Elisabeth: un esordio importante

Michele Lupo

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elisabeth-sortinoPremessa: più che una recensione, questo è uno sguardo preliminare su un libro, “Elisabeth” (Einaudi, 2011) del giovane esordiente Paolo Sortino, che merita un’attenzione prolungata, una lettura più complessa e distesa. Sono tante e diverse le questioni che mette in circolo; qui ci limitiamo a qualche considerazione introduttiva. La storia (terribile) cui il romanzo si riferisce e in qualche modo ricrea è nota.


Poco prima del suo diciottesimo compleanno, una giovane austriaca, Elisabeth Fritzl, venne per così dire “rapita” e rinchiusa dal padre in un bunker da lui stesso costruito sotto la propria abitazione. Era il 1979. Accadeva nel cuore dell’Europa, in un piccolo centro di un’Austria poco felix ma abbastanza intontita e resa ottusa dal proprio benessere.

Il sequestro, la cattività durarono 24 anni. Elisabeth fu stuprata migliaia di volte. Questo tempo “infinito” (e cosa potrebbe essere l’”infinito degli esseri umani” è già in potenza – ossia, senza che l’autore abbia voluto intenzionalmente tematizzarlo, o addirittura al netto di qualsiasi consapevolezza al riguardo – una delle possibilità di lettura del romanzo), questo tempo sottomesso alla volontà di potenza di un arbitrio veterotestamentario non si riduce però all’azzeramento dell’altro, alla riduzione a “cosa” da gestire secondo la ferocia del proprio capriccio – che sarebbe per sé bastevole alla narrazione di un universo mostruoso come pochi. Questo tempo, successivo a una prima fase che potrebbe corrispondere ai tratti appena enunciati, viene scandito dalla nascita di sette figli: e perciò stesso, dalla possibilità di una storia (che a sua volta ne apre molte), in un primo momento inconcepibile. E ciò complica di molto il lavoro dello scrittore – che questa problematizzazione ulteriore se l’è andata a cercare – e dell’interprete.

Torniamo alla prima parte. Il mondo del padre, la cui oscena scrittura del dominio si candida ai vertici assoluti del male, sembra voler gareggiare con la potenza di Dio. Josef Fritzl il mondo lo fabbrica e lo ordina in spregio non solo al tabù dell’incesto – su cui in effetti Sortino non si sofferma granché – ma in totale, noncurante disprezzo della storia della civiltà. La sua è un potenza ctonia che fa piazza pulita della facile metafora della discesa agli inferi: la catabasi qui è letterale, la figlia-ragazza-donna sarà costretta a conoscere il tragico privilegio di una “vita davvero infernale”.

Nel racconto di questo inferno, specie nella prima parte, il libro sprigiona una forza rara: invece di “leggersi tutto d’un fiato” costringe il lettore a fermarsi, a riprenderlo il fiato, e quasi ad allontanare la lettura ogni tanto. Perché l’oppressione dello spazio concentrazionario in cui la follia dell’uomo costringe la figlia si sente tutta. Non serve a niente intravedere mosse e utensili al lavoro nell’officina dell’autore; la sua forza terribile mima quella di Fritzl che fabbrica il bunker e se ne assicura l’ermetica chiusura. Così, riga dopo riga (non senza qualche cedimento stilistico, qua e là enfatizzando linguisticamente accidenti psichici di cui nulla possiamo sapere) riesce a rendere credibile l’incredibile della storia – la chiamiamo goffamente realtà.

Nel racconto di un mondo a parte che “si realizza”, forse abbiamo trovata una cosa più mostruosa di Auschwitz. La macchina dello sterminio aveva bisogno di un’organizzazione spersonalizzante che rendesse tecnicamente possibile il “lavoro”; qui no, qui mente ed esecutori e mezzi sono in carico a una sola persona: concepire la gabbia che strangola (la stessa che soffoca il lettore) e fabbricarla sono tutt’uno: di più: tutt’uno sono mezzi e fini, almeno stando alla percezione della potenza come piacere di Josef (“il regalo che aveva preparato con le sue mani e non vedeva l’ora di veder funzionare”).

Senonché, la storia, in quel buco sotterraneo in cui il tempo ha fatto un corto circuito che sembra arrestarla per sempre, si spinge avanti. Se è vero che la perfezione evocata nel libro sta nell’efficienza del male provocato dall’uomo, tutto sommato, nella riduzione della figlia al residuo corporale che pure è – al netto del delirio del padre – tutto quello che sembra interessargli (un ordine compiuto, certo, fatto di un dio e di una devota adorante), non avremmo davanti a noi che la perfezione della morte.

E invece la ragazza si è messa in testa una sfida impossibile: deve trovare il modo di vivere la vita che le è toccata in sorte. Che non è sopportarla, quanto cercare uno scarto, un’altra, forse delirante possibilità (ben oltre la liberazione fisica, materiale dalla prigionia). Ora, la natura della sfida (interpretare il “dentro” di Elisabeth) comporta maggiori rischi per il narratore, che mentre all’inizio aderisce alla manovra del carnefice, poco a poco sposta il fuoco sul nucleo di volontà residuale della vittima. Invece di esaurire la storia (vera) nell’inedia, la volontà di tenere quello che si annuncia come il prima bambino della serie, apre alla donna un passaggio verso una condizione pressoché “indicibile”, quasi di “adesione” al carcere: Sortino ha parlato di “felicità”. Questo scandalo è ciò che gli preme raccontare, dopo l’orrore della violenza in sé, per sondarne le imperscrutabili ragioni. Il paradosso è che quando la ragazza si avvicina alla possibilità di aderire interiormente al dettato che il padre-dio ha voluto per sé, nello stesso momento lo mette in scacco. Dopo il parto della figlia in solitudine, tocca a lui, infatti, mettersi in ginocchio e pulire il pavimento pieno di sangue e escrementi (e mentre passava lo straccio con le mani “Si lamentava, borbottando come un servo”). Da questo inatteso ribaltamento, inizia un’altra storia;   a nostro avviso meno riuscita, entrando essa in un regime di interpretazione e rendendo pertanto la metaforizzazione più discutibile, il nominare le cose meno semplice.

Epperò la lasciamo ai lettori, perché questo resta un romanzo importante (ho letto da qualche parte che essendo il fatto all’origine del romanzo una “storia vera”, non s’aveva da fare. Certe considerazioni sono sbalorditive e mettono allegria).

Paolo Sortino è nato nel 1982. Elisabeth (Supercoralli, 2011) è il suo primo romanzo.

Autore: Paolo Sortino

Titolo: Elisabeth
Editore: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2011
Prezzo: 19,50 euro
Pagine: 220

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Michele Lupo

One Comment

  1. fabrizio

    ottima recensione, il libro infatti è migliore nella prima parte