Un’eredità di avorio e ambra. Una lezione di stile di De Waal

Michele Lupo

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eredita-di-avorio-e-ambraUno non se lo immagina– o forse sì? –che una lezione di stile, di sguardo, di cosa possa essere oggi letteratura, possa dargliela non uno scrittore, ma un tizio che è un professionista sì, ma d’altro – di ceramica nel caso, e persino un talento, pare, nel suo mestiere.

Invece questo è quello che accade con “Un’eredità di avorio e ambra, libro di superba fattura targato Bollati Boringhieri (l’autore si chiama Edmund De Waal, è inglese), di genere inclassificabile, che l’autore chiarisce subito di non intendere come una saga (il cui codice spesso convenzionale e consolatorio rifiuta a priori: “non ho voglia di lasciarmi invischiare dalle dinamiche della saga d’altri tempi e scrivere un’elegia della perdita in salsa mitteleuropea”), che magari ha qualcosa del memoir, e tratti superficialmente imparentabili col romanzo storico o di viaggio e quant’altro – e invece le lambisce tutte queste forme oltrepassandole, come vacue definizioni, impegnato com’è a definirle lui, il libro, le cose, a renderle di geometrica, plastica, luminescente evidenza (come il romanzo italiano, per dire, ormai fa sempre più raramente).

In tutto questo, riuscendo nell’impresa di rimettere in gioco un concetto tutt’altro che facile proprio perché lo è troppo (cosa sia la bellezza), senza barare, senza esagerare, ma per virtù espressiva coltivata con pazienza, metodo, rigore – come se, immaginiamo, Edmund De Waal avesse da fare con le sue ceramiche. Perché insomma sembrano virtù artigiane (una roba che ci manca terribilmente) quelle che muovono questo libro e la sua storia. La parola chiave: netsuke. Sono minuscoli manufatti giapponesi in legno o in avorio, 264 pezzi che l’autore si ritrova in casa grazie a un’eredità.

De Waal vuol saperne di più, vuol conoscere la loro storia; per intrecciarla con i luoghi che l’hanno ospitata, un modo non come un altro per raccontare di Parigi, Vienna, Tokio (dove nel 1994 l’autore entra in possesso delle statuette) nell’ultimo secolo e mezzo. Storie di ricchi antenati e non solo.

Tutto inizia con Charles Ephrussi, ebreo di Odessa, ricco commerciante che si trasferisce a Parigi, nel 1871, dove diventa un collezionista d’arte acquistando non solo statuette, ma tessuti preziosi, arazzi cinquecenteschi, e soprattutto arte giapponese. I cui oggetti estetici egli impara a riconoscere dal tatto. Lo ricorda l’amico Edmond De Gouncourt (non il solo, fra gli scrittori, e non il solo fra gli artisti coevi a subire il fascino dell’Oriente), che scrive “Il tatto è il segno da sui si riconosce un amatore”. Il conoscitore d’arte, a digiuno di saperi codificati che la riguardino, prova insomma a dominare l’estetica del Sol Levante utilizzando le mani – una capacità ineffabile quanto capziosa.

Dopo anni di splendore – splendide case, palazzi, mecenatismo diffuso – i problemi per gli ebrei aumentano, di conseguenza anche per Charles. Renoir, Dégas e altri lo abbandonano (non ci fanno una bella figura, no). La collezione finisce a Vienna nelle mani di un cugino di Charles. Una città in cui l’antisemitismo è ben peggiore di quello di stanza a Parigi. Le storie si moltiplicano, si complicano ma quel che conta è il mondo letto attraverso gli oggetti che lo popolano. In particolare, ovviamente, le piccole sculture giapponesi; vengono sondati i come e i perché del loro passaggio da una mano all’altra, visto che “le eredità non sono mai banali”. Più delle storie stesse colpiscono però la plasticità e la definitezza descrittiva, veri valori portanti del libro, stretto intorno alle cose che racconta, che mostra, in un certo senso misurandole, ripercorrendole nella loro consistenza più vera, pesandone in qualche modo la bellezza. La prosa traduce la giustezza, le proprietà dei netsuke – dell’arte che li ha prodotti, concretezza materiale piuttosto che facile rievocazione nostalgica di un tempo andato, tiene a dire De Waal. “Realizzare cose” dice l’autore, è il suo mestiere. Un’eredità di avorio e ambra, è fatto così, scritto così. Con il rigore ammirevole dei grandi libri (bravo anche il traduttore Carlo Prosperi).

Edmund de Waal, critico, storico dell’arte e professore di ceramica alla University of Westmister, è uno dei più famosi artisti della ceramica inglesi. Vive e lavora a Londra. Un’eredità di avorio e ambra è il suo primo libro: subito accolto con entusiasmo dalla critica e dal pubblico, ha collezionato recensioni autorevoli e suscitato i commenti appassionati dei lettori, salendo inesorabilmente nelle classifiche di vendita. Ha ricevuto due tra i più ambiti premi letterari, il Costa Biography e il New Writer of the Year al Galaxy Book Award.

Autore: Edmund De Waal
Titolo: Un’eredità di avorio e ambra
Editore: Bollati Boringhieri
Anno di pubblicazione: 2011
Traduzione di Carlo Prosperi
Pagine 397
Prezzo: 18 euro

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Michele Lupo

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