“Il demone a Beslan” è un romanzo ispirato ai fatti tragici di Beslan, uno di quei libri che fanno storcere il muso ai non amanti della letteratura che non sia quella rassicurante di chi la confonde con la distribuzione certa delle ragioni e dei torti.
Va a suo merito invece di non essere nemmeno una di quelle operine che una lingua, un pensiero (mancato) ancora definiscono “provocatorie” e che trovano comodo accampamento nella fazione avversa alla prima, quella di chi – ancora, pure lì – se la mena con l’ostentazione della scorrettezza politica.
Questo romanzo esibisce invece la forza narrativa necessaria a una scommessa rischiosa, vista l’assunzione in prima persona del racconto meno amichevole che si possa immaginare: quello dell’unico terrorista superstite del gruppo che nel settembre 2004 sequestrò più di mille persone nella scuola dell’Ossezia del Nord e più di trecento ne uccise prima che i russi irrompessero nell’edificio e ponessero fine (a modo loro…) alla strage.
Marat Bazarev è il nome fittizio deciso da Tarabbia per il suo personaggio; fa del ceceno un individuo diverso da quello reale, colto e a proprio agio con la parola scritta, cosa necessaria probabilmente per chiarire fino al grado di maggiore chiarezza argomentativa possibile le proprie irricevibili ma non strampalate ragioni. Vola alto insomma, Tarabbia, che ha fatto propria la lezione della grandissima letteratura russa, direi segnatamente la polifonia dostoevskiana, dispiegata intorno a temi morali, e politici, oggi così desueti (non per assenza di tragedia dalla realtà ma per l’incapacità sostanziale degli scrittori di misurarvisi).
Alternando la voce del prigioniero (essa stessa divisa fra il racconto delle “origini”, del male visto da subito, da ragazzo, nei corpi trucidati o sequestrati della propria gente dalle spedizioni dell”Impero”, e il presente della detenzione in un carcere di massima sicurezza) a quella di alcune vittime che gli parlano in sogno (forse solo la voce del piccolo Petja sconta un eccesso di patetismo?), il romanzo si stringe duro, compatto ed emozionante intorno a una domanda capitale: fin dove può spingersi l’idea di pareggiare i conti per un torto subito? Che legittimità ha la vendetta? Naturalmente, qui siamo dentro una storia che non è un privato regolamento di conti; questa è “la Storia”, quella del popolo ceceno massacrato dai russi (“siamo un popolo sull’attenti”) e della guerriglia terroristica che vi risponde nel modo che sappiamo.
Nell’epigrafe dei Karamazov scelta da Tarabbia una risposta la troviamo da subito. E c’è un prete, qui, che aiuta Bazarev a trovare la sua conclusione, anche se il terrorista non ha bisogno di un dio, per capire – quel dio che abbiamo sempre trovato posticcio nell’immenso travaglio di Raskolnikov, lacerato anch’egli da ragioni opposte. Sarebbe fuori luogo domandare all’autore se a suo avviso potremmo considerare diversamente un attacco della specie di Beslan, portato a una popolazione di soli adulti. Se lì la parola “guerra”, usata più volte da Bazarev, sarebbe meno illegittima. Sarebbe fuori luogo, ma in fondo la letteratura migliore è questo che fa, sobilla domande fastidiose. E stupide, ché trattandosi di vita e di morte, sapendone gli uomini alla fin fine non molto, ci sta.
Andrea Tarabbia è ricercatore presso l’università di Bergamo. Russista, scrive sulla rivista “Il primo amore”. Nel 2010 ha pubblicato per Transeuropa La calligrafia come arte della guerra.
Autore: Andrea Tarabbia
Titolo: Il demone a Beslan
Editore: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2011
Pagine: 350
Prezzo: 18,50 euro
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