L’esordio di Dan Vyleta con L’uomo di Berlino

Michele Lupo

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uomo-di-berlinoIl paesaggio, per dir così, di una città come Berlino appena successivo alla catastrofe della seconda guerra mondiale è un motivo di fascino noto. Non v’è chi non sia stato emotivamente coinvolto, fors’anche soggiogato dai lugubri documentari russi girati fra le rovine di una città tragica e terribilmente affascinante. Il luogo, il periodo del romanzo d’esordio di Dan Vyleta, sono quelli. “L’uomo di Berlino, (Longanesi, 2011) offre lo stesso continuum grigio eppure ricco di gradazioni sulla stessa tonalità che le immagini storiche hanno sedimentato nella nostra memoria.

Rovine, ruderi, detriti disegnano sotto un cielo cupissimo la mappa di un esaurimento storico: gli uomini sono, tutti, dei sopravvissuti. Più che muoversi nell’ombra come ci si aspetterebbe da un romanzo di questo genere (“noir storico” lo definisce l’editore), i personaggi sono essi stessi ombre. Il dubbio, il sospetto, l’inquietudine costituiscono i tratti obbligati di una piccola folla di individui che passa attraverso la storia senza una minima idea su come superare lo scenario in cui vagano spettrali. Né lo capisce il lettore, che segue le vicende sequestrato e reso come immobile dall’aria gelida che vi si respira.

È inverno per giunta. L’inverno del 1946. Nel gelo, nella disperazione muta, nella fame diffusa, nella polvere che ancora sale dai crolli, il lettore s’imbatte in Pavel Richter, un uomo con passaporto americano che nel disastro plumbeo e sordo della capitale tedesca vive circondato da una moltitudine di libri. Conosce quattro lingue, e cita a memoria Dostoevskij. E c’è Anders, un ragazzino senza genitori che impara presto l’arte di arrangiarsi, specie quella di procurare all’uomo la penicillina che dovrebbe curargli una brutta infezione ai reni. L’uomo gli legge Dickens ad alta voce e lo tiene con sé. Nello stesso stabile, c’è anche Sonia, costretta al mestiere che definiscono il più antico del mondo.

Poi a casa di Pavel arriva l’amico Boyd White. Con sé, un cadavere, che il primo non può rifiutare. Benché il favore che gli viene chiesto non sia ordinario, qualcosa gli impedisce di concederlo. La storia inizia lì. Molte sono le cose che lasciano inquieti e senza risposte. L’identità dei protagonisti viene rimessa in dubbio, quella dei vivi e quella dei morti. Forse il nazismo, nonostante la sconfitta, diffonde ancora il proprio veleno sulla gloriosa capitale distrutta. L’ambiguità e le macerie di Berlino costruiscono un’atmosfera pregnante che segna lo sviluppo della storia, abbastanza robusta fatta eccezione per alcune concessioni melodrammatiche negli intrecci sentimentali.

Buon esordio (l’originale è del 2008) di uno scrittore figlio di profughi cecoslovacchi, ora residente in Canada. Dan Vyleta ha appena pubblicato il suo secondo romanzo The Quiet Twin, da Bloomsbury and Harper Collins.

Dan Vyleta è figlio di profughi cecoslovacchi, emigrati in Germania alla fine degli anni Sessanta. Ha ottenuto il dottorato di ricerca in Storia presso l’Università di Cambridge e vive e lavora a Edmonton, in Canada.

Autore: Dan Vyleta
Titolo: L’uomo di Berlino
Editore: LonganesiAnno di pubblicazione: 2011
Prezzo:
18,60 euro
Pagine: 360

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Michele Lupo

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