“Le due vite di Elsa”: un’anima divisa a metà

Alessandra Stoppini

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duevitedielsaNel romanzo “Le due vite di Elsa” di Rita Charbonnier (Piemme, 2011) nell’Italia che si trova sotto il dominio fascista, una giovane donna lotta per affermare se stessa, per crescere, per acquisire una sua dignità.

Nella Roma dei primi anni Trenta del XX Secolo la ventenne Elsa Puglielli figlia dell’architetto Giacinto è costretta a vivere in una cripta rappresentata dal villino di famiglia situato “in un quartiere periferico in collina”. Nell’abitazione in puro stile liberty stagnava ovunque un amaro odore di rinchiuso, le finestre erano piccole, le stanze buie e l’arredamento evocava il Medioevo”. L’immaginazione di Elsa si scontra con il pragmatismo della zia Olga che ha allevato sia la giovane sia il fratello Michelangelo dopo la scomparsa della loro madre Ginevra. La timidezza e l’estrema sensibilità di Elsa è scambiata dai suoi familiari per isteria, presunta tara che la ragazza secondo zia Olga ha ereditato dalla madre. Era allenata a espandere la sua capacità di percezione”. L’incontro con il mondo del teatro che le è stato imposto dal padre per superare il problema di balbuzie “le persone che balbettano, quando ripetono un testo a memoria, superano il problema come per magia” fa scoprire a Elsa una nuova dimensione nell’interpretazione del personaggio guerriero e fiero di Anita Garibaldi. “L’attore sente il profumo di storie che non sono la sua… ”. Esiste un nesso tra Elsa e la donna amata dall’Eroe dei due mondi bella e dagli occhi neri e grandi”. “Vedo scene della vita di Anita e Garibaldi come fossero davanti a me, presenti, e come se Anita fossi io”.

Il 4 giugno del 1932, negli anni in cui è ambientato il romanzo, fu inaugurato al Gianicolo il monumento ad Anita Garibaldi opera tarda dello scultore Mario Rutelli nel cui basamento riposano le spoglie dell’eroina. Dopo i romanzi storici dedicati rispettivamente alla straordinaria figura e al talento de La sorella di Mozart Nannerl e dopo La strana giornata di Alexandre Dumas che racconta la vita e le origini misteriose di Maria Stella Chiappini, Rita Charbonnier descrive con maestria un personaggio di fantasia fragile ma dalla personalità volitiva e originale. Elsa “s’immaginava circondata da una campana trasparente, che lei poteva ampliare fino a comprendere le cose più lontane” e in uno dei periodi più bui della nostra storia recente illumina l’intero romanzo per singolarità e tenacia. L’autrice dimostra al lettore che solo la forza dell’amore è in grado di superare qualsiasi ostacolo anche quando un ambiente conservatore e tradizionalista sembra togliere lo spazio e il respiro a Elsa. Ma un’anima libera e vitale non si può imprigionare. “Possibile che la ragazza dei suoi sogni e delle sue visioni fosse una reminiscenza di una vita precedente?”.

Signora Charbonnier, per quale motivo ha posto all’inizio del volume la frase tratta dalla commedia Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello? (1)

I miei romanzi hanno in esergo una doppia citazione: due frasi riferibili alla storia narrata, che vanno ad acquisire un senso specifico dal loro accostamento. In questo caso abbiamo le parole con le quali Giuseppe Garibaldi, nelle Memorie, rimpiange Anita, seguite da una battuta de Il berretto a sonagli che esprime questo concetto: chi non ragiona, o non si mostra ragionevole, rischia di diventare pazzo, o di essere considerato tale. È quel che accade a Elsa: nell’identificarsi con Anita non si mostra ragionevole e viene considerata pazza. La scelta di Pirandello (uno dei cui capolavori drammaturgici è anche citato nel romanzo) è inoltre dovuta al fatto che buona parte della storia si svolge durante le prove di uno spettacolo.

La giovane Elsa Puglielli è il Suo primo personaggio d’invenzione letteraria dopo Nannerl Mozart e Maria Stella Chiappini eppure in una recente intervista ha definito Elsa come “la più vera di tutte e tre le donne”. Desidera chiarire il Suo pensiero?
“Diversi lettori, giornalisti, blogger, e addirittura qualche editor mi hanno posto la seguente domanda, sui miei romanzi precedenti: “Quanto c’è di vero?”. Il che dopo un po’ ha cominciato a stancarmi. In primo luogo, non sono un’amante del concetto di verità storica. Naturalmente i fatti documentati esistono; d’altra parte, quel che resta impresso nella mente di tutti noi, dopo lo studio della storia, non è il dato in sé, ma piuttosto il suo significato – che è soggetto all’interpretazione – e la sua portata emotiva – che è soggetta al vissuto. Non credo esistano fatti “realmente” accaduti: credo che la realtà sia negli occhi di chi la guarda. Di solito, chi si inalbera perché vede violata la realtà storica (e davanti ai romanzi storici inevitabilmente qualcuno si inalbera) sente violata, piuttosto, la propria visione della realtà. Se un romanzo interessante e ben scritto basato su fatti realmente accaduti si concede qualche libertà sui medesimi, mi sembra che non violi nessun comandamento; l’importante è che l’autore abbia fatto scelte consapevoli, perseguendo scopi narrativi precisi. In questo senso rivendico la verità del personaggio di Elsa. Se anche una donna con quel nome e cognome, nata a Roma nel 1911 e ricoverata in un manicomio in Svizzera, non è mai esistita, si tratta finora del mio personaggio meglio articolato, quindi più “vero” su un piano di verità narrativa e psicologica. In molte di noi c’è un’Elsa, o perlomeno una sua parte.”

