La filosofia di Diego Fusaro. Conversazione con l’autore

Stefano Giovinazzo

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fusaro-esseresenzatempoBentornato Marx” ha avuto gran successo, “inaspettato” per usare le parole di Diego Fusaro classe 1983. Il filosofo torinese, da poco in libreria con “Essere senza tempo” (Bompiani, 2010) rivela il suo approccio al mondo filosofico.

Diego Fusaro, 28 enne e una passione innata per la filosofia. Qual è il suo rapporto con
questo genere letterario che è anche, come si intravvede nei tuoi scritti, un modo di vivere?
“In verità non credo che la filosofia sia un “genere letterario”, come lei dice e come è stato sostenuto anche da molti altri, ad esempio da Richard Rorty. Dal mio punto di vista, la filosofia è piuttosto una prassi veritativa critica che utilizza i concetti e il dialogo, laddove altre modalità di “avvicinamento” al vero si distinguono per i mezzi impiegati (la religione usa le “rappresentazioni” e l’arte i “supporti sensibili”, come ci ha insegnato Hegel). Si dice sempre che la filosofia è “astratta” e che pertanto è bene dedicarsi alle scienze “concrete”, come l’economia, la meccanica, la biologia, ecc. In verità vale esattamente l’opposto: le scienze empiriche sono astratte, nella misura in cui isolano porzioni della realtà e le analizzano a prescindere dalla totalità in cui sono inserite, laddove la filosofia analizza la totalità del reale, il nesso dinamico tra le parti e, in questo, è a tutti gli effetti un sapere “con-creto”, che esamina le singole determinazioni del reale che “con-crescono”. La filosofia può anche essere un modo di vivere, come ci ha magnificamente insegnato, tra gli altri, l’antico Epicuro: può aiutare in maniera “terapeutica” a superare le difficoltà dell’esistenza e, talvolta, a darci “consolazione” (Boezio). In particolare, la filosofia si configura, almeno dal mio punto di vista, come un irrinunciabile sguardo critico sulla realtà, come un modo di problematizzare senza tregua e di non accettare mai acriticamente le verità inerzialmente tramandate e presentate come ovvie.”

Nel 2009 l’esordio con “Bentornato Marx”, arrivato alla terza edizione. Com’è cambiato il
suo modo di scrivere e di ragionare intorno a questi temi dopo la pubblicazione con Bompiani?
Bentornato Marx!” non è stato l’esordio, perché in precedenza avevo già scritto altri testi, alcuni dei quali dedicati alla ricostruzione del pensiero di Marx o di suoi aspetti specifici. La differenza rispetto agli scritti precedenti sta nel fatto che “Bentornato Marx!” ha avuto un successo del tutto inaspettato per un saggio filosofico, intercettando un pubblico di lettori che, quanto a estensione, è quello dei romanzi più che dei saggi filosofici! Dopo la pubblicazione con Bompiani il mio modo di scrivere e di ragionare non è cambiato di una virgola, nel senso che lo stesso “Bentornato Marx!” è del tutto analogo – quanto a modo di scrivere, di ragionare e di presentare i problemi – ai libri precedenti (ad es. “La farmacia di Epicuro”, del 2006, o “Filosofia e speranza”, del 2005) e a quelli successivi (“Essere senza tempo”). La sola differenza sta nel fatto, come dicevo, che “Bentornato Marx!”, essendo distribuito da uno dei più grandi e più seri editori italiani, ha avuto una diffusione straordinaria.”

Restiamo su questo testo. Perché un libro su Marx ambientato al presente. Come può influire la sua filosofia
sulle nuove generazioni e perché è importante custodire la sua filosofia?
“Bentornato Marx!” muove da un problema attuale: perché oggi non si parla più di Marx se non per ripetere ossessivamente che è morto? La mia risposta è che Marx è uno spettro, è la “coscienza infelice” del nostro tempo che ci ricorda in maniera radicale e provocatoria il fatto che il capitalismo, oggi più di ieri, è intessuto di contraddizioni e di ingiustizie. Proprio per questo, si preferisce disinvoltamente mettere a tacere la “coscienza infelice” di Marx e far finta che sia morto, sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino, quando in verità non solo è “vivo”, ma è anche il pensatore più “attuale” e “contemporaneo”. L’opera di Marx, in ogni sua declinazione, si regge sulla denuncia di un vero e proprio scandalo: nell’epoca del capitalismo la “forza-lavoro”, e dunque l’uomo, diventa una merce in vendita sul mercato, acquistabile come tutte le altre merci. Dietro la libertà apparente, si nascondono una schiavitù economico-materiale, una alienazione totale e un orribile nichilismo. Le logiche di mercificazione del capitalismo, rispetto ai tempi di Marx, non sono cambiate: si sono, semmai, inasprite, come è attestato dal cosiddetto lavoro precario e flessibile, la forma lavorativa più meschina della storia dell’umanità dai Sumeri ad oggi. I lavoratori precari dei call-centers, ad esempio, che cosa sono se non schiavi salariati che, spesso, non sanno di esserlo e che anzi pensano di essere liberi e di vivere panglossianamente nel “migliore dei mondi possibili”? Marx serve appunto a risvegliarci da questo incubo, a prendere coscienza del “lato cattivo” della storia, delle contraddizioni che la infettano. È un “segnalatore” di contraddizioni che tiene accesa in noi la convinzione che il capitalismo non sia il solo modo (né il migliore) di esistenza e di produzione.”

