“Il mio nome è Victoria”. Legame di sangue, filo blu

Alessandra Stoppini

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dondaNel mio nome c’è il suo ultimo grido, il suo ultimo ostinato rifiuto del destino che l’attendeva. È per questo che mi chiamo Victoria: si conclude così “Il mio nome è Victoria” (Corbaccio, 2010) di Victoria Donda.Segnando il legame con sua figlia di una madre morta troppo presto.

In Argentina, dopo il lungo periodo della discussa presidenza di Juan Domingo Peron, il 24 marzo 1976 un golpe militare depose dalla carica di presidente la sua terza moglie Isabel, sua ex vice presidente, che gli era succeduta al potere. Fu instaurata la Dittatura militare, chiamata con il sinistro nome di Processo di Riorganizzazione Nazionale, che durò fino al 1983. In questo periodo di buio, di orrore chiamato Terrorismo di Stato le forze militari torturarono, sequestrarono, uccisero migliaia di persone. Tutto questo si compì allo scopo di reprimere l’opposizione e i gruppi dissidenti usando ogni mezzo illegale. Durante questa Guerra Sporca moltissimi di quei dissidenti appartenenti a ogni strato sociale della popolazione argentina scomparvero. Mentre le famiglie li cercavano inutilmente, migliaia di vittime innocenti erano condotte nei famigerati centri clandestini come l’ESMA, l’Escuela Superior de Mecanica de l’Armada.

Qui erano seviziati, stuprati e, siccome all’abominio non c’è mai fine, chi ancora restava in vita a viva forza era preso e portato a bordo degli Hercules dell’esercito argentino per essere lanciato vivo nell’oceano. Maria Hilda Pérez detta Cori partorì la sua seconda figlia Victoria, Eva era il nome della prima, dentro l’ESMA, il campo di concentramento di Buenos Aires, un giorno d’estate del 1977. Arrestata incinta di cinque mesi, dopo il parto fu anestetizzata e giustiziata durante un “volo della morte” sopra il Rio de la Plata. La povera Cori fece solo in tempo a cucire del filo blu nei lobi delle orecchie alla figlia perché sperava un giorno di poterla ritrovare. Filo blu che rappresenta il legame di sangue tra Cori e Victoria. Passarono gli anni e Analia/Victoria diventò una giovane donna combattiva e coraggiosa impegnata politicamente. Nel 2003 la ragazza grazie al paziente lavoro di ricerca fatto dalle Nonne di Plaza de Mayo, organizzazione per i diritti umani nata allo scopo di trovare e restituire alle famiglie legittime tutti i bambini sequestrati e dispersi durante la dittatura militare, venne a sapere che “Raul e Graciela non erano i suoi veri genitori. Era figlia di desaparecidos”. Il test del DNA non fece che confermare le sue vere origini. Non si chiamava Analia ma Victoria e i suoi genitori adottivi, un sottufficiale della Prefettura e una casalinga, erano stati complici dell’assassinio dei suoi veri genitori. Il suo vero padre José Maria Donda fu ucciso subito dopo il suo arresto nel 1977 e il fratello di suo padre, il militare Adolfo Donda, era quello che aveva autorizzato la morte dei suoi genitori, perché considerati oppositori politici. A quindici giorni di vita Victoria quando fu adottata diventò Analia, e fu registrata come figlia legittima da una coppia complice del regime militare.

Una tale rivelazione che poteva sconvolgere anche la persona più equilibrata scosse Victoria che però, dopo un primo momento di comprensibile sbigottimento, decise di ripercorrere la storia umana e politica dei suoi genitori. Fece un lungo viaggio attraverso se stessa per ritrovare le proprie radici brutalmente strappate, dopo ventisette anni di segreti e bugie. Ora capiva da dove proveniva il suo impegno politico e sociale osteggiato dai suoi genitori adottivi, lei che aveva ricevuto una tipica educazione conservatrice. A tutto questo la vecchia Analia «spirito ribelle e anticonformista» si era sempre opposta rivolgendo il suo sguardo verso le troppe ingiustizie intorno a lei, criticando il giovane pseudo democratico governo argentino anche perché il passato della nefanda dittatura militare era ancora troppo recente.

Tutto questo è raccontato in Mi nombre es Victoria e il lettore s’immerge completamente nel percorso di rinascita descritto dalla protagonista, la quale tenta di ricostruire la propria identità rubata. La sua è un’eredità pesante che Victoria ha messo al servizio del prossimo quando nel 2007 è diventata la più giovane deputata donna del Parlamento del suo paese.

Sorprende l’elevato numero delle persone che furono arrestate per motivi politici e scomparse: 30mila, circa 500 invece furono i bambini nati nei campi di concentramento e adottati illegalmente, considerati una sorta di bottino di guerra, uomini e donne oggi adulti come Victoria, alcuni dei quali non sanno di essere figli di desaparecidos. Questo libro è la testimonianza di ciò che accadde in una nazione dell’America del Sud, dove in sette anni furono compiuti delitti e abusi di ogni genere e dove il rapimento dei neonati di detenute politiche non fu altro che l’anello di un piano sistematico, ultimo atroce crimine concepito a tavolino da una dittatura militare.

Victoria Donda è nata nell’agosto 1977 a Buenos Aires in Argentina all’ESMA, un centro di carcerazione clandestino, mentre sua madre Hilda Maria Perez de Donda era scomparsa per la sua attività di contestazione politica. Dopo la scomparsa dei suoi genitori è stata consegnata a un’altra famiglia e ha trascorso l’infanzia ad Avellaneda, un sobborgo di Buenos Aires. Nel 1998 si è iscritta alla Facoltà di Diritto e ha aderito al movimento Vinceremos, della Corrente Patria Libre, abbracciando così la militanza della sinistra politica argentina. Nel 2003 ha scoperto la sua vera identità. Nel 2007 Victoria Donda è stata candidata alle elezioni nazionali con il partito Frente para la Victoria.

Autore: Victoria Donda
Titolo: Il mio nome è Victoria
Editore: Corbaccio
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo: 17,50 euro
Pagine: 207

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Alessandra Stoppini

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