La matta di Trastevere dice a Elsa “Te prima sei stata ‘n’antra. Tutti semo stati quarcun artro e quanno morimo lo semo de novo”. Lei crede nell’antica teoria della metempsicosi?
“Temo di no. Così come non credo nell’astrologia, che è molto presente nel mio romanzo La strana giornata di Alexandre Dumas. In entrambi i casi queste credenze, che non mi appartengono ma rispetto, vanno a rappresentare qualcos’altro. Per Elsa, ritenersi la reincarnazione di Anita Garibaldi vuol dire andare alla scoperta della parte rimossa di sé e riemergere da questo incontro con un’identità rinnovata.”

Qual è il segreto del fascino e del carisma di Anita Garibaldi?
“Probabilmente il fatto che sia riuscita in qualche modo a conciliare il ruolo di guerriera con quello di madre. E poi il coraggio e la fierezza, la fine tragica e il fatto che Garibaldi l’abbia sempre rimpianta, anche se dopo la sua morte si risposò. Uno degli episodi della sua biografia che mi ha colpita, e che ho riportato nel romanzo, è quello del tentato stupro che subì quand’era adolescente. Riuscì a sfuggire all’aggressore e andò dritta a denunciarlo ai gendarmi. Nella prima metà dell’Ottocento! E in Brasile, che per la maggior parte era una terra pressoché selvaggia. Anita era in anticipo di un secolo e mezzo sulla morale comune. Ovviamente subì quel che ancora oggi, purtroppo, subiscono molte donne vittime di violenza. Era colpa sua, l’aveva provocato, non doveva andarsene in giro tutta sola, non doveva vestirsi in quel modo…”

Il volume è anche un omaggio ai 150 anni dell’Unità d’Italia?
“Sì, anche se in un modo molto personale. Vi compaiono Garibaldi e Anita, ma come personaggi di una pièce (peraltro volutamente brutta) e come fantasie della protagonista. Inoltre non c’è nulla di commemorativo. Vi sono raccontate le celebrazioni garibaldine del 1932, che coincisero con il decennale della marcia su Roma, ma soprattutto nelle loro ombre.”

Quali fonti e testi ha consultato per la stesura del libro? Ha visitato qualche luogo in particolare?
“Su Anita Garibaldi mi è stato utile il libro della sua discendente omonima, Nate dal mare. Ho letto testi che raccontano un Risorgimento “controcorrente”, come Indietro Savoia! di Lorenzo Del Boca. Sulla reincarnazione, e sull’ipnosi regressiva, ho avuto per le mani i libri di Brian L. Weiss. Sulla realtà manicomiale dei primi anni ‘30 in Europa, invece, mi è stato utile un bellissimo libro che purtroppo non si trova se non nelle librerie antiquarie, I tetti rossi di Corrado Tumiati, psichiatra e scrittore. Nelle fantasie di Elsa, Garibaldi assomiglia molto a Che Guevara, sulla cui figura ho visto e rivisto i magnifici film di Steven Soderberg con Benicio del Toro (Che – L’argentino e Che – Guerriglia). Sul mondo teatrale italiano dei primi anni ‘30 ho consultato l’antica rivista “Il Dramma”, che conoscevo perché mio nonno la comprava; presso la Biblioteca Teatrale del Burcardo di Roma, che purtroppo ha appena chiuso nel disinteresse generale, erano conservate tutte le annate. Vi ho trovato notizie preziose, curiosità, e vi ho scoperto (per poi citarlo nel testo) uno scrittore umoristico che non conoscevo: Angelo Frattini. Al tempo era famoso, i suoi libri vendevano moltissimo, era tra gli autori della rivista “Il Bertoldo”, il suo romanzo L’amante a mille chilometri (che ho trovato su eBay) è una delizia ma oggi quasi nessuno lo ricorda. Potrei andare avanti a lungo… l’unica cosa che stavolta non ho fatto è andare a visitare luoghi. Neanche l’ex manicomio di Santa Maria della Pietà di Roma (dove vivo). Per i precedenti romanzi mi sono spinta a Salisburgo, in Romagna, a Firenze. Stavolta non ne ho sentito il bisogno.”

(1) “Badi però signora – mi lasci dire questo soltanto – badi che, chi non giri a tempo la corda seria, può avvenire che

gli tocchi poi di girare, o di far girare ad altri la pazza: gliel’avverto!”da Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello

Rita Charbonnier, nata a Vicenza, ha vissuto a Matera e Mantova, per poi stabilirsi a Roma. Ha fatto studi musicali e ha frequentato la Scuola di Teatro dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa. È stata attrice e cantante in teatro recitando al fianco di celebri artisti. In seguito si è dedicata alla scrittura e, dopo aver collaborato come giornalista con riviste di spettacolo, ha iniziato a scrivere sceneggiature e infine romanzi, La sorella di Mozart (Corbaccio 2006/PIEMME 2011) e La strana giornata di Alexandre Dumas (PIEMME 2009) entrambi molto apprezzati dai lettori.

Autore: Rita Charbonnier
Titolo: Le due vite di Elsa
Editore: Piemme
Anno di pubblicazione: 2011
Prezzo: 17,50 euro
Pagine: 350

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