In Italia “Yellow Medicine”: la malattia americana

Michele Lupo

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yellowmedicineYellow Medicine è il quarto romanzo
di Anthony Neil Smith
 e il primo tradotto in italiano (Meridiano Zero
, traduzione di Luca Conti). Hard-boiled e umor nero sembrano le sue caratteristiche salienti.

Chi scrive ha un debole per certe narrazioni in prima persona, quelle lavorate da ceffi fittizi quanto si vuole ma ambigui, paraculi e perdenti, spiritosi il giusto e scalcagnati – niente di insolito, anzi, ma quando il racconto è tenuto dentro una voce giusta è di solito un bel leggere. Qui siamo nel Minnesota e Billy Lafitte, il protagonista, fa i conti con i guai in cui egli stesso si è cacciato. Che iniziano quando decide di interpretare a modo suo – un modo molto personale – la distribuzione del pane e dei pesci provocata dall’uragano Katrina. Che vadano pure all’assalto di magazzini, lui ci tira su il suo. Perché è uno di quelli che cerca di approfittare della situazione, considerando – non del tutto a torto – che in giro c’è gente peggiore di lui. Però questi sforzi non piacciono agli altri tutori dell’ordine e disgustano persino sua moglie, che lo molla – e sembrava non vedere l’ora, va detto, risucchiata com’è, a dire del narratore, dal bigottismo dei genitori, non nuovi rappresentanti di una certa maniera religiosa che a milioni di americani mette la Bibbia in bocca in ogni momento – per di più a sproposito. La scena di addio in casa dei suoceri, coi suoi dialoghi surreali, è molto divertente.

E in generale il romanzo trova il meglio di sé proprio in certe scene dialogate, in cui humour da duri e pessimismo da lucidi sfigati si alternano a botte e sparatorie.

Vicesceriffo nella contea di Yellow Medicine, Lafitte sta nel ruolo a malapena, prova a riemergere ma sembra il primo a non crederci, del resto il Minnesota non fa per lui, uomo del Mississippi: l’incomprensione con i nuovi vicini è reciproca, specie ora (pochi anni fa) che nel clima creato da Donald Rumsfeld e soci la guerra al terrorismo sembra impacchettare la testa delle persone in una pregiudiziale ostilità verso qualsiasi elemento estraneo. Fra sbandati e trafficanti d’ogni risma, alcolizzati e peracottari, Lafitte fa quasi bella figura. Peraltro, ci avvisa: “Rendetevi conto che il Minnesota detiene il record del mondo per il maggior numero di persone che fanno la ruota tutte assieme (l’esercizio acrobatico, intendo)”.

Ma per quanto stolidi siano questi americani, qualcuno che crede di poterli fare saltare per aria in effetti c’è. E siccome Lafitte, un po’ perché negli affetti privati si fa coinvolgere sino al punto di mettersi pericolosamente in gioco, un po’ perché piuttosto che ergersi a paladino di una legge in cui crede fino a un certo punto cerca piuttosto di inventarsene una che vada bene per lui – sicché quando deve vedersela con un lucroso giro di metanfetamine, non si dà da fare come dovrebbe – nella confusione di attentati che vorrebbero terrorizzare il nord americano viene implicato come fosse uno della banda.

Da Crumley a James Lee Burke, le influenze sulla scrittura di Anthony Neil Smith 
sono molteplici e tangibili – il che ne fa un autore probabilmente epigonico ma davvero godibile.

Anthony Neil Smith è nato a Pascagoula, Mississippi, sul Golfo del Messico. Editor della prestigiosa rivista di letteratura Mississippi Review, ha pubblicato quattro romanzi ed è direttore del centro di scrittura creativa della Southwest Minnesota State University.

Autore: Anthony Neil Smith
Titolo: Yellow Medicine
Editore: Meridiano Zero
Traduzione di Luca Conti
Pagine 272
Prezzo: 15 euro

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Michele Lupo

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