Un libro inclassificabile: “I due allegri indiani” di Juan Rodolfo Wilcock, ristampato (da un titolo del 1973) da poco dalla milanese Adelphi. Un testo che è soprattutto, per il lettore, una fonte continua di divertimento.
Capriccio, pastiche, incommensurabile proliferazione di fole, tributo funambolico al demone della stramberia, dell’invenzione bizzosa, sberleffo e coltissima presa per i fondelli della società (letteraria) e del costume (degli italiani), ordito da uno scrittore argentino che a un certo punto non ne poté più del suo enorme e tragico paese e s’imbarcò per l’Italia (tragitto inverso a decine di migliaia di emigranti italiani, evidentemente).
Una volta qui, J. Rodolfo Wilcock non si limitò a imparare la lingua italiana, ma si piccò di scriverla, e non per appesantire il pletorico apparato della burocrazia (incombenza fastidiosa di obblighi, ingiunzioni, rettifiche cui nessun cittadino può sfuggire nella vita), bensì per irritare colleghi noiosissimi già pronti per le antologie scolastiche e adeguatamente imbolsiti - e soprattutto per divertire pochi fan amanti del wit, del nonsenso, della libertà espressiva.
Quando giunse a Roma – erano gli anni Cinquanta – Wilcock aveva già dato prova della sua fantasia bizzarra ma certo non facile con diverse opere in spagnolo. Era amico di Borges e Bioy Casares. In italiano pubblicò romanzi strampalati, racconti altrettanto eccentrici, poesie. E scritture sparse di non semplice catalogazione – ma sarebbe ora che la critica e la recensionistica la smettessero di affannarsi per dare nomi falsi a oggetti letterari inclassificabli per “facilitare” l’approccio dei lettori: a questo già pensano, creando non pochi danni, solo in parte comprensibili, i librai.
“Nel 1973 – scrive il patron adelphiano Roberto Calasso nel risvolto di copertina - quando apparve I due allegri indiani, l’aggettivo demenziale non era ancora entrato nel lessico della critica italiana, né letteraria né cinematografica né musicale”: e con ciò definito orientativamente uno spazio d’uso del libro, mentale s’intende. Romanzo che non è un romanzo, chiede disposizione a una lettura divertente, arguta, ingegnosa (forse non all’altezza di libri adeguatamente celebrati dai soliti happy few come ‘La sinagoga degli iconoclasti’ e ‘Lo stereoscopio dei solitari’), nella quale una scatenatissima, pirotecnica scissione di narratori-personaggi si esibisce in un apparente trovarobe di gag, travestimenti, sberleffi, storie improbabili, grottesche che invece finiscono col restituirci una rappresentazione dell’indole italica sfiziosa quanto acuta e probante.
La dis-articolazione “romanzesca” si avvale dei trenta numeri della rivista “Il Maneggio”, ovviamente inventata e redatta da un unico autore dal nome mutevole, in perenne corsa centrifuga: dissociato, proteiforme, cabarettistico nel senso alto del termine. L’umorismo del libro è anche una piccola enciclopedia del riso novecentesco.
In lingua italiana, per la precisione. Che aggiunge valore a un personale convincimento di chi scrive: il pastiche, possono permetterselo in pochi: i migliori.
Juan Rodolfo Wilcock (Buenos Aires, 1919 – Lubriano, 1978) è stato un poeta, uno scrittore, e un traduttore. Ha vissuto molti anni in Italia. Fra i titoli più significativi La parola morte. Einaudi, 1968 - Lo stereoscopio dei solitari. Adelphi, 1972, - La sinagoga degli iconoclasti. Adelphi, 1972, Il tempio etrusco. Rizzoli, 1973
Autore: J. Rodolfo Wilcock
Titolo: I due allegri indiani
Editore: Adelphi
Anno di pubblicazione: 2011
Prezzo: 19 euro
Pagine: 297
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