Di Marx, del suo pensiero rivoluzionario, cosa la attrae maggiormente?
“La categoria di “attrazione” forse è valida più nel campo estetico che non in quello filosofico, dove invece valgono le categorie di vero e falso. Ad ogni modo, di Marx non mi “attrae” tanto l’aspetto filosofico (per il quale invece preferisco di gran lunga autori più dotati come Fichte e Hegel), quanto piuttosto per la capacità eccezionale di studiare criticamente il capitalismo nel suo movimento contraddittorio: la prospettiva di Marx non è mai “economica”, si regge sempre sul tentativo grandioso di applicare la dialettica hegeliana a un nuovo oggetto, il “modo di produzione capitalistico”, visto come totalità contraddittoria. Se al capitalismo guardiamo con le lenti delle scienze empiriche, ad es. dell’economia, vediamo che esso è razionalità allo stato puro: razionalità del profitto, razionalità della gestione d’impresa, e così via. Se però guardiamo al capitalismo come totalità espressiva, come ci ha insegnato Marx, scopriamo che è un “mondo capovolto”, irrazionalità allo stato puro: è il mondo in cui l’obiettivo della produzione è l’illimitata creazione di ricchezza, rispetto alla quale l’uomo è solo uno strumento passivo. È il mondo in cui domina il principio filosofico dell’illimitatezza, nella macabra forma di una divinizzazione dell’economia. L’odierno “monoteismo del mercato” è l’esito ultimo di questa autonomizzazione dell’economia dal tessuto sociale e politico.”

Da poche settimane è in libreria il suo nuovo lavoro, “Essere senza tempo”, edito sempre da Bompiani.
Cambia l”oggetto della sua analisi: il tempo. Nel sottotitolo si legge “accelerazione della storia e della vita”. Detto ciò, come nasce questo volume?
“Essere senza tempo” nasce come provocatoria rideclinazione del titolo di quella che resta, probabilmente, l’opera filosofica più importante del 900: “Essere e tempo” di Martin Heidegger. Il libro muove da un problema apparentemente banale e al tempo stesso ubiquitario, che ci riguarda tutti: perché siamo sempre senza tempo per fare ciò che dovremmo o vorremmo fare? Perché siamo costretti a convivere con la fretta in ogni istante della nostra vita? Il sottotitolo chiarisce appunto i motivi di questo “essere-senza-tempo” a cui siamo condannati: la storia e la vita hanno subito una accelerazione, i tempi del mondo e quelli dell’esistenza si sono dissociati. Il mondo va troppo in fretta e ci impone la sua temporalità vertiginosa, obbligandoci a sincronizzare le lancette della nostra vita. Nelle mie analisi, mostro come questa costellazione concettuale di accelerazione della storia e fretta della vita nasca nel XVIII secolo e sia il frutto, per un verso, della passione illuministica per un futuro “rischiarato” in nome del quale occorreva sacrificare il presente superandolo a ritmi accelerati (in una vera e propria “dialettica del’impazienza”) e, per un altro verso, dei due eventi interconnessi della Rivoluzione industriale e di quella francese, che segnarono appunto la velocizzazione della sequenza storica, producendo sempre più eventi in un lasso di tempo sempre più contratto. Tutto questo, secondo modalità che ho ricostruito nel libro, andò a incidere sull’esistenza dei soggetti, costringendoli appunto a vivere nella fretta. La nostra situazione oggi è uguale e, al tempo stesso, diversa: uguale, perché come i nostri antenati illuministi continuiamo a vivere nella fretta e a “essere-senza-tempo”; diversa, perché questa fretta non ha più come orizzonte di riferimento la dimensione di un futuro diverso e migliore, in nome del quale allungare il passo. Dal 1989, con il crollo del Muro di Berlino, il futuro come orizzonte progettuale si è estinto: non viviamo più in nome del futuro, ma in nome del presente stesso, che tende a farsi intrusivo, totale, onnipresente, eterno. La freccia del tempo storico pare essersi bloccata lungo il suo tragitto: la storia stessa, con il suo incessante fluire, sembra essersi improvvisamente congelata. Questa eternizzazione del presente si accompagna a una raggelante desertificazione dell’avvenire (dal futuro non ci attendiamo nulla di nuovo, se non il presente stesso e, nella peggiore delle ipotesi, terrorismo e calamità). E non di meno continuiamo ad affrettarci. È questa l’assurdità del nostro tempo, il suo massimo paradosso. Non c’è più una mèta futura e, non di meno, continuiamo a correre. Verso dove? A che serve questa fretta carica di presente? Il segreto del nostro postmoderno “nichilismo della fretta” sta in un sistema di produzione – quello capitalistico – che deve garantire efficientismo, produttività, profitti sempre più rapidi e al tempo stesso non ha più bisogno del futuro, e deve anzi scongiurarlo come possibilità del diverso, dell’essere-diversamente-da-come-si-è. Rimozione del futuro e fretta esistenziale e produttiva possono così enigmaticamente convivere nel quadro di un’epoca che ha smesso di credere a Dio ma non al Mercato. Come si vede, Essere senza tempo è uno sviluppo, sub specie temporis, delle tematiche di Bentornato Marx!, e in particolare delle perverse logiche del “tardo capitalismo”.

