italiano Dmitri Nabokov, figlio del grande scrittore, chiama in causa le forme cinematografiche, passione ben nota dell’autore, nel cui racconto i riferimenti al cinema, almeno sul piano metaforico, si sprecano).

Ma davvero mai titolo fu più azzeccato. L’incantatore è un signore d’età che sposa una donna malata più o meno terminale solo per avvicinare la di lei figlia preadolescente (storia già nota, no? Abbiamo qui “il primo, piccolo palpito” di Lolita, secondo le parole dello stesso Nabokov); ma è soprattutto lo scrittore a incantare. A leggerlo ti vien voglia di tornare su intere frasi, interi passaggi, magistrali esempi di prosa sì e rarissime capacità di dire il delirio lucido dell’immaginazione di un pazzo, la capziosa orchestrazione di manovre per raggiungere lo scopo, prima il matrimonio con una donna riluttante (e ributtante), poi l’avvicinamento finale all’oggetto del desiderio – fanciulla che a differenza della più nota Lolita non provoca il disgraziato, “perversa soltanto agli occhi del folle” come scrive in una interessantissima nota finale il curatore.

Il racconto è di una tensione sublime, dopo le prime perlustrazioni nella psiche dell’uomo, restio a riconoscere la sua come “lascivia”, persuaso che “la depravazione volgare è onnivora; quella raffinata presuppone l’appagamento”, eppure non ignaro d’esser dominato da un’ossessione insana, pericolosa, dopo un’escursione introspettiva nelle sue ambasce, l’avvistamento iniziale della “ragazzina dodicenne, vestita di viola (…) dall’incarnato caldo e gioioso (…), la sottile peluria volpina sugli avambracci (…), l’ardore delle gambe slanciate”… lo fa sbarellare.

Da quel momento, la panchina del giardino pubblico in cui l’ha vista per la prima volta, diventa la scena decisiva delle sue giornate, notti insonni comprese. “Un’intollerabile sensazione di sanguigna, epidermica, plurivascolare comunione con lei” lo afferra, ne scatena la tortuosa libido e lo scaraventa verso di lei. Non perderà tempo, persuaderà la madre vedova a sposarlo, e si avvierà trepidante verso il disastro. Nessuno come Nabokov anche in questo breve romanzo ha saputo dire il tormento composito, capillare, rifratto nelle pieghe minuziose della bellezza quasi implume divinata in una mente maniacale, descritta e mai giudicata (se non da se stessa, nei cunei di lucidità – dettati più dalla paura di cacciarsi nei guai che da un’insorgenza etica – che tagliano la spessa carne del desiderio). I sensi sono tutti all’erta, e questo la realtà può saperlo bene, ma raramente percezione, immaginazione e stile sanno compenetrarsi così magnificamente da restituirli al lettore più esatti e vivi del vero – a momenti, di una bellezza leggendaria.

Autore: Vladimir Nabokov
Titolo: L’incantatore
Editore: Adelphi
Anno di pubblicazione: 2011
Traduzione di Dmitri Nabokov
Pagine 116
Prezzo: 14 euro

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Michele Lupo

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