Le “Ippocampiche” di Daniele Visentini

Matteo Chiavarone

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ippocampicheIppocampiche (Perronelab, 2010) di Daniele Visentini è il secondo volume della collana Lab City Lights. Una silloge poetica colta e raffinata per un intenso esordio poetico di rara bellezza. La circolarità dei testi non assume mai un senso di ordine, si dilata e devia verso sentieri ora oscuri ora apparentemente lineari. C’è tutto un percorso umano, prima collettivo poi forzatamente individuale, che spinge l’uomo, il poeta, a modellare i propri sentimenti e il proprio vissuto fino a creare una struttura volutamente drammatica e astorica.

La scrittura in versi permette uno slancio lirico che a volte può sembrare semplicisticamente barocco: eppure – nonostante la presenza di una forte rielaborazione stilistica – c’è uno sfondo istintuale fortissimo. La tensione sessuale prevale su ogni immagine – ora spinge e fagocita ora si ritrae e nasconde – fino a diventare mezzo stesso, o strumento, di comunicazione. Apollineo e dionisiaco non si muovono parallelamente ma si intrecciano e si sovrappongono grazie ad un attento dosaggio di elementi da parte dell’autore.

L’ippocampo – l’animale scelto per definire, nel titolo della silloge, questi versi – è l’unica creatura, del mondo ferino, capace di partorire al posto della femmina. Il poeta-cavalluccio marino cerca se stesso in un forte desiderio di gestazione. Un bisogno di “creazione” che si riesce realizzare per mezzo della poesia: si sente, infatti, nella complessa intelaiatura dei versi il travaglio, il dolore, il senso profondo e “materno” di attesa.

Questo bisogno interiore, ora faticosamente esteriorizzato, trova nella terza fase di questa trasformazione (dopo l’uomo-animale e l’uomo-madre) la sovrapposizione più mistica: quella tra uomo e dio (Il velo s’insóla, rivela / la nostra distanza / lo specchio che ci sovrappone: Fuoco / nuovo sulle mani / dopo l’illuminazione / che mi prese appena vivo. Io / (per altro verso, di riflesso) / già sapevo che sarei rinato Dio).

Leggendo Visentini sembra di trovarsi di fronte ad una certa letteratura di confine – che sia ebraica, siciliana, mitteleuropea, migrante poco importa – che non ha nella geografia quel solco che racchiude il senso di separazione. Il confino sociale è da ricercare semmai nell’incapacità di comunicare, nella forza verbale riscontrabile tanto nel “detto” quanto nel “non-detto”. Una forza che fa di Visentini un poeta al tempo stesso “antico” e “moderno”: un poeta che conosce la parola, i significati e i significanti ed è capace di “comprendere” ed elaborare questa energia. A sua immagine e somiglianza

Daniele Visentini nasce a Latina il 21 settembre del 1985. Iscrittosi nel 2004 alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma Tre, si è laureato nel novembre 2009 con una tesi sulle Sposizioni di vangeli di Franco Sacchetti. È alla sua prima pubblicazione.

Autore: Daniele Visentini
Titolo: Ippocampiche
Editore: Perronelab
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo: 10 euro
Pagine: 145

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Matteo Chiavarone

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