Intervista a Giuseppe Rizzo su “L’invenzione di Palermo”

Matteo Chiavarone

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l_invenzione-di-palermoDialogo con Giuseppe Rizzo, autore del libro “L’invenzione di Palermo” (Giulio Perrone Editore, 2010), libro divertente e stralunato che racconta una Sicilia povera, a tratti grottesca, ma anche surreale. 
Una storia di famiglie e di persone, di pensieri e di fatti quotidiani dove anche la morte è solo una componente del grande calderone della vita.

L’invenzione di Palermo“: dal titolo si capiscono due cose. La prima è che si parla di Sicilia, la seconda che Palermo non è esistita fino ad ora. Leggo il libro e capisco che è uno scherzo, di Palermo forse ne esistono anche troppe. Di quale Palermo parla nel suo libro?
“Di quella più miserabile e feroce e surreale, quella della baraccopoli di Fondo Picone, cimitero di baracche cadenti a poche centinaia di metri dal centro della città. Lì, sulla riva del fiume Oreto, fino agli anni Ottanta ci vivevano centinaia di famiglie palermitane senza luce, bagni, riscaldamenti. Oggi, per lo più, ci abitano gli immigrati di colore. Come si dice, la globalizzazione. In questo inferno, si svolge la vicenda di Annina Tirone e della sua famiglia. Sparata la madre, l’unica cosa legale di quell’armata brancazozzone, sarà lei, stivaletti rossi e parolacce sempre in bocca, a tirar fuori dai guai la sua famiglia in una corsa scoordinata e sognante contro tutto e tutti, una corsa con le mani a terra e i piedi per aria, un fuoco d’artificio pieno di fatti cose nani elefanti mostri munnizza e asfalto.”

La Sicilia significa purtroppo mafia. Nel suo libro ne parla perché è inevitabile ma il tono è fiabesco, grottesco, persino giocoso. Più che di cosche, parla di persone, famiglie, case popolari. Da dove prendono vita i suoi personaggi?
“Da anni passati ad andare in giro per la città come cronista del Giornale Di Sicilia. Finita l’Università mi presento in redazione, parlo del mio corso di laurea, degli ottimi voti e della lode finale, cinque minuti dopo sono spedito allo Zen per vedere come mai autobus e macchine non riescono a passare per via Rocky Marciano. Arrivato lì, scopro che di Weber, Durkheim e compagnia bella non gliene fotte niente a nessuno, che tutto quello che non sapevo l’avevo imparato a scuola e che se non si riusciva a passare non era perché l’uomo non è capace di stare in organico rapporto spirituale con altri individui (copy Georg Simmel), ma perché l’intera carreggiata è occupata da una montagna di immondizia che arriva fino al primo piano dei casermoni costruiti da quel gran genio della patafisica dell’architetto Gregotti.”

Annina a volte è persino blasfema. Mi piace il suo linguaggio “colorato”: che rapporto ha con il turpiloquio?
“Lo vedo due tre volte a settimana, è sempre in gran forma.”

Il suo stile è stralunato, onirico, a volte sembra che ci sta prendendo in giro. C’è qualche autore a cui si rifà? Ci sono autori siciliani contemporanei che considera validi? E quelli del passato?
“Leggo tantissimo, ma non sono della religione di quelli che venerano gli Autori (con la “A” maiuscola) o praticano il cilicio della lettura forzata di un libro fino alla fine. Se un libro è brutto è brutto. Punto. Che l’abbia scritto un premio Pulitzer o un impiegato di Canicattì ovvero io, il risultato non cambia: va buttato alle ortiche. Detto questo, ci sono certe penne con cui si può stare quasi sempre tranquilli. Brancati, per esempio, è uno che non delude mai, e Sciascia anche; oppure, tra quelli che ancora intascano i diritti perché vivi e vegeti, io leggo spesso Roberto Alajmo e Ottavio Cappellani, David Sedaris e Safran Foer.”

Nella biografia dice di non avere un blog. Strano, non le sarebbe stato comodo per trovare altri personaggi? Non ha mai pensato di aprirne uno?
“No, i personaggi di cui ho raccontato non sanno nemmeno cosa sia un computer, figurarsi un blog. Sul fatto di aprirne uno, me ne guardo bene, non saprei cosa farci, scrivere di cosa, su cosa, per cosa? In molti casi mi sono accorto che gli autori sono come quei personaggi televisivi che aprono la bocca solo per dargli aria, eppoi si applaudono da soli. Il meccanismo tanto deprecato dei reality vale anche per i blogger. Aprire un blog, che parli magari di letteratura o teologia, non rende più intelligenti, spesso è solo la gabbietta in cui la scimmia mangia le sue noccioline e pretende che gli avanzi siano critica o, peggio, letteratura.”

Come sta andando la promozione del libro. Riscontri positivi? Progetti per il futuro?
“Sta andando bene. Ho fatto la prima presentazione a Roma e poi sono stato a Palermo, Catania, Siracusa e Agrigento. Ad aprile vado in Sardegna per tre incontri e poi a maggio alla Fiera del libro di Torino.”

Torniamo al libro. Cosa esce fuori da quella risata finale?
“È un momento particolare del libro. Diciamo che tutti i personaggi sono raccolti attorno alla piccola protagonista e che nel momento più drammatico della storia si lasciano andare a una risata liberatoria. Non è il volemose bene di romana concezione, o il suggello della retorica dei poveri ma belli. Piuttosto, la presa di coscienza dell’ingovernabilità della vita e della leggerezza che ci vuole per giocarci.”

Giuseppe Rizzo ha ventisei anni. Ha collaborato con il Giornale di SiciliaIl Mucchio SelvaggioNazione Indiana. È stato finalista al Mondello Giovani e ha vinto il RomaEuropa Festival. Mangia la carne. Non ha un blog.

Autore: Giuseppe Rizzo
Titolo: L’invenzione di Palermo
Editore: Giulio Perrone Editore
Anno: 2010
Prezzo: euro 12
Pagine: 210

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Matteo Chiavarone

One Comment

  1. Roberto

    Bravo Giuseppe! L’ultima volta che l’ho visto era al SORT della facoltà di Sc. della Com. di Roma, quando condividevamo i turni. Come cambia la vita…