Ecco “L’arte del restauro”. Intervista a Bruno Zanardi

Matteo Chiavarone

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ilrestauroQualche domanda a Bruno Zanardi, studioso, restauratore e critico, autore de “Il restauro(Skira, 2010), un volume che mette a confronto le teorie di Giovanni Urbani e Cesare Brandi. Il restauro. Giovanni Urbani e Cesare Brandi, due teorie a confronto. Quanto c’è di complementare e quanto di distante tra questi due studiosi?
“Tutto di complementare e molto di distante. Infatti, se il lavoro di Urbani presuppone il contributo fondativo dato da Cesare Brandi al restauro., vero è anche che il lavoro di Urbani si è ben presto mosso verso una storicizzazione del lavoro di Brandi. Più in dettaglio, diciamo che per Brandi il restauro è un problema critico e estetico da valutare caso per caso. Per Urbani il tema del restauro va invece spostato  al patrimonio artistico inteso come insieme. Da qui il passaggio che Urbani compie dal restauro alla conservazione. La conservazione del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente.”

Quanto è importante oggi il tema della tutela dei beni culturali?
“Credo poco o niente. Come dimostra in modo positivo la recentissima e apparentemente incredibile vicenda dello sfratto dell’Istituto centrale restauro (Icr). Una vicenda le cui stazioni possono essere così brevemente riassunte. Agli inizi degli anni ’70 del 900, il neonato Ministero dei beni culturali occupa il complesso del Michele alla Lungara, comprato invece dallo Stato per farne la nuova sede dell’Icr. Sempre in quegli anni, si chiude in un cassetto il lavoro di Urbani perché, nei fatti, strumento tecnico in grado di impedire l’aggressione al territorio da parte della speculazione edilizia, invece da sempre benedetta dalla politica. Qualche anno fa, si cambia di nome all’Icr: non più la storico e noto in tutto il mondo Icr di Brandi e Urbani, bensì un nuovo e anonimo Iscr (Istituto superiore per la conservazione e il restauro). Infine, ed è cosa di questi giorni, il Ministero “si dimentica” di pagare l’aumento Istat dell’affitto, così da rendere esecutivo lo sfratto dell’Icr dalla sede storica di San Francesco da Paola.”

Tagli alle spese. Dove sono giusti e dove invece sono dei colpi mortali alla cultura del paese e al proprio patrimonio artistico?
“Purtroppo i tagli alle spese sono un argomento molto spesso usato in senso demagogico, a conferma del generale dilettantismo del settore: ministeriale, ma anche di chi ne parla. Cominciamo allora con il dire che il Mistero dei beni culturali dal 1974 a oggi ha accumulato decine, se non centinaia di milioni di residui passivi, cioè danari accreditati e non spesi. Dopo di ché, bisogna chiedersi a cosa servirebbero altri soldi in questo settore. Per continuare a eseguire restauri estetici di singole opere, la cui necessità si basa su soggettivi giudizi estetici formulati all’impronta, come dimostra il sempre più frequente intervenire su opere già restaurate più volte? Inoltre restauri che colgono risultati conservativi che nel migliore dei casi lasciano inalterate le condizioni di partenza del manufatto su s’interviene? Oppure quei soldi servirebbero per una radicale inversione di tendenza delle politiche di tutela? Cioè per l’attuazione di politiche che finalmente non vedano più nel patrimonio storico e artistico una somma di singole opere da restaurare una per una, bensì una totalità indissolubile dal suo contesto storico ambientale naturale, paesistico e urbano? E chiarisco: una totalità, visto che è solo sul piano dell’insieme e della totalità che la scienza (economica, chimico-fisica, storico-artistica, eccetera) può venirci incontro, essendo quello su cui già si muove per suo conto; un rapporto indissolubile con l’ambiente, visto che caratteristica peculiare del nostro patrimonio storico e artistico è di essere indissolubilmente coesteso all’ambiente, così da esserne divenuto una fondamentale componente qualitativa; tanto da poter tranquillamente affermare che la principale forma di valorizzazione del patrimonio artistico è di conservarne o ripristinarne, dove sia ancora possibile, la sua caratteristica ambientale, non certo quella di organizzare istericamente mostre o simili e caduchi e ripetitivi eventi.”

