Voci dai lager nello studio di De Matteis

Luca Pantarotto

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dire-lindicibileTreblinka e Auschwitz non si raccontano“. Ad affermarlo è Elie Wiesel, deportato nel 1944 prima ad Auschwitz e poi a Buchenwald. Eppure, dall’alba dell’umanità, la memoria si perpetua nel racconto. Come confrontarsi con un orrore così grande da non potersi raccontare, ma così terribile da non doversi dimenticare? A questo è dedicato il saggio di Carlo De Matteis “Dire l’indicibile. La memoria letteraria della Shoah” (Sellerio, 2009).

Poiché gli orrori perpetrati nei campi di concentramento nazisti si pongono al di fuori dell’umanità, al di là della ragione, automaticamente essi sembrano porsi anche al di fuori del linguaggio; questo l’assunto di base del volume. Un lavoro complesso, che fa di stesso studio critico delle parole degli scrittori sopravvissuti, antologia di voci straziate, analisi degli strumenti espressivi di volta in volta scelti per dare sfogo all’esigenza inesauribile di far sapere al mondo cosa fosse successo realmente.

Dal diario al racconto al romanzo, e in minor misura alla poesia, la narrazione della Shoah ha impegnato la maggior parte delle forme letterarie moderne. In ognuna, il racconto delle esperienze vissute si fa al tempo stesso riflessione sui mezzi con cui comunicarle. Si procede per artifici linguistici, come nella teoria di Semprún, con l’intento di manipolare una realtà che ha bisogno di essere rielaborata ad arte per poter essere raccontata: non per falsificarla, ma per renderla, appunto, “dicibile”, comprensibile anche a chi non abbia vissuto tali atrocità. Oppure ricorrendo alla prospettiva adolescenziale di un bambino, fatta di percezioni sensoriali ed emotive, non di razionalità, come nel caso di Kertész, che, da sopravvissuto, si sarebbe poi chiesto se si inventerà mai una lingua “propria ed esclusiva dell’Olocausto“. Un’invenzione necessaria a descrivere con strumenti nuovi una realtà mai prima conosciuta, nella storia umana; non solo per riuscire a dire l’indicibile, ma anche a capire l’impensabile.

Pensiero e linguaggio: due temi che corrono paralleli ad ogni pagina, nello studio di De Matteis. Se il linguaggio è inadeguato, risultano infatti imperfetti anche il pensiero e la comprensione della realtà descritta da esso. L’esistenza nei campi di concentramento, le sofferenze quotidiane, la brutalità bestiale degli ufficiali nazisti, la disumanizzazione dei deportati, la vita simile alla morte, il senso di colpa dei superstiti:  è tutto questo a rendere così importante, per i sopravvissuti, trovare parole adatte, mezzi efficaci a veicolare ciò che hanno bisogno di raccontarci. Perché di un bisogno si tratta: come per Primo Levi, la scrittura si fa purificazione, terapia, il racconto diventa strumento per alleggerire per poco se stessi dell’enormità del ricordo, rivivendolo e condividendolo.

Nel suo tentativo di interpretare la narrazione della Shoah da parte dei superstiti come un genere letterario autonomo, con propri presupposti teorici e mezzi espressivi propri, De Matteis ripercorre le esperienze di autori noti (i già citati Wiesel, Imre Kertész e Primo Levi, o Bruno Bettelheim,Jean Améry e Paul Celan), ma anche di voci meno conosciute. Tale ad esempio la parte, così emotivamente coinvolgente, dedicata alle testimonianze delle donne: da  Edith Bruck, deportata all’età di 12 anni, a Charlotte Delbo, che nella sua opera mista di prosa e poesia mette in scena il crollo della fede di fronte all’orrore del Lager e la sofferenza corale dei deportati.

Un libro, insomma, che ne contiene molti altri, i quali a loro volta contengono migliaia di voci che, ancora oggi, disperatamente continuano a urlare il proprio dolore, il dolore di un intero popolo. L’autore ha scelto di dedicarlo “all’Aquila, alla mia città ferita, ai suoi, ai nostri morti d’Abruzzo“: forse anche perché chi resta ricordi che, in nessun caso, la memoria degli scomparsi deve durare un solo giorno.

Carlo De Matteis è docente di Filologia italiana e Letteratura italiana contemporanea alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università dell’Aquila. Si occupa di narrativa novecentesca (Profilo del romanzo italiano del Novecento, Arkhé 2009), di metodologie critiche (Filologia e critica in Italia tra Otto e Novecento, Liguori 2003) e di letteratura medievale di XIV e XV secolo.

Autore: Carlo De Matteis
Titolo: Dire l’indicibile. La memoria letteraria della Shoah
Editore: Sellerio
Anno di pubblicazione: 2009
Prezzo: 18 euro
Pagine: 191

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Luca Pantarotto

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