Ritratti di Fidelman: viaggio di Arthur, eterno apprendista

Alessandra Stoppini

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ritratti-di-fidelmanNel romanzo “Ritratti di Fidelman” (Minimum Fax, 2010) di Bernard Malamud, traduzione di Ida Ombroni, il protagonista “pittore fallito per sua stessa ammissione, arrivò in Italia per scrivere una monografia critica su Giotto”. Arthur sbarcato da poco tempo dal transatlantico a Napoli, dalla città del sole giunse a Roma, dove desiderava frequentare musei e biblioteche in una sorta di privato Gran Tour.

Il pittore proveniente dal Bronx stringeva nella sua mano sudata una borsa di cinghiale nuova contenente il primo capitolo della sua monografia. A un tratto il giovane “mentre stava davanti alla Stazione Termini, ancora incantato dopo venti minuti dal primo colpo d’occhio della Città Eterna” aveva notato uno sconosciuto che lo studiava come se si stesse rispecchiando nel suo sguardo. L’incontro con “l’ebreo profugo di Israele” Shimon Susskind “dalla fronte alta, abbronzata e i capelli folti e neri tirati dietro le orecchie minuscole” rappresentò per Arthur paradossalmente il primo impatto con l’Italia. “Shalom” così si salutarono i due uomini e Fidelman pensò che il primo impatto con la città eterna fosse stato la conoscenza di uno schonorrer (1). L’incontro con Susskind, simbolo dell’ebreo errante scampato a chissà quali orrori, sarà solo l’inizio di una serie di avventure che Arthur avrebbe vissuto nel nostro paese tra Milano, il Lago Maggiore, Firenze “fra gli splendori artistici del mondo” e Venezia.

La gestazione di Picturus of Fidelman: An Exhibition da parte di Malamud pubblicato a New York nel 1969 da Farrar, Straus e Giroux durò un decennio. Emanuele Trevi nella sua bella introduzione definisce il volume come “uno splendido ibrido” che “possiede le caratteristiche sia del romanzo, sia della raccolta di racconti, senza più appartenere né all’uno né all’altro genere”. Il viaggio di Arthur Fidelman “eterno apprendista della vita e dell’arte” attraverso lo Stivale è il viaggio di formazione che l’uomo intraprende nei confronti di se stesso per imparare a conoscere i suoi fallimenti e le sue ispirazioni. Quando Arthur tornerà nel suo paese natale, non sarà più lo stesso, le esperienze vissute in Italia lo avranno cambiato profondamente. La conoscenza di personaggi picareschi, autentici furfanti come il milanese Angelo proprietario di un sordido albergo per prostitute o a Firenze l’incontro con la giovane meretrice Ester faranno il resto. L’autore, che aveva vissuto per un breve periodo a Roma, fa conoscere al lettore un’Italia diversa, non da cartolina. Il nostro paese culla dell’arte e della civiltà rinascimentale che metteva l’uomo al centro dell’universo, si è trasformato in una terra quasi nemica, dove i suoi abitanti mettono in pratica nella maniera più negativa la filosofia dell’arte di arrangiarsi. Fidelman non è Stendhal, Goethe o Byron che compirono un viaggio artistico e letterario in Italia scoprendo il fascino eterno del nostro paese. A causa di ciò Arthur, suo malgrado, assume più volti diventando ladruncolo, falsario di dipinti e anche protettore di prostitute. Che grande differenza dalle atmosfere rarefatte e raffinate dei romanzi di Henry James ambientati in Italia dallo scrittore più british della letteratura americana!

Arthur Fidelman è un altro straordinario antieroe nato dalla fantasia creativa di Bernard Malamud dopo Roy Hobbs il campione di baseball di The Natural e Frank Alpine di The Assistant. Possiamo considerare Malamud come uno dei migliori rappresentanti della grande tradizione letteraria americana del Novecento partendo da Faulkner, Steimbeck per terminare con Philip Roth. Ciò che accomuna questi scrittori è la totale aderenza alla realtà che raccontano senza avere il timore di descrivere gli aspetti più miseri e degradanti. Un romanzo da riscoprire nel quale campeggia la figura di Fidelman “l’ultimo dei mohicani” che ricerca se stesso osservando non solo le vestigia passate, ma anche le rovine morali dei diversi elementi della commedia umana che il destino pone sul suo cammino.

Avevo letto che sotto i suoi piedi c’erano le rovine dell’antica Roma. Ed era piuttosto emozionante che lui, Arthur Fidelman, ragazzo del Bronx, circolasse in mezzo a tanta storia. La storia era misteriosa, un ricordo di cose mai conosciute, un peso, in un certo senso, e in un altro un’esperienza voluttuosa. Lo esaltava e lo deprimeva senza che lui capisse il perché, sapeva solo che eccitava i suoi pensieri più del dovuto”.

(1) Termine yiddish che significa mendicante o accattone.

Bernard Malamud nacque a Brooklyn il 26 aprile 1914 da una coppia d’immigrati di origine russa e morì a New York il 18 marzo 1986. Frequentò la Columbia University, dove nel 1942 conseguì il Master of Art in lingua e letteratura inglese e dopo aver fatto vari lavori intraprese il mestiere d’insegnante. Negli anni Quaranta iniziò a scrivere racconti brevi pubblicandoli in seguito su piccole riviste. Nel 1952 con il romanzo The Natural ottenne un discreto successo di critica che lo consacrò fra gli scrittori ritenuti promettenti. Nel 1957 pubblicò il suo secondo romanzo The Assistant (Il commesso), premiato con il Rosenthal Award e con il Daroff Memorial Fiction Award. Anche la raccolta di racconti brevi The Magic Barrel, uscita l’anno successivo, fu premiata con il National Book Award. Vennero pubblicati il terzo romanzo, A New Life (Una nuova vita 1961) e la seconda raccolta di racconti Idiots First (1963). Nel ’64 divenne membro del National Institute of Arts and Letters e raggiunse l’apice della sua carriera letteraria in seguito alla pubblicazione del suo quarto romanzo, The Fixer (L’uomo di Kiev) (1966) per il quale gli furono conferiti il Premio Pulitzer e un secondo National Book Award. Le successive opere di Malamud non ottennero il successo delle precedenti e non incontrarono il favore unanime dei critici. Nel ’79 con la pubblicazione di Dubin’s Lives (Le vite di Dubin) ritenuto dall’autore il suo romanzo migliore, il periodo di crisi passò. Dal ’79 al 1981 fu presidente del PEN American Center (un istituto che sosteneva gli scrittori con aiuti economici e altre opere di mecenatismo). Le opere seguenti furono il romanzo God’s Grace (1982) e la raccolta di racconti The Stories of Bernard Malamud (1983) che gli valsero il conferimento della medaglia d’oro da parte dell’American Academy and Institute of Arts and Letters.

Presso la Minimum Fax che sta ripubblicando l’opera omnia dell’autore, sono usciti Il migliore, Gli inquilini, Una nuova vita e Le vite di Dubin.

Autore: Bernard Malamud
Titolo: Ritratti di Fidelman
Editore: Minimum Fax
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo: 12,50 euro
Pagine: 214

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Alessandra Stoppini

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