Qual è il rapporto tra il tempo e la società del consumo?
“La “società dei consumi” esemplifica in modo perfetto quanto dicevo poc’anzi, ossia il fatto che oggi il sistema di produzione ha bisogno della fretta e dell’accelerazione dei ritmi ma non del futuro. Essere-senza-tempo allude esattamente a questa duplice dimensione: al fatto che non abbiamo mai abbastanza tempo e che, insieme, non abbiamo più il tempo storico come luogo del divenire e del mutamento. Scriveva Marx nei Grundrisse: “economia di tempo, in questo si risolve in ultima istanza ogni economia”. Anche se ci si pone sul piano della temporalità accelerata, si può sostenere che, nell’ottica marxiana, la merce è la “cellula originaria” della società capitalistica, e dunque il necessario punto d’avvio dell’indagine del primo libro del Capitale. Se infatti, sul piano del valore, la merce implica al livello di astrazione più elevato la contraddizione di “valore di scambio” e di “valore d’uso” ed è il presupposto e, insieme, il risultato – e dunque il presupposto sempre e di nuovo posto – della produzione capitalistica, il punto da cui essa muove e quello da cui continuamente riparte (la società capitalistica è un’immane produzione e circolazione di merci!), sul piano della temporalità la “forma-merce” racchiude già, nella sua stessa essenza, il principio dell’accelerazione come via privilegiata per ricavare il profitto. Il valore di una merce viene a dipendere dal “tempo di lavoro socialmente necessario” per produrla, ossia – più genericamente – dal tempo di lavoro cristallizzato in essa: con la conseguenza decisiva per cui, a un alto grado di astrazione, quanto più rapidamente sarà prodotta, tanto più si potrà tenere basso il suo prezzo, battendo la concorrenza. Ecco svelato l’arcano dell’odierna accelerazione senza futuro e della fretta nichilistica che elettrizza le nostre esistenze. Il capitalismo globale non ha bisogno del futuro, perché esso potrebbe far emergere un mondo diverso, non capitalistico, ma ha sempre più bisogno della velocizzazione dei ritmi della produzione e del consumo. Il consumismo si regge appunto su una temporalità emergenziale, in cui le merci vengono fatte invecchiare a ritmi accelerati tramite l’espediente della moda e il consumatore viene sempre rinviato alla “merce di domani”, e, al tempo stesso, l’orizzonte intrascendibile resta il presente della società dei consumi. Il presente viene riprodotto sempre più in fretta, in coerenza con le logiche del profitto, e del futuro non c’è nemmeno più l’ombra.”

