L’Italia di Leopardi e Cordero

Michele Lupo

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discorsosopra-leopardiPiccolo grandissimo opus imprescindibile della nostra storia culturale, il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” (Bollati Boringhieri, 2011) di Giacomo Leopardi è un pamphlet essenziale per capire una volta per tutte di cosa parliamo quanto parliamo di noi. Un libretto che negli ultimi venti anni si è guadagnato la conoscenza necessaria dei più attenti e che ora andrebbe mostrato ai restanti milioni con la promessa di un impegno: renderlo anacronistico.


Per ora purtroppo non è così. Ce lo ricorda questa edizione a doppia firma, compresa quella di Franco Cordero. Un uomo giustamente severo, dottissimo, uno studioso che l’orrore politico-giuridico rappresentato dal signor B (come lo ha sempre chiamato) ce lo ha raccontato nei dettagli e nelle pieghe più nascoste di quell’officina servile e zelante che da decenni lavora instancabilmente alle leggi dello stato per legittimare il massacro delle sue istituzioni.

Non casualmente dunque accanto al nome di uno dei nostri pochi giganti della storia letteraria e filosofica, l’editore Bollati Boringhieri ha affiancato quello dell’erudito giurista. Che mostra con dovizia storiografica quanto il massiccio lavoro ai fianchi portato alla democrazia liberale da un “pirata torvo e violento” (il signor B) fosse ascrivibile a un’antropologia insulare molto accogliente, ben disposta, incline ad ammirare nel padrone quello che come servitù non poteva fabbricarsi da sola.

Cordero rilegge Leopardi e lo postilla seguendone le tracce, essenziali e, temiamo, definitive. Nel paese del “particulare”, nel paese che adora i furbi come divinità raggiungibilissime e perciò tanto più desiderabili perché gli italiani amano sognare terra terra purché sia la propria, l’individualismo si è affermato nella versione più becera, non particolarmente brillante nemmeno sul piano dell’immaginazione. Direi che sarebbe ora di sfatare un mito falso: i nostri grandi poeti son pochi, e quelli davvero superiori questo paese li ha amati sempre e solo da morti – interessante difatti e indiziaria del carattere nazionale, accanto all’assenza di vero interesse degli italiani per le grandi, nobili cose del Leopardi, la cecità astiosa di letterati come Benedetto Croce. Che non aveva capito nulla – o forse quello che aveva capito non gli era piaciuto, trovandolo, Leopardi, “arido”.

Leopardi.

Arido.

Qual era la grande colpa di Leopardi? Quella di guardare in faccia le cose, nutrendosi di illusioni per non soccombere, come tutti, rifiutandosi però di chiamarle “Dio” o “Spirito”? Quella di venir meno a un principio carissimo alla cultura italiana ossia cattolica, per la quale il male non è un problema che riguarda ciò che fai, ma ciò che “dici”? Leopardi aveva il terribile vizio – senza il quale uno scrittore, tale non potrebbe essere considerato – di “dire”. Agli italiani il male invece piace bazzicarlo di nascosto: in superficie restare attaccati alla tradizione (fino agli anni Settanta dello scorso secolo in Sicilia il delitto d’onore poteva essere tranquillamente utilizzato come attenuante di una sequenza di coltellate) e poi condonare il peccato dal confessore. Se è così facile, come stupirsi di non avere una “società stretta” da noi, di poter rinunciare ai vincoli di un’ingombrante etica pubblica? Non che fosse persuaso il recanatese della forza stringente degli imperativi categorici kantiani. Non era così ingenuo e provinciale (in parecchi si sono ostinati a farlo passare per tale) da credere nella maggiore “bontà” delle altre nazioni. Ma a noi manca persino il senso dell’onore che costringe di solito le persone a non fare “pubblicamente” il male. Il senso della vergogna, congiuntamente. Risolviamo nel confessionale.

Un paese ancorato al presente, non da ora, dunque, per vocazione e inclinazione, indifferente al progetto, buono a scrollare le spalle davanti a tragedie inaccettabili, pronto a commuoversi per le sciocchezze. Spettacolo, divertimento, disistima quasi compiaciuta di sé (come la racconti oltre le Alpi?). E Chiesa per mettere le pezze alla coscienza, in luogo dell’impegno calvinistico per operare nell’economico e nel sociale. Lo ricorda Cordero che fa il punto, percorrendo la storia italiana successiva a quella del libretto capitale: e non trova che conferme. Ripetizioni. Radicalizzazioni, semmai. Che la televisione commerciale ha portato a un’oltranza di becerume persino superiore a quella del fascismo storico. A leggere Cordero, sembrerebbe quasi che al signor B sia riuscito quello che non è riuscito nemmeno all’ex socialista di Predappio: distruggere questo paese per sempre. Speriamo che abbia voluto spingere sul pedale del pessimismo per scaramanzia.

Giacomo Leopardi fu uno dei più grandi poeti, filologi e filosofi della modernità. Presso Bollati Boringhieri è uscito l’Epistolario, a cura di Franco Brioschi e Patrizia Landi (1998, 2 voll.).

Franco Cordero è uno dei più insigni giuristi italiani. Autore di saggi e romanzi,  ha pubblicato presso Bollati Boringhieri Aspettando la cometa. Notizie e ipotesi sul climaterio d’Italia (2008), Savonarola (2009, 4 voll.), Il brodo delle undici. L’Italia nel nodo scorsoio (2010).

Autore: Giacomo Leopardi, Franco Cordero
Titolo: Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani
Editore:  Bollati Boringhieri
Anno di pubblicazione: 2011
Prezzo: 15 euro
Pagine: 276

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Michele Lupo

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