Burroughs & Kerouac: le origini

Michele Lupo

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e-gli-ippopotami-si-sono-lessati-nelle-loro-vascheE gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche” (Adelphi, 2011). Cominciamo dal titolo. Non è una cosa che si sente tutti giorni. Per comprenderlo, dobbiamo immaginare gente stravaccata che ascolta per radio notizie strampalate, compreso il reportage di un giornalista che racconta di un circo andato a fuoco e a un certo punto grida che And Hippos Were Boiled in Their Tanks. Se poi vedi che uno dei due titolari dell’opera si chiama William Burroughs tutto comincia a diventare più ragionevole: comprensibile.

I due, l’autore del Pasto Nudo e Jack Kerouac, all’epoca dei fatti – siamo nel 1944 – non avevano scritto nulla di rilevante. Sarebbero trascorsi una decina d’anni prima che i loro nomi acquistassero un significato decisivo per una certa generazione, anche fuori dei confini americani.

Ma intanto. C’è un certo Lucien Carr, uno studente, e c’è un suo amico, David Kammerer, assai invaghito del primo. Succede che trascorrano la giornata cazzeggiando mentre a New York giungano notizie dall’Europa in fiamme, che bevano, che David sia un po’ troppo insistente, che l’altro per tenerlo a bada si faccia venire la sciagurata idea di tirar fuori un coltello, piccolo ma non abbastanza da non ferire Kammerer. Lucien lo crede addirittura morto, così se ne sbarazza lasciandolo annegare nello Hudson. Dopodiché non sa bene che fare, e, in pieno panico, si fa venire l’altra malaugurata idea di chiedere lumi proprio alle due future star della generazione beat, amici suoi, d‘accordo, ma non certo persone pratiche in grado di risolvere una faccenda del genere.

Non ha pensato Lucien che uno scrittore di solito è una carogna (o non ha immaginato che i due lo sarebbero diventati davvero,): poco tempo dopo – Lucien fu arrestato e la stessa cosa accadde a Kerouac e Burroughs per favoreggiamento – una volta fuori, i due infatti decidono di mettere nero su bianco quella storia. A modo loro, e per fortuna dell’omicida, non abbastanza convincente per nessun editore. Il breve romanzo se lo divisero a metà, un capitolo a testa, ognuno narrato da una voce differente: un marinaio finlandese l’alter-ego di Kerouac, un barista tossicomane la parte di Burroughs. Un doppio sopra l’altro, dunque, per una scrittura rapida, pulp ma non troppo, “non abbastanza commerciale” come si rassegnarono a comprendere col tempo. “Lo spreco della creazione” entra nei dialoghi assieme al brandy e a sciacquette di passaggio, in una combinazione che all’epoca non fu abbastanza persuasiva per gli editori.

Resta lo sfizio di vedere all’opera questi io fittizi, doppi di doppi, ognuno dei quali fa da contraltare all’altra voce raccontando la storia dal proprio punto di vista secondo una disposizione poco realistica ma che già per questa proliferazione di identità moltiplicate rende la vicenda più enigmatica di quanto probabilmente non fosse nella realtà. Non se ne fece niente, per anni, complice l’ovvia ostilità di Carr, una volta uscito di prigione – peraltro (lo scriviamo per i molti curiosi di quel mondo), Carr ebbe una liason con Allen Ginsberg. A ogni modo, quel mondo c’era già tutto in questo libro: artistoidi, vagabondi, sfaticati, spiantati, puttane, utopisti improvvisati, eccentrici veri e finti. Kerouac e Burroughs non scrissero un capolavoro, ma cosa volessero raccontare, quello lo sapevano.

Autori: William S. Burroughs, Jack Kerouac
Titolo: E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche
Editore: Adelphi
Anno di pubblicazione: 2011
Traduzione di Andrew Tanzi
Prezzo: 17 euro
Pagine: 179

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Michele Lupo

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