E qual è il suo rapporto con il tempo, come lo vive?
“Io odio la fretta in tutte le sue determinazioni e me ne tengo il più possibile a distanza di sicurezza. Del resto, la filosofia è incompatibile con la fretta: una parte di “Essere senza tempo” è appunto dedicata a mostrare come fretta e filosofia siano nemiche giurate, nella misura in cui la filosofia è per sua natura “pazienza del concetto”, riflessione serena e al riparo dai ritmi vertiginosi del mondo. Da questo punto di vista, la filosofia può costituire una prima resistenza all’odierno dilagare nichilistico della fretta. In virtù della mia idiosincrasia per la fretta, cerco di dedicare la maggior parte del mio tempo alle letture, alla scrittura e alle traduzioni, senza che questo mi impedisca di “vivere” nel mondo e, spesso, nella fretta che esso implica. Basta andare in una stazione o in un aeroporto: anche se non hai alcuna fretta, la gente che corre a più non posso ti trasmette immancabilmente un’ansia incredibile, obbligandoti a correre…”

Tre consigli ad un giovane per avvicinarsi allo studio della filosofia.
“1) Avere ben chiaro che la filosofia non serve a niente e che, per ciò stesso, è il sapere supremo e vale la pena dedicarvisi. Il nostro tempo, l'”epoca della compiuta peccaminosità” (Fichte), ci induce a credere che sia “buono” solo ciò che è utile e produttivo. Per gli antichi valeva l’opposto. Nella “Metafisica” di Aristotele si dice testualmente che la filosofia, il sapere fine a se stesso, è il sommo sapere proprio perché è sciolto dal vincolo di servitù: come l’uomo libero è superiore allo schiavo perché non serve nessuno, così – argomenta Aristotele – la filosofia è superiore alle altre scienze perché non serve! 2) Non farsi scoraggiare dai tanti cialtroni che, con tono sapienziale, scoraggiano i giovani dall’intraprendere studi filosofici: nell’attuale momento storico, è in atto un poderoso tentativo di svalutazione della filosofia e tale tentativo è promosso dalle logiche del sistema di produzione, che non può tollerare un punto di vista critico che ne mostri le contraddizioni. Nel mondo del nichilismo e dello scetticismo relativistico in cui la merce è sostanza e fondamento della realtà, è chiaro che il sistema non possa accettare che la filosofia si interroghi sulla possibilità di un diverso fondamento e di una diversa sostanza che stiano alla base della società. La filosofia è strutturalmente anticapitalistica, in quanto programmatica sospensione della micidiale legge del “do ut des” su cui si regge il nostro mondo. 3) Quest’ultimo consiglio forse suonerà un po’ “ieratico” ma non importa: la vita è troppo breve per essere sprecata in cose che non siano la ricerca della verità e la demistificazione delle “false verità”. Lo diceva già Socrate: una vita sena ricerca non è degna di essere vissuta.”

Quali sono i suoi progetti per il futuro? Libri in cantiere?
“Attenendomi allo “spirito del tempo”, che compendierei nelle splendide parole di Lorenzo il Magnifico (“del diman non c’è certezza”), preferisco non sbilanciarmi sul futuro. Segnalo però, per chi fosse interessato, che a gennaio, sempre per l’editore Bompiani, uscirà la mia traduzione con tedesco a fronte dell’Ideologia tedesca di Marx ed Engels, con un mio ampio saggio introduttivo e con una interessantissima nota introduttiva di Andrea Tagliapietra sul problema della (presunta) fine delle ideologie.”

Diego Fusaro (Università Vita-Salute San Raffaele di Milano) è attento studioso della “filosofia della storia” e delle strutture della temporalità storica, con particolare attenzione per il pensiero di Fichte, di Hegel, di Marx e per la “storia dei concetti” (Begriffsgeschichte) tedesca. Per Bompiani ha curato l’edizione bilingue di diverse opere di Marx. Ha inoltre dedicato quattro studi monografici all’interpretazione del pensiero marxiano e ai suoi nessi con l’idealismo fichtiano e hegeliano: Filosofia e speranza (2005), Marx e l’atomismo greco (2007), Karl Marx e la schiavitù salariata (2007), Bentornato Marx! (Bompiani, 2009). È il curatore del progetto internet “La filosofia e i suoi eroi” (www.filosofico.net).

Autore: Diego Fusaro
Titolo: Essere senza tempo
Editore: Bompiani
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo: 12 euro
Pagine: 416

Autore: Diego Fusaro
Titolo: Bentornato Marx
Editore: Bompiani
Anno di pubblicazione: 2009
Prezzo: 11,50 euro
Pagine: 380

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Stefano Giovinazzo

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