Tank girl: the taste of paradise

Gabriele Blandamura

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tank_girl_coniglioPiù che una recensione canonica, ci sembra necessaria una piccola guida alla lettura di “Tank Girl: the taste of Paradise” che raccoglie 17 tra le storie più celebri che hanno visto protagonista la cacciatrice di taglie ideata da Alan Martin e disegnata da Jamie Hewlett (vero e proprio mostro sacro del character design, ha raggiunto l’affermazione internazionale fondando assieme a Damon Albarn la band virtuale Gorillaz).

Tank Girl si aggira per il deserto australiano a bordo di un carro armato, sfoggia un taglio che più punk non si può ed è fidanzata con un canguro di nome Booga (o piuttosto glielo lascia pensare): le sue avventure possono essere ambientate in qualunque luogo del globo terrestre, nel presente come nel passato; addirittura possono nascere all’interno di un libro (la prima striscia del volume prende vita all’interno di un romanzo di Kerouac, vero o falso che sia) o di un sogno.

Elogio della follia e dell’azione, il fumetto (portato in Italia da Coniglio editore) vanta un’infinità di suggestioni (si va dalla satira politica a quella musicale, dal colore al bianco e nero, passando per un calendario e l’irruzione meta testuale di un lettore annoiato) tenute insieme da un filo sottile:la voglia di ridere ed irridere ad ogni costo.

Alan Martin da un lato fa sfoggio di una cattiveria più unica che rara, dall’altro smorza ogni possibile messaggio filtrandolo con un’ironia spietata: sfogliando le pagine di Tank Girl le soglie del politically correct vengono regolarmente oltrepassate, ma i protagonisti (promotori attivi di ogni tipo di violenza fisica e verbale) sono i primi a venir messi alla berlina.

Da segnalare inoltre una volontà ben precisa di attaccare le fondamenta della narrazione così come la intendiamo: le strisce non sono collegate da alcun genere di nesso e spesso la singola storia può cambiare totalmente direzione tra una pagina e l’altra (non a caso in una mini-intervista che precede il fumetto vero e proprio, Martin ci invita ad ignorare ogni possibile precetto relativo alla costruzione di una storia canonica e ad esagerare con il “turpiloquio creativo”). Siano sufficienti due esempi: in un episodio la nostra eroina si limita a leggere un fumetto western (all’interno del quale si parla più che altro di escrementi), mentre la striscia Whatever happened to the Smiths è dedicata alla ricostruzione più che ipotetica della carriera del celebre gruppo inglese.

I disegni di Jamie Hewlett (chiamati in causa nella maggior parte delle strips) si adattano perfettamente alle scelte autoriali di cui sopra: gli esseri umani si mischiano agli alieni, ai deformi ed agli animali; le singole vignette sono volutamente sovraccaricate di elementi disturbanti ed ogni occasione è buona per piombare nello splatter.

Il lettore più attento e/o impegnato, non faticherà a trovare nel fumetto aspetti critici significativi: un’eroina così attiva/aggressiva non può non far pensare al femminismo e la comitiva di sbandati violenti di cui fa parte permette più di una riflessione sul decadimento della società post moderna, ma, nonostante ciò, per una volta ci sembra più consono suggerire una lettura sfacciatamente superficiale del testo.

Tank Girl nasce dalla voglia sfrenata di abbandonarsi al divertimento e all’irriverenza più assoluti, di ignorare ogni precetto e sprofondare in un oceano di cattivo gusto: per rispettare a pieno la volontà di Martin ed Hewlett, non ci resta che goderci fino in fondo le avventure di un inflessibile paladina del sesso casuale e del massacro selvaggio.

Autore: Alan Martin, Jamie Hewlett
Titolo: Tank girl: the taste of paradise
Editore: Coniglio
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo: 14 euro
Pagine: 126

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Gabriele Blandamura

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