Il suo lavoro è molto documentato e preciso. Cosa l’ha spinto in questa impresa editoriale?
“Voler conservare la memoria dell’impegno civile e culturale sotteso al lavoro di Brandi e di Urbani. Una memoria che, in particolare per Urbani, rischiava di perdersi. Di perdersi il profondissimo fondamento teorico del suo pensiero: fu uno dei primi lettori in Italia, già negli anni ’50 del 900, di Heidegger, che non ancora tradotto da noi (lui non conosceva il tedesco), leggeva in francese. Di perdersi il decisivo contributo tecnico-scientifico e organizzativo da lui dato alla conservazione del patrimonio artistico, intesa come un’attività di prevenzione dai rischi ambientali: sismici e idrogeologici, ad esempio. Di perdersi l’enorme portata innovativa – tuttavia del tutto misconosciuta: anche oggi – del suo intendere il patrimonio artistico una componente ambientale antropica altrettanto necessaria per il benessere dell’uomo delle componenti ambientali naturali, così fondando una speciale “ecologia culturale”. Una ecologia culturale, va sottolineato, mai versata su temi demagogici o ideologici, “verdisti” per intenderci, bensì fondata sul sapere come siano inevitabili le trasformazioni territoriali (urbanistiche e infrastrutturali) di qualsiasi Paese moderno sotto la spinta delle dinamiche socio-economiche; trasformazioni perciò da rendere altrettante occasioni d’uno «sviluppo compatibile», cioè d’una razionalmente programmata, perciò armonica, composizione di azioni tra loro apparentemente antinomiche quali conservazione e sviluppo, facendo di quella composizione premessa per un progresso della società civile.”

Lei ha intrattenuto rapporti di familiarità sia con Cesare Brandi che con Giovanni Urbani. Che immagine ricorda con più piacere di loro?
“Tra loro, il rapporto di stima e di affetto che li ha sempre legati. In termini personali, la capacità di Brandi di restituire in parole le emozioni estetiche destate da un’opera d’arte, e la straodinaria acutezza del pensiero di Urbani. Quella cui s’univano doti altrettanto straordinarie e tra loro opposte: da una parte, un leggendario uso di mondo, che ne faceva uomo di grandissima eleganza e simpatia, dall’altra una completa riservatezza sul suo lavoro di studioso.”

Vuole aggiungere qualcosa?
“Una citazione tratta da un testo di Urbani del 1989, che credo sintetizzi assai bene quanto finora ci siamo detti: “Se dovessi indicare la ragione principale dei nostri mali, credo proprio che me la prenderei prima di tutto con l’oscura coercizione ideologica per cui di punto in bianco, una trentina d’anni fa, ci ritrovammo tutti a non parlare più di opere d’arte e testimonianze storiche, ma di beni culturali. Binomio malefico funzionante come un buco nero, capace di inghiottire tutto, e tutto nullificare in vuote forme verbali: beni artistici, storici, archeologici, architettonici, ambientali, archivistici, librari, demoantropologici, linguistici, audiovisivi e chi più ne ha più ne metta. Un enorme scatolone vuoto entro cui avrebbe dovuto trovare posto, secondo l’aulico programma spadoliniano, «tutta l’identità storica e morale della Nazione», salvo poi non aver saputo infilarci dentro che l’ultimo o penultimo dei Ministeri”.”

Bruno Zanardi è stato allievo di Giovanni Urbani e ha intrattenuto rapporti di familiarità con Cesare Brandi. Ha restaurato, tra l’altro, la Colonna Traiana, gli affreschi e i mosaici della Basilica di Santa Maria Maggiore e del Sancta Sanctorum a Roma, i rilievi di Antelami al Battistero di Parma, parte degli affreschi della Basilica di Assisi, gli affreschi di Correggio nella chiesa di San Giovanni a Parma, gli affreschi di Tiepolo a Palazzo Labia a Venezia. Ha pubblicato per Skira importanti saggi tra storia dell’arte e storia delle tecniche artistiche: Il cantiere di Giotto e Giotto e Pietro Cavallini. La questione di Assisi e il cantiere medievale della pittura a fresco; e di storia della tutela, Conservazione, restauro e tutela. Unico studioso italiano, è stato chiamato dalla Cambridge University a far parte del gruppo internazionale di esperti che ha lavorato alCompanion to Giotto. Sempre per Skira ha curato il volume degli scritti di Giovanni Urbani, Intorno al restauro. È professore di Teoria e storia del restauro all’Università di Urbino “Carlo Bo”.

Autore: Bruno Zanardi
Titolo: Il restauro
Editore: Skira
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo: 32 euro
Pagine: 230

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